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NOTA SULL'ASSOLUZIONE DELLA RAGGI

remetto che non ho seguito da vicino il procedimento, nemmeno sui giornali. Dunque  il piacere che manifesto per l’assoluzione della sindaca di Roma, avv.Virginia Raggi, non deriva dalla certezza della sua innocenza, ma da altri motivi.
Il primo è che il mio innocentismo va così lontano, che sono sempre contento quando qualcuno è assolto. Né potrebbe essere diversamente, dal momento che l’intero sistema giudiziario di un Paese civile è sempre organizzato intorno al principio che è meglio assolvere un colpevole che condannare un innocente. Quello che i romani esprimevano col brocardo: in dubio pro reo.
Il secondo motivo – più tecnico, questo – è che, se non vado errato, la presunta prova regina per condannare la Raggi era un’intercettazione telefonica. E qui entra in campo un’altra idiosincrasia, per chiunque sia tendenzialmente innocentista: l’eccesso di intercettazioni che imperversa nel nostro Paese. Mentre tutti tendiamo a credere che, parlando per telefono, stiamo parlando con una persona, insomma che siamo “tu ed io”, le quotidiane smentite che vengono dai media, e purtroppo anche dai Tribunali, ci insegnano che parlare al telefono è come parlare gridando dalla finestra. Ecco dunque che, se la Raggi ha detto al telefono  la frase che avrebbe potuto incriminarla, ed oggi è stata assolta con qualche contorsione giuridica, ne sono ancora contento, perché il procedimento non sarebbe nemmeno dovuto cominciare.
Poi sono contento della sua assoluzione perché è un’autorità, e in Italia chi è un sindaco, un deputato, un “grand commis”, è perseguitato dalle denunce e dalla magistratura. Un mio fraterno amico, persona di specchiata onestà e al di sopra di ogni sospetto, una volta che fu nominato Sovrintendente per i Beni Culturali o come si chiama, mi disse che passava più tempo al Palazzo di Giustizia, a farsi assolvere dalle mille denunce che riceveva, che a lavorare alla sua scrivania . “E per fortuna, mi disse, mi pagano l’avvocato. Se no non so quanto ci rimetterei”.
Infine, devo pure confessare l’ultimo motivo per il quale sono lieto dell’assoluzione della Raggi, anche se non mi fa onore. Se la signora fosse stata condannata, e fosse stata costretta a dimettersi, innanzi tutto lei, o perfino gli stessi Cinque Stelle, avrebbero potuto posare a vittime. Poi si sarebbe applicato l’illiberale regolamento di quel Movimento, quello fondato sul principio dell’infallibilità della magistratura. Quasi che un giudice Davigo fosse in possesso della Verità Rivelata. Infine ci sarebbe stata la possibilità che si avesse un altro sindaco – del Movimento 5 Stelle o di altro partito – che avrebbe potuto far dimenticare i disastri dell’incompetenza al potere. Invece, rimanendo la Raggi al suo posto, potrà continuare a dar prova delle sue grandi capacità di amministratrice della città, con grande soddisfazione dei romani.
Intendiamoci, so benissimo che il compito che .la signora ha dovuto affrontare è stato ed è al di sopra delle forze umane. Quand’anche lei avesse avuto capacità ben superiori a quelle che ha dimostrato. Ma proprio per questo io mai mi candiderei per divenire sindaco della mia città, e men che meno di Roma. Domanda: a lei chi gliel’ha fatto fare? E se gliel’ha fatto fare la sua inesperienza, rimane ancora la domanda: essendo inesperiente, con quale coraggio ha salito i gradini del Campidoglio?
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
10 novembre 2018 

Pubblicato il 10/11/2018 alle 16.39 nella rubrica Diario.

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