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LA PRESCRIZIONE

Poiché la prescrizione, nel diritto penale, è un argomento di cui si parla e si parlerà ancora, è bene avere le idee più chiare. La cosa più semplice è leggere gli articoli del codice che se ne occupano, dal 157 al 161 C.p. Purtroppo gli interventi legislativi e modificativi del codice,  lo hanno reso verboso al punto che sarò costretto a semplificarli e darne soltanto un’idea. 
Ma cominciamo con i principi generali. La dottrina penalistica insegna che la persecuzione dei reati ha due finalità, la prevenzione generale e la prevenzione speciale. La prevenzione generale è la speranza che la vista della punizione di certi comportamenti inflitta ai colpevoli induca gli altri cittadini ad astenersene. La prescrizione speciale, invece, oltre alla finalità retributiva (nel senso di “dare a chi si è comportato male ciò che  merita”) intende indurre il colpevole a non delinquere più, facendogli assaggiare le conseguenze del suo comportamento, e comunque mettendolo nell’impossibilità di farlo durante la detenzione. 
Lo Stato reprime i reati nell’interesse dell’ordine pubblico, e si riserva il monopolio di questa attività, per evitare che i cittadini si diano a vendette private, non sempre giustificate e non sempre proporzionate al misfatto. Esso ha dunque non soltanto il diritto ma anche il dovere di esercitare quelle “vendette”, dal momento che le ha vietate ai privati. 
Tuttavia questa sua prerogativa di accertare le responsabilità ed irrogare le pene previste viene meno in parecchi casi. In primo luogo, ovviamente, quando non si individua il colpevole. Poi quando il colpevole, pure identificato, muore prima della sentenza definitiva, perché “la morte estingue il reato”. Infine nel caso che sia passato troppo tempo dal momento in cui il reato sia stato commesso. Questo istituto si chiama “prescrizione” ed è quello che dovremmo meglio spiegare. 
Se è passato molto tempo dal momento in cui il reato è stato commesso, il procedimento si ferma perché una risposta dello Stato troppo ritardata non è efficace per la prevenzione generale. La gente non ricorda più l’argomento del processo. In secondo luogo, essendo passato parecchio tempo, il reo potrebbe essersi largamente pentito di quanto fatto, essersi sempre comportato bene ed essersi redento. Insomma essere “un altro uomo”. Infine c’è il caso – il più grave di tutti – di qualcuno che sia accusato di un grave reato e sia assolto dopo molto tempo. Magari dopo che nel suo ambiente per anni ed anni è stato visto come un ladro, un corrotto, uno stupratore. Senza dire che potrebbe esserne risultata definitivamente azzerata la carriera politica o professionale. Tutta la sua vita di galantuomo, in fin dei conti. Per questo i giuristi dicono che “una giustizia ritardata è una giustizia denegata”. 
Proprio per limitare che il danno di una giustizia lenta si ripercuota sull’imputato, l’ordinamento giuridico ha concesso a sé stesso un tempo massimo entro cui esercitare la sua pretesa punitiva. Ed ovviamente ha commisurato questo tempo alla gravità del reato stesso. Infatti l’art.157 prescrive che “La prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto e a quattro anni se si tratta di contravvenzione”. Come si vede, non è un tempo brevissimo. Per un borseggio il tempo minimo è sei anni, e per un parcheggio in divieto di sosta quattro anni. Non sono pochi giorni o poche settimane. E poiché si considera la pena massima, la prescrizione è di dieci anni per il reato di falso commesso da pubblico ufficiale, di dodici anni per spaccio di monete false (sissignori), per aver praticato un’infibulazione o per un omicidio stradale dopo aver bevuto un paio di birre. Ovviamente, per molti reati, per esempio l’omicidio volontario si va molto oltre. Per non dire che nel caso di violenza carnale di gruppo si va fino a ventiquattro anni. Che cosa si pretende di più, dalla prescrizione? Non è che il codice non conceda tempi sufficienti, è che la nostra giustizia penale è troppo lenta. Se qualcosa bisognerebbe correggere è quella lentezza, non il tempo concesso ai pigri. 
Inoltre il corso della prescrizione è interrotto (art.159 C.p.) in caso di “sospensione del procedimento o del processo penale per ragioni di impedimento delle parti e dei difensori ovvero su richiesta dell'imputato o del suo difensore”. Questo per chi creda che è facile che l’imputato prolunghi artificialmente i tempi del processo.
Ovviamente le norme concernenti l’istituto della prescrizione sono infinitamente più complesse e dettagliate di come sono state esposte qui, perché nello sforzo di una irraggiungibile perfezione, il codice è stato tante volte modificato e si sono aggiunte tante disposizioni e precisazioni, che rileggendolo a momenti non riconoscevo più il codice che ho sfogliato tanti anni fa. 
Comunque, una cosa è certa: lo Stato – checché ne pensi un magistrato pur intelligente come il dr.Davigo – non può reputare l’imputato sempre colpevole. La sua pretesa punitiva deve fermarsi dinanzi al diritto del cittadino – e soprattutto da un cittadino che potrebbe essere innocente – di essere giudicato in un tempo pressoché infinito. Questo principio del resto è recepito dalla stessa Costituzione (art.111), che impone un tempo “ragionevole”per il processo. E il codice è sufficientemente ragionevole, quando addirittura non è già troppo condiscendente con l’accusa. 
Ma a che scopo cercare di far ragionare qualcuno che, invece di un codice, tiene in mano un forcone?
Per fortuna il provvedimento caldeggiato dall’ineffabile ministro Bonafede è stato collegato alla riforma del processo penale. Come dire che è stato rinviato alle calende greche.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
8 novembre 2018.

Pubblicato il 9/11/2018 alle 7.50 nella rubrica Diario.

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