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UNA TORINO NON FA PRIMAVERA

La manifestazione di Torino per la prosecuzione dei lavori per l’Alta Velocità Torino-Lione ha avuto pressoché universalmente commenti favorevoli. Un po’ perché è sempre politicamente sconsigliabile andare contro la piazza, un po’ perché era per molti un’occasione di andare contro il governo. Infine era tempo che qualcuno si esprimesse per l’innovazione e la modernità. Dunque le reazioni positive all’iniziativa non possono che far piacere. Nondimeno è lecito temere che ci si facciano illusioni sul significato della manifestazione. I torinesi non si sarebbero certo scomodati ad andare in Piazza Castello per protestare contro la chiusura dell’Ilva di Taranto e i cittadini di Taranto domani non farebbero una sfilata in strada per solidarietà con i torinesi. Qui non si intende rimproverare nessuno. È naturale che ciascuno si faccia gli affari suoi. Ma è proprio questo che può rendere tristi: il fatto che non si capiscano bene quali siano gli affari propri.
In questa occasione i  torinesi si sono resi conto che il misoneismo miope e antistorico danneggia la città in termini di posti di lavoro e di ricadute economiche, e in questo non avevano torto. Ma il problema è di portata ben più vasta e richiederebbe una sollevazione dell’intera Italia. La nostra società non si rende conto che viviamo in un’epoca neo-medievale. Da una parte l’oscurantismo è atteggiamento meritorio e dovuto, dall’altra la novità e la scienza costituiscono il pericolo. In qualunque occasione i maîtres à penser con la licenza media ci rimproverano di essere moderni, di amare le comodità, a volte persino di esistere. Quando c’è un disastro naturale – un’alluvione, un terremoto, una mareggiata – la tendenza è quella di biasimare l’uomo per avere costruito case, porti, strade. E, quando non si sa essere più specifici, per avere cambiato il clima. Come se fosse sicuro che l’uomo ha la possibilità di ottenere un simile risultato. Ci si attiva con angosciata sollecitudine quando si tratta di difendere i rinoceronti e le gazzelle, mentre noi esseri umani sulla Terra sembriamo degli squatters, dei residenti abusivi e nocivi. 
La paroletta “no” ha un’aureola di inconcussa nobiltà. Quando non si sa per quale ragione ci si deve opporre ad un progetto, ci si oppone perché opporsi è sempre giusto. Un ottimo esempio è la Tap, un gasdotto che è soltanto un grosso tubo che viaggia sottoterra. Domanda: che fastidio può dare un tubo, sottoterra? Nelle nostre città non viaggiano forse sottoterra i cavi del telefono, i tubi dell’acqua, le fogne e persino i treni della metropolitana? Che dite, ne facciamo a meno, così non disturbiamo i topi? Ci si lamentava per il fatto che quei lavori avrebbero comportato lo sradicamento degli alberi lungo quel percorso, poverini, e allora si è disposto che quegli alberi fossero impacchettati per essere ripiantati. Tutto bene? Macché. Il no rimane no e si rischiano altre manifestazioni di piazza. 
La tendenza oscurantista e paralizzante è così pronunciata che, dopo esserci risolutamente opposti agli innocentissimi e utilissimi ogm, ci siamo opposti anche ai vaccini, fino a provocare una sollevazione non del buon senso - che sarebbe stata una cosa bella - ma dei genitori che temevano di veder contagiati i loro figli. Dunque non una risposta della scienza al pregiudizio e alla stupidità, ma soltanto quella di una paura contro un’altra paura. E il M5S, sentina di ogni forma di volgarità intellettuale, si è fatto portavoce di questa mentalità, divenendo così il partito più votato.  
Ho superato da tempo gli ottant’anni e tuttavia, nei confronti di questo Paese, mi sento come un giovane del Novecento che ha da fare con i più ottusi parrucconi del XIX o, chissà, del XVII Secolo. Gente a cui bisogna spiegare che Pasteur non è un avvelenatore, che i treni a vapore non terrorizzeranno le vacche fino a farle smettere di produrre latte, e perfino che il telaio meccanico non renderà disoccupati tutti gli operai. 
Che stanchezza, dinanzi a questo mondo scervellato. La gente, in nome di una religione ecologica ottusa e intransigente, dimostra una sensibilità morbosa quando si tratta di difendere le piante e gli insetti e poi è restia a donare gli organi del proprio corpo, morendo, oppure è spietata con chi preferirebbe morire senza soffrire. Visto che c’è modo di farlo in modo indolore e dignitoso. Tanti sono sensibilissimi allo stato di bisogno delle sterminate folle africane prive di tutto, e sono disposti ad accoglierle in quantità indefinita, all’unica condizione che sia senza aggravio di tasse e in un quartiere lontano da casa loro. 
Il nostro Paese è infestato da mille pregiudizi, buona parte dei quali è a monte della nostra inguaribile crisi economica. È in nome dei migliori principi e dei più alti ideali che abbiamo imposto tanti pesi e tanti vincoli alla produzione di ricchezza, che si siamo impoveriti. Già, perché accanto alla CO2, ai vaccini e agli ogm, noi stramalediciamo anche il profitto. Gli imprenditori, se fossero come li vogliono i nostri maîtres à penser, dovrebbero lavorare soltanto nell’interesse dei loro dipendenti, magari in perdita. Dice niente l’ “Alitalia”, l’impresa che l’Italia ce l’ha anche nel nome?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
12 novembre 2018

Pubblicato il 12/11/2018 alle 8.58 nella rubrica Diario.

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