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LA CISTERNA COPERTA DELLA FIDUCIA

Se, come riserva d’acqua, si ha soltanto una cisterna coperta, bisogna stare attenti al consumo. Ma se si tratta di un contenitore di molti metri cubi, anche sprecando un po’, alcuni penseranno sempre che rimanga parecchia acqua. Perfino se qualcuno li avverte che è un’imprudenza, rispondono che si procede così da molto tempo e acqua ce n’è ancora. Perché mai dovrebbe finire ora? Ed è una risposta stupida. Se l’acqua nella cisterna è una quantità finita, il fatto di averla un po’ sprecata non corrisponde a dire che non finirà mai, corrisponde a far sì che finisca prima. 
In campo finanziario l’italia si è comportata in modo demenziale da circa mezzo secolo e i mercati hanno sempre avuto fiducia in noi e da questo molti hanno dedotto che si può andare avanti così indefinitamente. Se siamo arrivati fin qui aumentando il debito pubblico – dicono gli scervellati - e non c’è cascato il cielo sulla testa; se sono decenni che sforiamo ogni anno il bilancio, e non siamo mai falliti; se da tanto tempo sborsiamo disinvoltamente dai sessanta ai settanta miliardi l’anno per i debiti sui titoli pubblici, e a quanto pare ce lo possiamo permettere, perché non dovremmo continuare così, come hanno fatto tutti i governi prima di noi?
Se la cisterna della fiducia delle Borse fosse scoperta, potremmo ogni tanto scandagliarla e vedere quanta ne rimane. Ma è coperta e la nostra unica certezza è che non sono una quantità infinita né la tolleranza delle autorità europee né, soprattutto, la fiducia dei mercati. Bisogna aspettarsi che tutto possa improvvisamente divenire drammatico, vedendo che il secchio è risalito asciutto.
L’Italia non riuscirà mai a ripagare il suo enorme debito pubblico (circa centocinquantamila euro a famiglia). Dunque finirà col lasciare i suoi creditori con un palmo di naso. Ma nel frattempo – finché non sarà obbligata  a rimborsare i debiti e finché non dichiarerà fallimento – paga begli interessi: attualmente, il 2,5%. E perché allora io stesso non compro Titoli di Stato? Semplicemente perché, dal momento che l’Italia potrebbe fallire in qualunque momento, nessuno mi garantisce che mi restituirà il capitale. E questa considerazione non è soltanto mia personale. E infatti, se tutti gli Stati offrono un interesse tanto più alto quanto più lontana è la scadenza, è perché quanto più lontana è la scadenza, tanto più probabile è che lo Stato nel frattempo sia fallito, che la moneta abbia subito una forte inflazione, che sia scoppiata una guerra e che il mondo sia stato messo sottosopra. Infatti investono in titoli di Stato italiani soprattutto coloro che (come le banche) non sono persone fisiche che rischiano i loro propri soldi. 
Il mercato finanziario internazionale, riguardo ai titoli di Stato, si regge su questo equilibrio: “Se investo in titoli di Stato, rischio di perdere il capitale; ma se non investo in Titoli di Stato, mi privo di buoni interessi; e allora rischio. Tanto, il disastro non è per domani”. Tutta l’abilità consiste nell’incassare gli interessi e ricuperare il capitale prima che lo Stato dichiari la propria insolvibilità. E poiché questa previsione, come tutte quelle riguardanti il futuro, è incerta, in realtà basterà che un giorno qualcosa o qualcuno allarmi gli investitori, perché tutto il sistema salti in aria e l’Italia dichiari fallimento.
Come si vede, siamo appesi al fiuto, alle impressioni, alle previsioni e in definitiva all’emotività  dei cosiddetti esperti. Purtroppo la materia è tutt’altro che scientifica. Né si può sperare un aiuto dai computer, ché anzi questi sono programmati per amplificare l’emotività degli operatori di borsa. Il software dice al pc: se il tale titolo scende al di sotto di questa quotazione, vendi. Il che corrisponde a dire che, se prima vendevano dieci o venti, poi potranno essere mille, nel giro di qualche secondo. fino al crollo del titolo.
Quando si tratta di Borse, ci si accorge dell’irreparabile dopo che si è verificato. Né possiamo sperare in segni premonitori, perché in questo caso c’è coincidenza fra segni premonitori e cause scatenanti. Al primo allarme, tutti vendono, senza pietà.
Nella loro allegra incoscienza, alla fine del 2018 gli attuali governanti si intestardivano a parlare di un deficit del 2,4%, Poi l’aumento del tasso d’interesse richiesto dai mercati per comprare i nostri titoli di Stato balzò da un modesto e miracoloso 1,25% in più rispetto ai titoli tedeschi a più del doppio, al 3% e più, e l’Europa fece capire a Roma che rischiavamo il fallimento a breve. Così i nostri eroi, rimangiandosi le rodomontate contro l’Europa e contro le Borse, hanno fatto una marcia indietro tanto precipitosa quanto vergognosa. E ciò perché? Perché un interesse del 3% parla di grande sfiducia nell’Italia. Un passo in più, in quella direzione, può condurre alla diserzione delle “aste” in cui vendiamo i nostri titoli. Con conseguente fallimento. 
Ecco perché siamo spaventati, pensando alla fine del  2019. È stupido dire: “Come hanno fatto i precedenti governi faremo anche noi”. Perché sotto il coperchio la cisterna della fiducia è andata svuotandosi e non sappiamo a che punto è. La nostra situazione non dipende da noi, dipende dai mercati. E questi non ci avvertono del momento in cui il secchio ritornerà asciutto . È solo essendo disperatamente prudenti che possiamo sperare di allontanare, se non evitare,  quel fatale momento. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
26 aprile 2019

Pubblicato il 26/4/2019 alle 12.55 nella rubrica Diario.

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