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LA CORSA AI NUOVI MISSILI

Il Presidente Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti non osserveranno più i termini del trattato che limitava il possesso e il dispiegamento dei missili a medio raggio (cioè quelli che, partendo per esempio dalla Russia, potrebbero colpire l’Europa) e naturalmente i lettori distratti - lo siamo tutti - penseranno che questa è un’altra pensata di quell’incompetente aggressivo e pericoloso che è “the Donald”. In realtà sono i russi che, da anni, hanno installati questi missili “vietati” ai bordi occidentali del loro Paese, minacciando l’Europa orientale. Evidentemente essi dicono di “difendersi” dall’aggressività occidentale e bisogna ricordarsi che in questo - anche se a noi la cosa può apparire surreale – i russi sono in perfetta buonafede. Si sentono accerchiati. Temono l’eterno (e giustificato) rancore della Polonia. Temono la Nato, che ha basi nei Paesi Baltici. Temono l’Ucraina, non tanto perché militarmente temibile, quanto come territorio da cui potrebbe partire un’aggressione verso Mosca. 
L’essenziale è che l’America non sta prendendo alcuna iniziativa: sta rispondendo – probabilmente perché supplicata in questo senso proprio dalla Polonia – a una mossa russa, denunciata anni fa persino da Obama. Comunque è futile cercare di definire quali azioni siano difensive e quali aggressive. Questi due aggettivi sono opinabili e intercambiabili. Né si può dimenticare che nel frattempo è salito sulla scena un altro protagonista, la Cina. Pechino non è più soltanto un gigante economico: comincia ad essere una tale potenza militare (e missilistica) da preoccupare gli Stati Uniti sul mare e la Federazione Russa sulla terra. Ed essa non ha firmato alcun trattato per limitare armi nucleari e missili. Dunque tutti temono tutti. 
Una follia? Nient’affatto. Nella politica internazionale, come nella savana, il buon senso vuole che tutti considerino tutti potenziali nemici. Nel mondo internazionale non c’è né pietà né lealtà né rispetto degli accordi, quando non conviene più rispettarli. Piuttosto la mossa di Washington risponde ad un interrogativo che ci si poneva da parecchio tempo: non adottando contromisure al dispiegamento dei nuovi missili russi, l’America  intendeva segnalare la propria intenzione di “mollare” gli Stati confinanti con l’Orso russo, e richiudersi nella Fortezza America? Cosa che angosciava i Paesi Baltici e la Polonia. Oggi invece si direbbe che la Nato c’è ancora. 
 In questi casi si realizza una sorta di asta a chi si arma di più e appare più temibile. Purtroppo, quando, per la corsa agli armamenti, si parla di armi nucleari  c’è sempre il rischio di un errore, di un falso allarme che scateni una guerra. Ma ha totalmente torto chi pensa che la soluzione sia non partecipare a quella corsa. Non è che chi rimane inerme sia per questo lasciato in pace. Per l’agnello non è una grande difesa dire al lupo: “Non lo vedi che non ho neppure le corna?” Per il lupo quella mancanza di difesa è un invito in più a considerare che è arrivata l’ora di pranzo. 
Se la Russia si arma di più, se sviluppa missili più potenti, agli Stati Uniti non rimane che sviluppare missili più potenti, dispiegandoli là dove possono contrastare i missili russi. E purtroppo questo posto è l’Europa.
Il mutamento del quadro internazionale rientra nella politica russa degli ultimi decenni. Dopo la disgregazione dell’Unione Sovietica, la Russia ha traversato un periodo di grande debolezza economica e militare, tanto da essere considerata una potenza di seconda categoria, ma negli ultimi anni ha mostrato di voler riconquistare il rango di superpotenza. Lo si vede nell’ammodernamento e nel potenziamento delle forze armate, ed anche nella disinvoltura con cui queste armi sono state usate in Georgia e in Ucraina e nella spensieratezza con cui Mosca ha violato uno dei principali tabù in vigore dopo la Seconda Guerra Mondiale, per preservare la pace: l’intangibilità delle frontiere.  Anche di quelle più assurde, come l’enclave di Kaliningrad (Koenigsberg) o la Verschiebung (scivolamento) verso ovest dell’intera Polonia, costretta a dare terreni alla Russia e rubarli alla Germania. Ma già, la Russia aveva accettato metà della Polonia in regalo da von Ribbentrop. Forse è proprio la Crimea la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Quella che ha spinto a dire al Cremlino che la sua libertà di movimento non è infinita, e che anche la volontà di Washington di disinteressarsi del resto del mondo incontra dei limiti. 
Un’ulteriore conseguenza cui la Russia farebbe bene a pensare è di tipo economico. La corsa agli armamenti è costosissima e in questo campo la disparità economica fra Mosca e Washington è abissale.  A quanto dicono, la Russia Sovietica implose anche perché economicamente non poteva tenere il passo con le capacità militari dell’America di Reagan. Comunque si può stare molto più tranquilli di quando si parlava della Corea del Nord. Kim Jong-Un ha una fama (forse strumentalmente alimentata) di follia e di pericolosa aggressività, mentre i dirigenti russi sono da sempre persone razionali, in politica estera. E non c’è ragione di credere che Putin lo sia meno di loro. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
2 febbbraio 2019

Pubblicato il 2/2/2019 alle 12.38 nella rubrica Diario.

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