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L'IMBECILLOCRAZIA

Coloro che sono andati a scuola – magari non Luigi Di Maio, ma molti altri sì - sanno che, tradizionalmente si dà come data della rivoluzione francese il 14 luglio del 1789, con la presa della Bastiglia. E tuttavia, come spesso avviene, cercando di saperne di più, si scopre che quell’episodio fu tutt’altro che glorioso. 
Alla fine del Settecento il popolo di Parigi aveva di fronte una monarchia fra le più miti e civili d’Europa. Montesquieu pochi anni prima aveva sostenuto che, mentre la forza della dittatura era la paura, la spina dorsale di quella monarchia era l’onore: quell’onore che imponeva obblighi ai sudditi nei confronti del sovrano e al sovrano nei confronti dei sudditi. Ma nel 1789 si sentì il bisogno di abbattere un simbolo, e dunque si prese di mira la Bastiglia. 
Secondo quel che ricordo, i prigionieri della grande fortezza erano pochissimi, una decina o poco più. Infatti non era da tutti essere incarcerati nella Bastiglia. Vi erano detenuti i nobili o personaggi in vista, come Voltaire.  Era una prigione in cui i detenuti godevano per così dire di ogni confort, qualcuno addirittura aveva il diritto di portare con sé i propri servitori. I rivoltosi alla fine patteggiarono con i carcerieri – credo di ricordare che il loro capo era uno svizzero, un galantuomo che non c’entrava niente – promettendo di lasciarli andar via illesi, e invece appena entrati li massacrarono tutti. 
Insomma con la presa della Bastiglia non si liberò il popolo oppresso, quello che nella Bastiglia non aveva nemmeno occasione di entrare: si commise soltanto qualche omicidio inutile e sleale. Tanto per dimostrare quanto si è forti, quando si è in molti. 
Bisogna diffidare delle leggende. La plebe, quando è lasciata libera di agire, dà soprattutto sfogo alla sua voglia di massacro, di depredazione e di devastazione. Ancora oggi, le prime vittime dei moti di piazza, dopo i poliziotti,  sono i negozi di beni di qualche valore, come televisori o computer, mentre si distruggono i beni che non si possono portar via, come le automobili,  le vetrine, i bancomat.  Il popolo scatenato somiglia più ad una belva stupida e sanguinaria che a un’armata di oppressi che ritrova la sua dignità. Fra l’altro le rivoluzioni si scatenano spesso verso governi relativamente miti. Contro la massima oppressione – quella di uno Stalin, per esempio – nessuno si sognò di ribellarsi. 
Ciò che di realmente glorioso ci fu nella Rivoluzione Francese non fu né la conquista della Bastiglia, né il fiume di sangue che fece scorrere il Terrore. Di grande ci fu l’Illuminismo che la preparò, con la teorizzazione della democrazia e dei diritti dell’uomo. La stessa Rivoluzione Americana, che la precedette di tredici anni, dal punto di vista politologico fu essa stessa “francese”. I “philosophes” avevano infatti trasformato in ideologia ciò gli inglesi avevano realizzato nella pratica. E fu infatti la teoria francese quella che in seguito si diffuse in Europa e nel mondo, sopravvivendo a Waterloo. 
Più che dalla violenza popolare, le grandi rivoluzioni, nascono dalle idee nuove. E poco importa che siano giuste o sbagliate. La Rivoluzione Russa prevalse per le idee di Marx, nell’interpretazione di un brillante “rivoluzionario professionista” come Lenin. Non la realizzò certo il massacro di Ekaterinenburg, quando furono uccisi lo zar, la sua intera famiglia, inclusi i bambini e persino il cane. Chi crede di portare avanti la storia così, la infanga soltanto.
Avviene che in alcuni momenti non comandi né l’élite legittimata dalla maggioranza (come nelle democrazie rappresentative) né un autocrate, ma il popolo stesso. La sollevazione del popolo nasce dal rifiuto dell’esistente e i suoi capi improvvisati coltivano i peggiori istinti della massa. Aderiscono incondizionatamente alle sue pulsioni sanguinarie e proprio per questo sono spesso degli ignoranti del tutto privi della capacità di vergognarsi di “idee” assurde e superficiali.  Così conducono la nazione a un disastro da cui poi essa torna indietro con la coda fra le gambe. Magari per ricominciare – come già vide Aristotele – il ciclo delle varie forme di governo. 
È così che impazza momentaneamente l’"imbecillocrazia". Momentaneamente perché di solito, dopo che i suoi capi hanno combinato qualche disastro, e magari sono stati a loro volta impiccati, la realtà e la competenza riprendono il sopravvento. Tocqueville ha scritto un intero e prezioso libro, “L’Ancien Régime et la Révolution”, per dimostrare che la Francia dell’Ottocento era molto più simile alla Francia del Settecento di quanto si creda. Il Terrore fu temporaneo, la Francia è eterna.
L’"imbecillocrazia" può durare decenni soltanto quando la rivoluzione si trasforma in dittatura spietata . Come in Unione Sovietica o nella Cina maoista. In questi casi il popolo è affamato e profondamente infelice, ma non è la rivoluzione, che resiste: è la dittatura. La nuda violenza.
La parola "imbecillocrazia" è comunque troppo brutta, per continuare ad usarla. Il termine giusto, quello usato nella politica, è oclocrazia, etimologicamente “governo della plebe”, ma quello fin qui usato ha voluto esprimere un’incompressibile indignazione. E se qualcuno ha pensato all’Italia d’oggi, sappia che ci ho pensando anch’io.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
10 febbraio 2019 

Pubblicato il 10/2/2019 alle 15.53 nella rubrica Diario.

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