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L'IMPOSSIBILE FINE DELLA FOLLIA

Se ciò che sta avvenendo a Londra avvenisse a Roma non avremmo difficoltà a capirlo. Non soltanto l’Italia è un Paese unito da poco, ma certo non ha le secolari tradizioni democratiche inglesi. Inoltre noi siamo da sempre – ce lo ha insegnato Dante – una nazione litigiosa. Per noi è quasi più facile allearci con un estraneo contro nostro fratello, che con nostro fratello contro un estraneo. Insomma, l’Italia produce non raramente individui superlativi, ma come nazione, per parecchi versi, non facciamo il peso contro altri Paesi europei. 
Come se non bastasse, il carattere nazionale di noi “continentali” non ci favorisce. Mentre la Germania ha inventato il Romanticismo e – purtroppo – il nazismo, l’Inghilterra ha inventato una democrazia che si tiene il re, e soprattutto la locomotiva a vapore. Cioè  sul continente cerchiamo la soluzione astratta e generale; su quell’isola si cerca una soluzione che “vada abbastanza bene”, duri a lungo e non crei troppi problemi. Gli inglesi sono caratterizzati da un grande pragmatismo, tanto che una volta si diceva che in Inghilterra si era liberi di far tutto, “salvo dir male della Regina e far spaventare i cavalli delle carrozze”. 
Purtroppo stavolta, nella vicenda della Brexit, gli inglesi si stanno comportando come noi e peggio di noi. Dov’è dunque finito il loro pragmatismo? Dove sono le loro fenomenali capacità di compromesso, la loro ricerca di una soluzione non perfetta ma soltanto “abbastanza buona”? Attualmente i vari gruppi – i conservatori, i laburisti, i deputati nordirlandesi, per non parlare degli scozzesi – sono risoluti a non rinunciare al loro punto di vista, crolli il mondo: cioè che si finisca con l’adottare una non-soluzione (no deal) che tutti, in Gran Bretagna come nell’Unione Europea, reputano pessima. Come si spiega tutto questo? È vero che questa soluzione è stata ieri respinta, ma con un solo voto di maggioranza su oltre seicento. Insomma la moneta è caduta testa ma poteva benissimo cadere croce. 
Riguardo a questa insolita ventata di follia albionica, si possono fare soltanto delle ipotesi. Ipotesi che il tempo potrebbe anche smentire ma che può lo stesso essere interessante esaminare, partendo da un dato generale. Quando in una discussione che deve obbligatoriamente avere uno sbocco pratico ci si intestardisce a morte sulla propria posizione non significa che si è assolutamente convinti della bontà del proprio punto di vista, perché questa convinzione l’hanno anche coloro che alla fine accettano un compromesso. La differenza è che, quando si rifiuta ogni soluzione intermedia, è perché si è disposti ad accettare anche il vericarsi dell’ipotesi peggiore. 
Chi teme seriamente l’ipotesi peggiore ha tendenza a fermarsi almeno un momento prima del burrone. Chi viceversa è arrivato ad un tale grado di esasperazione da non temere più nulla, nemmeno il suicidio, rimane fermo nelle sue posizioni. Quasi pensasse: “Peggio di come va assolutamente non può andare. Dunque, eventualmente, muoia Sansone con tutti i filistei”. 
Se questa ipotesi ha qualche fondamento, se ne deduce che gli inglesi non stanno discutendo della Brexit quanto del sistema politico britannico. Accanto alla volontà di far sì che il Paese adotti la soluzione che loro preferiscono, c’è la subordinata: “Oppure buttiamo tutto all’aria”. 
Proprio noi italiani, noi che abbiamo votato per oltre il 32% a favore dei demenziali “grillini”, e che, ancora oggi, non vediamo alternativa all’attuale governo, dovremmo capire gli inglesi. Gli italiani non sono stati stupidi per un terzo (33%) come hanno detto le urne. Si rendevano perfettamente conto che il M5S aveva le idee confuse, era composto da incompetenti, aveva programmi rovinosi o inapplicabili. E infatti non votavano perché esso “facesse qualcosa”, ma perché esso “distruggesse qualcosa”. Mandasse a casa i politici precedenti, facesse la guerra all’establishment in blocco, andasse perfino contro le istituzioni, sia nazionali che europee. Insomma una forma di esasperato nichilismo che richiedeva più il falò della casa comune che la sua ristrutturazione. 
E allora, se questa è la situazione italiana, se questa è la situazione inglese, e se queste sono le situazioni, non del tutto dissimili, in Spagna e in Francia, per non parlare dell’Ungheria, non c’è da pensare che sia in crisi il modello ritenuto universalmente valido, almeno per tutta la seconda metà del Ventesimo Secolo? 
Verso la fine di quel secolo Francis Fukuyama, non riuscendo ad intravvedere nessun sostanziale cambiamento nel futuro delle democrazie, ipotizzava “la fine della storia”, cioè l’assenza di grandi novità. E invece ecco che vent’anni dopo abbiamo forse una diversa ipotesi: forse è vero che le grandi nazioni, pur molto scontente della loro situazione, non riescono ad immaginare nuove istituzioni e nuove soluzioni, ma sono abbastanza folli per volere lo stesso il cambiamento, ad ogni costo. Anche al costo di buttar giù tutto, senza neanche sapere come ricostruirlo. 
Forse Fukuyama ha commesso un errore, parlando di “fine della storia”. In realtà questa non ci sarà mai, perché mai ci sarà la “fine della follia”. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
4 aprile 2019

Pubblicato il 4/4/2019 alle 12.44 nella rubrica Diario.

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