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L'ERRORE DELL'ONESTA', ONESTA', ONESTA'

Non ho simpatia per Luigi Di Maio e se in questa sede lo difenderò, sarà con argomenti che non gli appartengono e probabilmente nemmeno comprende. Ma io non posso rinnegarli soltanto perché stavolta gli possono essere utili.
I fatti sono noti e non starò a rivangarli. Il padre di Di Maio e lui stesso sono invischiati in cause di lavoro (nero), in costruzioni abusive ed altro ancora, se ho capito bene. Ciò che conta è che so per esperienza che nel Sud Italia queste sono “pinzillacchere”. Nel senso che chi se ne scandalizza o è ipocrita o è disinformato. Dunque, se qualcuno se ne fa un’arma contro Luigi Di Maio - e contro di lui è un’arma efficace - è perché proprio lui l’ha resa tale, proclamando sui tetti “onestà, onestà, onestà”, e professando un’acre intolleranza nei confronti di chi fosse colpevole della minima irregolarità. Magari non ancora all’attenzione dei magistrati, o consacrata soltanto in un avviso di garanzia. Questo rigore savonaroliano o è in malafede, e sarebbe grave, o è in buonafede, e sarebbe gravissimo. Perché il falso Savonarola è un furbo (anche se spregevole), ma il vero Savonarola è un ingenuo o una persona intellettualmente disorientata. Senza dire che la storia dell’Incorruttibile Robespierre dovrebbe pure insegnare qualcosa. 
Vivendo ed essendo “soltanto umani”, come si dice, una volta o l’altra tutti commettiamo qualche irregolarità. Ma non ci facciamo caso. Sappiamo che è una cosa comune, e infatti la dimentichiamo. Ciò avviene perché per noi ciò che abbiamo fatto non ha avuto grande importanza. Se per esempio abbiamo tradito occasionalmente il nostro coniuge, perché se ne è data l’occasione, poi non ci pensiamo più. E infatti i tedeschi chiamano questi episodi Seitensprung, un salto di lato, e niente di più. Del resto, siamo tutti inclini a perdonarci facilmente. 
Il risultato è che poi arriviamo a dire in buona fede, come il Savonarola imbecille, che noi non abbiamo nulla da rimproverarci. Invece gli altri vanno alla ricerca di tutti i particolari poco onorevoli del nostro passato e sono capaci di riferire quei fatti, dopo tutto insignificanti, come peccati capitali e imperdonabili. Per giunta possono farsi forti delle nostre eventuali dichiarazioni virtuose e intransigenti, e le ritorcono spietatamente contro di noi. È pratica corrente di ogni elezione presidenziale americana.
Mentre è giusto reprimere l’illegalità e l’immoralità, è meglio non atteggiarsi a severi moralisti. Lo stesso magistrato che, per dovere d’ufficio, condanna da mane a sera chi si comporta male, non dovrebbe mai posare a maestro di morale. Applicando il codice penale farà perfettamente il suo dovere, quand’anche lui personalmente avesse qualcosa da rimproverarsi.  
Se quando aveva diciannove anni ha avuto un flirt con una ragazza di sedici, con cui si erano fermati al “petting”, non c’è nulla di cui scandalizzarsi, ma il codice penale chiama il petting “atti sessuali con minorenne” e ripescato trent’anni dopo può ancora fare danni. Nessuno, forse, è un modello di virtù, e comunque nessuno ha interessa a posare a modello di virtù.
La persona che ha esperienza di vita, larghezza di vedute, e generosità di cuore, non trasforma i peccati veniali altrui in peccati capitali. Senza arrivare all’ironia di quel mio amico che chiamava Caligola, Stalin e Hitler, “ragazzacci!”, l’uomo saggio, se non ci sono vittime che piangono, tende ad essere perdonista e non pretende da nessuno la perfezione. 
Personalmente reputo la raccomandazione qualcosa di spregevole ma in Italia non oserei mai biasimare qualcuno per aver fatto una raccomandazione o per averne beneficiato. So benissimo che la mia idiosincrasia è personale, e non pretendo che l’abbiano anche gli altri. A proposito, sembra un’ironia della sorte ma, l’operaio che oggi accusa il padre di Di Maio, era stato assunto senza bisogno, perché raccomandato, dunque come minimo è un tantinello ingrato. Ma già, “nessuna buona azione rimane impunita”. 
L’errore di Di Maio – un errore al quale oggi si trova impiccato lui stesso – non è stato quello che gli addebitano i suoi critici interessati, è stato quello di avere attaccato sia Renzi sia Maria Elena Boschi per le eventuali mancanze dei loro padri. Oggi questo lo rende indifendibile, e tuttavia il suo caso particolare è meno importante della lezione che bisognerebbe ricavarne. L’attenzione nazionale dovrebbe focalizzarsi sulla stupidità del moralismo, a cominciare da quello dei pentastellati. Soprattutto ricordando il feroce ammonimento di Ernest Renan: “Ho conosciuto molti farabutti che non erano moralisti, ma non ho conosciuto moralisti che non fossero farabutti”.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
28 novembre 2018 

Pubblicato il 28/11/2018 alle 15.39 nella rubrica Diario.

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