Blog: http://Pardo.ilcannocchiale.it

BATTISTI HA UCCISO ANCHE L'EMPATIA

C’è una tentazione che sarebbe bello fosse frequentissima, e non lo è: quella di correre in soccorso del vinto, del perdente, dello stramaledetto. L’idea corrente – e forse la più naturale – è che il perdente abbia meritato di perdere e il vinto abbia meritato di essere vinto. Del resto è la lezione che ci danno gli animali: quando si battono per la supremazia, o per il diritto di accoppiarsi con le femmine, la lotta è fisica. Dunque chi vince è effettivamente il più forte. In questo senso, nel loro mondo, non ci sono ingiustizie. 
Ma noi uomini siamo così complicati, e la nostra vita è tanto più complessa, che alla fine l’empatia vince. Ci si stringe il cuore, a pensare come stia soffrendo chi ha perso. A pensare come patisca il dolore della punizione. Arriviamo anche a chiederci come ci sentiremmo, al suo posto, e se magari il suo cattivo comportamento non sia il frutto di una serie di circostanze che avrebbe costretto anche noi, che ci sentiamo tanto diversi, a comportarci come lui. Perché a questo risultato conduce la più verosimile delle teorie, quella del determinismo psichico. 
Dunque il meccanismo dovrebbe funzionare anche per Cesare Battisti. Ma – devo ammetterlo – la solita tentazione stavolta non opera. L’empatia si inceppa, e ha bisogno, più del solito, di ipotesi, di precisazioni, di rimeditazioni. E forse nemmeno queste bastano.
Per cominciare, bisogna riconoscere la realtà: Battisti, dal punto di vista del diritto penale - e dunque della società - è del tutto insalvabile. Tuttavia, partendo dal dovere dell’empatia per qualunque colpevole, ci sarebbe ancora la possibilità della pietà: quella pietà che, pur non rinunziando alla dovuta sanzione, si ha per l’assassino d’impeto, per colui che ha ucciso durante una rissa, per colui che ha ammazzato un pedone perché aveva bevuto. Chi di noi non ha mai guidato, dopo avere bevuto normalmente a pranzo? Ebbene, per la polizia poi saremmo stati dichiarati ubriachi.
Non basta avere ucciso per non meritare la nostra comprensione e, infine, la nostra pietà: ma il caso di Battisti è diverso. Egli non è un qualunque criminale: ha ucciso più volte; ha ucciso con premeditazione; ha ucciso per fanatismo politico, e non ha mai chiesto scusa. È il rappresentante di quella sinistra che non ha avuto altro orizzonte che la propria affermazione, a qualunque costo (naturalmente un costo altrui), passando non soltanto sopra la legge penale, ma sopra ogni forma di umanità e di rispetto per la vita altrui. Senza la minima considerazione per il dolore che si infliggeva agli altri, come in una guerra di annientamento. Senza accorgersi, questa sinistra, di quanto il proprio atteggiamento fosse simile a quello che condusse i nazisti al “Massenmord”, l’omicidio di massa, all’orrore dello sterminio. Tutto questo con la cristallina coscienza di essere dal lato giusto della storia, di contribuire al progresso dell’umanità. In fondo non era niente di diverso la “Neue Ordnung”, l’ordine nuovo di Hitler. E allora, per Battisti come per Hitler e tanti brigatisti rossi, scatta la molla della repulsione, quella che sbarra la vita dell’empatia, quasi si fosse di fronte ad altro da sé: all’inumano.
E non è tutto. Mentre Battisti e i suoi amici si sporcavano le mani di sangue, correndo il rischio di essere uccisi o di passare la maggior parte della loro gioventù in una cella, intorno a loro c’erano i rivoluzionari da salotto, gli intellettuali progressisti, i comunisti all’aragosta, i bolscevichi in pantofole ma non per questo meno aggressivi, almeno a parole. Tutta gente che si poteva concedere i lussi di una vita sicura e agiata, incluso il lusso di dirne male e di dichiarala ingiusta. 
Così Battisti non è stato soltanto un assassino, è stato un assassino protetto e vezzeggiato dagli intellettuali francesi (ovviamente di sinistra, altrimenti che intellettuali sarebbero stati?). Per anni questo insulso ometto ha assunto l’atteggiamento tracotante di chi ha ucciso dei vermi, in uno stato corrotto e imbelle, in nome della rivoluzione proletaria. Il tutto con l’applauso di chi voleva stimarlo a prescindere, senza nemmeno informarsi sui fatti o adottando, di quegli stessi fatti, una versione peggio che falsa e faziosa: semplicemente imbecille. 
Tutto questo anche perché scriveva qualche romanzo, dimenticando che esso gli era pubblicato perché era noto come terrorista. Mentre di tanti autori migliori di lui si lasciano ammuffire i libri nei cassetti perché, non avendo ucciso nessuno e non essendo volti noti ai telespettatori, non solleticano l’interesse finanziario degli editori. E se quei romanzi fossero realmente eccellenti, cambierebbe qualcosa? Se fosse così, potremmo anche assolvere Hitler, che dopo tutto era un accettabile acquerellista. Un pittore mancato per l’incomprensione altrui piuttosto che il primo criminale della storia, se non ci fosse stato Stalin.
Battisti è stato per lunghi anni il rappresentante dell’assoluto peggio dell’umanità. Peggiore del criminale indigente, di colui che uccide un uomo per rapina. Infatti è stato l’eponimo di coloro che, per fanatismo e per stupidità, per buona parte del Ventesimo Secolo hanno ucciso la verità, l’umanità e la pietà.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
14 gennaio 2019

Pubblicato il 14/1/2019 alle 10.22 nella rubrica Diario.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web