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IL SEGUITO DELLA STORIA

I vecchi – se non teniamo conto della salute e della vigoria sessuale – hanno molti vantaggi. Sono più ricchi dei giovani, hanno più comodità, e spesso sono perfino più stimati . E tuttavia mancano di una cosa importantissima, che non hanno più e non avranno mai più: la speranza di vivere ancora a lungo. 
Un giovane potrebbe anche fargli notare che non hanno il diritto di lamentarsi. Lui può sperare – ma soltanto sperare – di avere una lunga vita, mentre il vecchio quella lunga vita l’ha giù avuta. E se è stato saggio se l’è anche goduta.  Di che si lamenta, di non essere immortale? Ma se è per questo, neanche il giovane è immortale. È la ragione per la quale indossa il casco, andando in motocicletta. Ragionamenti plausibili, tutti e due. Ma il vecchio ha un motivo di rimpianto in più, e non è affatto personale: è il dispiacere di non assistere al seguito della storia.
La mia “età della ragione” ha coinciso con la Seconda Guerra Mondiale (nel caso della Sicilia, 1940-1943). Dunque ricordo ancora, come in una nebbia, le prime pagine dei giornali piene delle notizie drammatiche della guerra. Cartine con frecce di avanzate e ripiegamenti, retorica a tonnellate, in contrasto sempre più stridente con la realtà. Ed io bambino ho vissuto quegli anni trovando normale che la vita fosse così avventurosa. Avrei preferito non avere tanta fame, ma nello stesso tempo mi chiedevo di che cosa mai potessero parlare i giornali in tempo di pace. E in quegli anni ho anche imparato la delusione della realtà rispetto al vacuo trionfalismo fascista. Dal presuntuoso “Vincere, e vinceremo” allo sconforto e alla vergogna dell’8 settembre e degli anni seguenti. Una vergogna che oltre settant’anni di retorica e di ipocrisie non sono riusciti a cancellare. Quando uno certe cose le ha vissute, se pure bambino, non c’è bugia che possa attecchire. 
Ma parlo di tutto questo per dire che chi è venuto al mondo in quegli anni è stato costretto a trovare normale la guerra e “inverosimile” una pace di cui aveva soltanto sentito parlare. E invece chi è nato cinque o dieci anni dopo ha vissuto un’esperienza opposta. La guerra è totalmente scomparsa dall’orizzonte europeo al punto da sembrare “inverosimile”. E questo fatto, che a tanti sembra inevitabilmente naturale, agli anziani può fare paura. Perché è difficile guardarsi da un pericolo che non si vede. 
Per un tempo incredibilmente lungo gli europei hanno meritoriamente ricordato la lezione di una guerra tremenda. I suoi inenarrabili orrori hanno addirittura indotto al rigetto di termini nobilissimi come nazione e patria. L’idea che la frontiera di una comunità di lingua e di cultura potesse divenire un fronte di guerra ha spinto gli europei a rigettare ogni divisione e a tendere all’unificazione politica. E questo per tanti decenni da frantumare ogni passato record, in materia di pace nel Continente. 
Ma la storia non si ferma. Con le generazioni che hanno vissuto la guerra è morto anche il ricordo di essa. L’Unione Europea, che per tanti anni è stato un ideale indiscutibile, è stata sentita vecchia e fuori moda, tanto da trasformarsi addirittura in un comodo capro espiatorio per tutto ciò che non va bene. A tanti sembra coraggioso e meritorio essere nazionalisti e ringhiare contro gli altri europei. Si comportano così i Paesi che non riescono ad uscire dalla crisi economica; come l’Italia; quelli del gruppo di Visegrad, che intendono preservare la loro purezza nazionale; e i Paesi economicamente virtuosi del Nord, che non vogliono pagare per le cicale del sud. Tutte avvisaglie di una diaspora più o meno economicamente cruenta. Questo mutato stato d’animo fatalmente rimetterà in moto la storia, e forse rivedremo gli Stati contro gli Stati, le frontiere presidiate, i dazi, e in fondo la mancanza di libertà. Per non parlare della miseria che possono indurre le barriere commerciali.
Un notevole cambiamento, per chi ha vissuto in un Continente in cui la storia si è permessa una pausa e forse una vacanza. Che Europa lasciano, i vecchi, ai nuovi europei? È colpa loro se non hanno saputo spiegargli il valore della pace? È colpa loro se hanno amministrato tanto male un Paese come il nostro fino a farne un pezzente indebitato e rancoroso? 
Ma forse siamo troppo pessimisti. Magari questi nuovi europei riusciranno ad evitare di arrivare al disastro al quale oggi sembrano avviati. Insomma noi vecchi non sappiamo se dobbiamo essere scontenti o contenti di non vedere il seguito della storia. Perché per la storia c’è sempre un “dopo”. Se ce n’è stato uno dopo l’Impero Romano, ce ne sarà uno anche dopo il sogno infranto dell’Europa Unita.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
6 novembre 2018 

Pubblicato il 6/11/2018 alle 17.4 nella rubrica Diario.

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