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CELENTANO E IL GENIO AUTOADORANTE

Legato ad Adriano Celentano da un’insormontabile antipatia, che confina col disgusto, sono lungi dall’essere qualificato per parlarne. Fra l’altro, la mia insofferenza si estende al 98% della musica leggera, e dunque anche per questo verso dovrei star zitto. Ma poi confesso che qualche canzone mi piace, mentre per Celentano non faccio eccezioni. Se “Azzurro” può essere una bella canzone, è bella perché è di Paolo Conte, mentre il fatto che poi sia costretto a sentirla con la voce nasale dell’Adriano nazionale mi spinge a cambiare programma.
Avendo dichiarato come la penso, avendo confessato la mia parzialità e perfino l’ingiustizia del mio atteggiamento, sono autorizzato a dire qualunque cosa. 
Celentano sta presentando in televisione un programma di cui non ho capito se è un cartone animato, o che altro, perché non ne ho visto nemmeno cinque secondi facendo zapping. So soltanto che è costato un mare di soldi (parecchi milioni di euro), che Mediaset lo ha promosso come l’evento artistico dell’anno o quasi, suscitando un’attesa degna del Messia. Infine è arrivato in televisione e gli spettatori sono stati milioni, anche se meno del previsto. Ma già per la seconda puntata i giornali parlano di flop, e ci si può chiedere come andrà nelle altre cinque puntate previste, sempreché non fermino la programmazione. 
La notizia dell’eventuale insuccesso – dopo tutto un fatto abbastanza corrente, è però resa interessante da un particolare: sul “Messaggero” si legge che il cantante ha fatto “tutto da solo, soggetto, regia, montaggio eccetera, eccetera”. E allora d’un colpo ho capito perché ho antipatia per quell’uomo. E forse anche perché quel programma è andato male.
Non conosco Celentano, e dunque quello che sto per dire non lo tocca e non deve toccarlo. Può darsi che sia del tutto diverso da come l’ho percepito, anzi, indovinato e fiutato io. La persona di cui voglio parlare è un modello universale, di cui si ritrovano esemplari nella vita corrente e fra personaggi celebri, per esempio Richard Wagner. Parlo di quei soggetti afflitti da una sterminata stima di sé, unita ad una passione d’amore (sempre per sé stessi) in confronto alla quale quella di Giulietta per Romeo è un flirt insignificante. Persone che non possono venire in contatto con nessuno senza che questo qualcuno – se appena ha una certa sensibilità – sia infastidito dal continuo invito a venerare il miracolo che loro rappresentano. Proprio per questo affermavo che la mia critica non deve essere rivolta a Celentano: essa riguarda da un lato anche geni come Wagner, dall’altro ometti insignificanti, da compiangere per la loro ridicola e autoadorante paranoia.
Si tratta infatti di personalità disturbate che, a forza di essere allagate dal proprio “io”, perdono i contatti con la realtà. Può darsi che Hitler avrebbe comunque perduto la guerra, ma una cosa è certa: quella sconfitta egli stesso la rese inevitabile e l’accelerò con la sua sensazione di onniscienza e onnipotenza. Non soltanto attaccò la Russia senza necessità, non soltanto si inimicò tutte le nazioni che invase, ma si credette miglior stratega di tutti i suoi generali, di cui si rifiutò costantemente di ascoltare i consigli. Hitler – pensava lui stesso - era geniale in tutti i campi, infallibile in tutte le decisioni e in tutti i progetti. Tutti gli dovevano la più completa e passiva obbedienza, perché la sua eccezionalità  era e doveva essere un’evidenza per tutti. 
In questo senso Hitler non è stato un’eccezione. Ciò che ci fu di speciale in lui fu che, per una serie di circostanze, poté applicare su grande scala tutte le idee che aveva. Cosa che non è stata concessa, grazie al Cielo, alla stragrande maggioranza dei megalomani. Gente che crede di saperla più lunga di tutti, in tutti i campi, anzi, di essere migliore di tutti in tutti i campi. Fino a non fidarsi dei competenti. Come Hitler non si fidava dei generali della Wehrmacht, Celentano non si fida di registi, sceneggiatori, montatori “eccetera, eccetera”. 
Se posso dare sfogo a qualche acido ricordo, Celentano è stato uno che, apparendo in televisione, ha fatto discorsi (per me sconclusionati, ma è vero che li ho abbandonati dopo pochi secondi) intervallati da lunghissime pause, quasi a dare al prossimo il tempo di digerire le grandi verità contenute nella breve frase appena pronunciata. E dare a sé stesso il tempo di scendere temporaneamente dal suo nirvana personale per distillare un’altra storica frase. Come quella che una volta scrisse infine su una lavagna, in televisione: “La caccia e contro l’amore”. Ora, a parte che non si vede in che modo la caccia possa essere contro l’amore, dal momento che esiste l’amore della caccia,  perché essere contro la grammatica italiana? Perché privare l’innocente “è” del suo accento? 
L’amore di sé non soltanto è comprensibile, è essenziale alla sopravvivenza della specie. Ma essenziale per la sopravvivenza della specie è anche la funzione escretiva. Sono cose che vanno prese in seria considerazione, ma non in pubblico.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
24 gennaio 2019

Pubblicato il 24/1/2019 alle 13.49 nella rubrica Diario.

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