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UN PRESIDENTE CONTROVERSO

rump è indubbiamente un presidente controverso. Lo è stato sin dal suo primo apparire, tanto che è stato più subìto che scelto dal suo stesso Partito Repubblicano. Ma evidentemente c’era anche chi lo sosteneva e la cosa è stata confermata dal voto. Anche da Presidente, Trump è rimasto controverso. Del resto, si direbbe che egli non abbia mai fatto nulla per modificare la cattiva impressione che può fare. Non ha cambiato il piglio a volte vagamente volgare, l’estremismo di certe posizioni, un isolazionismo che rischia di danneggiare il mondo e la stessa America, e infine una (voluta?) imprevedibilità di comportamento. Ma tutti conoscono il personaggio e dunque la vera questione è un’altra: questo presidente in fin dei conti sarà utile o nocivo, per gli Stati Uniti? E sarà utile o nocivo, per il resto del mondo?
Certo, la storia dimenticherà ciò che oggi si nota di più, e che potremmo chiamare “il folklore di Trump”. Essa si interesserà dei risultati concreti. Se egli riuscirà a mettere realmente in riga la Corea del Nord, in modo che non costituisca una minaccia né per la Corea del Sud né per il mondo, ciò costituirà un formidabile “asset”, un pesante dato positivo, nella sua valutazione . Ma oggi bisogna parlarne al futuro, perché non siamo ancora sicuri dei risultati positivi. Se lo fossero, dovremmo veramente benedire la sua spregiudicatezza. Da un lato ha inviato portaerei nel Mar del Giappone, dall’altro si è reso disponibile ad incontri e strette di mano con Kim Jong Un, fino a far dire che a quel pericoloso figuro aveva concesso troppo. In un certo senso, Trump ha giocato la classica partita del dittatore, per così dire battendolo al suo stesso gioco: un mix di follia e di imprevedibilità. Ma per esserne sicuri bisogna avere pazienza. 
Il fatto che Trump sia rimasto antipatico a tanti è meno significativo di ciò che si potrebbe credere. Egli ci tiene ad essere antipatico ai suoi avversari,  perché i suoi sostenitori hanno votato per lui proprio in odio a loro. Se cominciasse ad essere simpatico all’establishment, molti griderebbero al tradimento. In questo senso si comporta come Salvini (o Salvini si comporta come lui). Del resto ambedue hanno molto puntato sul rapporto diretto col popolo, sulla chiusura delle frontiere agli immigrati e sulla lontananza dagli intellettuali e dalla loro political correctness.
Ma il capitolo Corea e il capitolo immigrati sono soltanto due fra i molti di cui deve occuparsi un Presidente. E anche in questi campi “The Donald” ha assunto decisioni che sono apparse discutibili. Per esempio, che effetti avrà la sua politica dei dazi, aggressiva e forse autolesionistica? Quale sarà il risultato reale, quello confermato dal tempo? 
Ma gli interrogativi sono una folla: il suo isolazionismo e la sua tendenza a “mollare” l’Europa, saranno utili agli Stati Uniti? Quando si parla di questo problema, molti tendono a giudicare male Trump, perché mette in pericolo la sicurezza dell’Europa, ma non si accorgono che questo è un argomento peggio che sorprendente: perché mai l’America dovrebbe preoccuparsi dell’Europa, se l’Europa non si preoccupa di sé stessa? L’America deve difendere l’Europa se ciò corrisponde ai suoi interessi, non se corrisponde ai nostri. Ma – appunto – corrisponde? 
Quanto all’Europa, se un giorno – ma purtroppo è inverosimile – il mancato o diminuito impegno degli Stati Uniti nella sua difesa si traducesse in un risveglio del Continente e finalmente in una sua disponibililtà a difendersi da sé e a spese proprie (cose che corrispondono ad una sola parola: indipendenza) la mossa di Trump sarebbe da benedire. Se invece continuassimo con la nostra imbelle indolenza, e finissimo satelliti della Russia o della Cina, potremmo forse dare la colpa a Washington? In politica internazionale, ognuno per sé e Dio (non gli Stati Uniti) per tutti.
L’atteggiamento che appare ragionevole nei confronti di Donald Trump è innanzi tutto quello di non lasciarsi ingannare dal teatrino che mette costantemente in scena. Possiamo disinteressarci della commedia del bifolco risoluto, del politico  che improvvisa, dell’uomo d’affari dalle vedute ristrette. C’è troppa facciata, in questa presidenza, per non divenire sospettosi. Questa facciata è troppo negativa, così come quella J.F.Kennedy fu troppo positiva, e ciò significa che dobbiamo raddoppiare l’attenzione ai risultati reali, non alle leggende.  Anche se i rotocalchi parlano ancora di Camelot per Kennedy, e di “Tricky Dicky” (Riccardino l’imbroglione) per Nixon, gli storici sanno benissimo che Nixon è stato un presidente molto migliore di Kennedy. In futuro questo diverrà un luogo comune. 
La conclusione è semplice: è troppo presto per giudicare Trump, e bene hanno fatto gli americani a confermargli la fiducia nelle elezioni di mid-term. È opportuno che abbia il tempo di sbagliare o di fare la cosa giusta.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
4 gennaio 2019

Pubblicato il 5/1/2019 alle 10.23 nella rubrica Diario.

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