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NOTA ALL'ARTICOLO PRECEDENTE

Se parlassi di me per il piacere di parlare di me, sarei soltanto un seccatore. Ma se, per una volta, sul modello di Michel de Montaigne, esaminassi me stesso come semplice “échantillon”, “modello”, “pattern” d’umanità o, come si dice anche, “case history”, in modo che ciascuno possa applicare quel singolo caso a un problema generale, allora parlare di me potrebbe essere perdonato.
Ho un caro amico, per giunta vitale ed ottimista per temperamento che, a proposito del mio articolo “Grandi uomini, grandi problemi”,  mi ha scritto: “C’è qualcosa, nel tuo ragionamento, che va oltre la realtà, con un pessimismo troppo difficile per avverarsi”. Gli avrei potuto cordialmente rispondere che il pessimismo non è plausibile secondo che sia verosimile o inverosimile, ma secondo che sia giustificato o ingiustificato. Ma poi ho pensato che forse lui mi sospettava di un punto di vista preconcetto per cui, di fronte ad ogni incertezza, io svolto verso il peggio. E allora ho deciso di esplicitare come funziona il mio cervello.
Premetto che non sempre, quando mi metto a scrivere, so già a quale conclusione arriverò. A volte il problema mi piace e mi siedo al computer con una curiosità: “Ed io che ne penso?” Non è un paradosso. L’intuizione è un conto – e in quel caso si può essere ottimisti o pessimisti – l’analisi è un altro paio di maniche. In questa bisogna dar conto di ogni passaggio, ed ogni passaggio invalido invalida a sua volta l’intero iter.
Nel caso specifico sono partito da una prima, sgradevole constatazione: proprio non so che ne sarà dell’Italia nel breve e nel medio termine. E non lo sanno nemmeno i migliori editorialisti. Ma del presente abbiamo qualche indicazione: e allora partiamo da questo. L’Italia è tanto esasperata da aver abbandonato i grandi partiti tradizionali per volgersi al nuovo. Mentre per molti decenni il risultato delle elezioni è stato lo spostamento di qualche punto da un partito all’altro, oggi questa esasperazione si è espressa nella disponibilità ad affidarsi a formule nuove, per quanto inaffidabili . Si veda al riguardo il voto al M5s e contemporaneamente la disponibilità a cambiare drasticamente parere nel giro di qualche mese: col tracollo di quello stesso M5s. La conseguenza è una totale imprevedibilità del futuro. 
Né può dirsi che questa instabilità sia del tutto una novità. L’Inghilterra, dai tempi di Carlo I, non mette in dubbio la propria libertà, noi invece prima della Prima Guerra Mondiale ci siamo divisi fra pacifisti e interventisti; poi fra comunisti e squadristi; infine ci siamo affidati all’uomo forte Mussolini e abbiamo perso la guerra; abbiamo cercato di imbucarci fra i vincitori ma questi ci hanno mandati al diavolo;   ma noi non ce ne siamo dati per intesi, ci siamo proclamati lo stesso vincitori; divenuti tutti antifascisti, abbiamo abbracciato la democrazia ma per anni abbiamo continuato a flirtare con l’Unione Sovietica, immaginando che sostituendo Mussolini con Stalin sarebbe andata meglio. Cioè dimostrando di non avere capito niente della differenza fra democrazia e dittatura.
No, veramente l’Italia non somiglia alla Gran Bretagna. E infatti, dopo una decennale crisi economica, siamo ancora ad una svolta, senza neanche sapere che cosa desideriamo, se non un vago ”star meglio”. E allora, seguendo la mia riflessione, sono arrivato a questo punto: non abbiamo fiducia nei vecchi partiti, non speriamo più molto dal M5s, l’unico che riceve molti voti è Matteo Salvini. E che si aspettano, da lui, i nostri connazionali? Che sia lui l’uomo forte?
Se è così, l’esperienza dice che, nella stragrande maggioranza dei casi, le dittature hanno effetti gravemente negativi. E tuttavia, qual è stata la massima obiezione che gli amici hanno fatto, in passato, al mio preventivo pessimismo riguardo ai Cinque Stelle? Eccola: “I tuoi famosi competenti ci hanno portato dove siamo. E allora proviamo anche costoro, peggio non potranno fare”. Ragionamento sbagliato, ma suggestivo. E suggestivo potrebbe essere anche oggi ipotizzare che Salvini, da uomo forte, ci tiri fuori dai guai. Infatti “gli uomini deboli” e democratici non ce l’hanno fatta. 
Bene, mi sono detto. Adottiamo l’ipotesi improbabile, quella dell’uomo forte benefico. Ciò risolverebbe il problema? E qui la risposta è stata semplice. Noi abbiamo accumulato una tale quantità di problemi che proprio non si vede come risolverli. Facendo zapping, proprio ieri sera ho  sorpreso Fabio Fazio che chiedeva a Carlo Cottarelli come avrebbe risolto i problemi finanziari di fine anno se fosse stato lui il Presidente del Consiglio dei Ministri. E il professore, strizzando gli occhi e facendo ridere tutte le piegoline del suo viso, ha detto: “Io andrei a Lourdes”.
Bene, seguendo il mio ragionamento anch’io andrei a Lourdes. E se questo è il colmo del pessimismo, che qualcuno lo contraddica spiegando a Cottarelli (e a me, che ascolto in un angolo) che cosa dovrebbe fare per tirare fuori l’Italia dal guaio.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
3 giugno 2019 

Pubblicato il 3/6/2019 alle 10.38 nella rubrica Diario.

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