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SIGISMONDO DI MAIO

Com’è strana la vita. Da un lato l’attualità sembra già vecchia se risale a due o tre giorni, dall’altro la letteratura ci fa sentire contemporanei esseri umani di secoli o persino di millenni fa. Forse è l’ennesima versione del contrasto fra Parmenide ed Eraclito, fra l’essere immobile e l’irrefrenabile divenire. Fra una natura umana eterna, e un fluire di avvenimenti sempre nuovi, sempre diversi, sempre imprevedibili.
Il nostro modo di vedere la realtà cambia. Da giovani gli anni sembrano un tempo molto lungo. Da vecchi si comincia a dubitare della propria memoria: “È stato due anni fa? O tre?” Poi risulta che è stato cinque o sei anni prima. Come se due, sei o dieci anni fossero la stessa cosa. Quel tempo è comunque passato in un lampo.
Considerazioni che tornano in mente, insistenti, a proposito di Luigi Di Maio. Questo giovane è privo di qualsivoglia background, se non una confusa militanza politica in un partito dalle idee confuse, o forse soltanto – e sempre confusamente – palingenetiche. Tuttavia, a forza di gridare “vaffanculo” (ché questa era l’ideologia politica del suo mentore), “onestà” e “cambiamento”, senza aver vinto delle elezioni, senza aver conquistato un elettorato, e senza aver nemmeno conquistato la dirigenza del suo partito, ma soltanto per grazia ricevuta, è stato catapultato da signor nessuno ad aspirante Primo Ministro di un grande Paese come l’Italia. È quasi per sfortuna che è divenuto soltanto Vice Primo Ministro, ma è rimasto comunque capo del primo partito politico della nazione. Più o meno la persona più importante d’Italia. C’è da chiedersi se non si stia sognando.
Se una ragazza appena passabile arriva prima al concorso per Miss Italia, mentre le concorrenti arrivate seconda, terza e quarta, sono largamente più belle di lei, la colpa della nomina non è sua, ma della giuria. Lei aveva il diritto di concorrere e l’eccesso di onore ricevuto non le è imputabile. 
Analogamente, non si può rimproverare a Di Maio l’eccesso di onori ricevuti. Perché mai avrebbe dovuto rifiutarli? Chi di noi li avrebbe rifiutati? Ciò non toglie però che la vicenda sembra inventata da un soggettista cinematografico ( ricordate “Una poltrona per due”?). La gente infatti a volte si chiede: “Che ha fatto Elisabetta II, per essere regina, a parte essere figlia di suo padre?” e questo le fa pensare che qualunque altra massaia avrebbe potuto fare altrettanto bene. 
L’osservazione è in parte vera e in una parte ancora maggiore sbagliata. Elisabetta non è stata una massaia fino a trent’anni per poi divenire improvvisamente regina. È nata col programma di poter divenire regina. È stata educata culturalmente, umanamente, politicamente, giuridicamente e in tutti gli altri modi possibili, a quel ruolo. È come se avesse frequentato la facoltà universitaria di “reginologia” dall’età di quattro anni. E infatti sua sorella Margaret non era della stessa pasta. Come sua nuora Diana, nata per essere un personaggio alla Paris Hilton. Elisabetta, per sbagliare, doveva mettercela tutta, un po’ come suo zio Edoardo. 
Ciò significa che l’essere proiettati da nulla al vertice è avventura da non augurare a nessuno. Perché, come il vincitore della lotteria non ha la cultura del denaro (e spesso lo perde), nello stesso modo chi viene sparato nella stratosfera può ridiscendere sulla terra alla stessa velocità. 
Sembra la trama de “La vida es sueño” dello spagnolo Calderón de la Barca (1600-1681). Sigismondo è destinato a divenire un orrendo tiranno e suo padre, Basilio, per impedire che questo destino si compia, lo fa rinchiudere in una torre, senza mai farlo uscire, nell’ignoranza del suo destino. Poi un giorno lo addormenta e lo fa risvegliare a palazzo, dove il giovane si trova ad avere una nuova identità. Non è più un prigioniero, anzi è destinato a regnare. Ma poi si comporta così male, secondo la profezia, che suo padre fa l’operazione inversa e lo fa risvegliare nella condizione di prima. La parentesi reale è stata soltanto un sogno. 
Funzioni eccezionali, affidate a chi non è adatto ad esercitarle, non possono essere che transitorie. Tanto che l’interessato, se proprio non fa la fine di Masaniello, si ritrova dopo poco tempo in una condizione normale, resa anormala da quella parentesi fortunata.
Ecco perché le continue apparizioni di questo Sigismondo Di Maio ispirano dopo tutto una grande pietà. Il giovane non è colpevole del destino che l’ha improvvisamente proiettato tanto in alto, ma è destinato a pagare il costo della ricaduta, perché nessuno può resistere alla forza di gravità. Quanto meglio sarebbe stato un piccolo successo nella sua scala, per esempio trasformare l’impresa paterna più o meno artigianale in una società per azioni. Ci sarebbe stato di che gonfiare il petto per orgoglio e di che vivere nell’agio e nel rispetto dei terzi. Invece chiunque decada da un trono sarà sempre un fallito, quale che sia il suo status.  
Personalmente vedo Di Maio oggi esattamente come l’avrei visto dieci o quindici anni fa e come probabilmente sarà fra dieci anni. Avrei preferito per lui che il destino fosse meno stravagante e meno beffardo.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
2 maggio 2019

Pubblicato il 2/5/2019 alle 9.36 nella rubrica Diario.

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