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LA COPERTA È SEMPRE TROPPO CORTA

In che misura gli organi istituzionali non eletti possono interferire con l’azione politica di una democrazia?
Considerato astrattamente, il problema è insolubile. Un Paese in cui la magistratura fosse asservita al potere, per compiacere il governo potrebbe gettare in galera degli innocenti o assolvere dei colpevoli. Ma è anche vero che una magistratura del tutto libera potrebbe fare altrettanto per realizzare gli ideali prevalenti nell’ordine giudiziario. Anche se – a dire il vero – la pluralità dei gradi di giudizio rimane una garanzia.
In Italia la Corte Costituzionale è certamente indipendente, ma non lo è dalle sue proprie convinzioni. E infatti alcune sentenze di grande rilevanza politica sono apparse piuttosto coerenti con le opinioni dei giudici che con la lettera della Costituzione. Quasi una “giurisprudenza progressista” o politicamente orientata”. Non si dice qui che quei magistrati siano corrotti o faziosi. È ragionevole pensare che la colpa di simili sentenze sia che le norme sono talmente generiche da permettere fin troppe estensioni o limitazioni interpretative. L’uguaglianza di tutti i cittadini, per esempio, si presta alle decisioni più imprevedibili. Ma l’eventuale buona fede di quei giudici non toglie che in qualche caso l’intervento della Corte sia suonato profondamente fastidioso e antidemocratico. Pesa che una legge voluta e votata da centinaia di parlamentari nei due rami del Parlamento sia poi annullata dall’opinione di quindici magistrati, per ragioni che possono perfino apparire fantasiose. 
L’intenzione del legislatore è stata lodevole. La Costituzione esprime regole e principi di altissimo valore, e la Corte un giorno potrebbe salvare la nazione dalla dittatura della maggioranza, o dalla dittatura tout court. E proprio per sganciarla dalla politica del momento, quell’organo istituzionale ha durata indefinita. Ciò dovrebbe determinare un bilanciamento delle tendenze fra i membri, eletti in momenti diversi. Ed è la ragione per la quale i membri della solenne Corte Suprema degli Stati Uniti sono nominati a vita. Ma purtroppo le istituzioni camminano sulle gambe degli uomini. Il fatto che la nostra Corte funzioni continuamente, a pieno regime, corrisponde a dire che essa interviene troppo spesso: è difficile credere che tanto frequentemente e da tante parti si attenti ai valori costituzionali. La Carta è troppo lunga, troppo idealista, troppo vaga, per non costituire un pericolo per quegli stessi valori che vuole proteggere. O un popolo ha nel sangue il rispetto per la democrazia e i suoi valori – come ce l’hanno gli inglesi, senza una costituzione scritta – oppure anche  una Costituzione ideale, come l’aveva la Russia Sovietica, non serve a niente.
Forse, quando si è in dubbio, sarebbe meglio lasciare che l’errore lo commetta il Parlamento. Dal momento che chi ne soffrirà sarà in ogni caso il popolo è meglio che la decisione sia adottata da un organo che promana dalla sua volontà. La soluzione di certi problemi non è nelle leggi: è nella moralità di un popolo. 
Qualcosa  di utile potrebbe farsi in materia di tecnica legislativa. Quando  politica e diritto si intersecano, non bisognerebbe prendere a modello imperativi ideali del tipo: “La magistratura rispetti i diritti del cittadino”, che significano tutto e niente. È meglio formulare norme dettagliate e precise che non affermano tanto principi ideali quanto regole puntuali, seguendo l’esempio del codice penale che, per il reato di falso, contempla una notevole quantità di fattispecie. Il Parlamento può benissimo decidere se le donne possano o no essere ammesse alla carriera in magistratura o nell’esercito, se gli stranieri residenti possano votare nelle elezioni amministrative, se i carabinieri abbiano la necessità dell’assenso dei superiori, per avere il diritto di sposarsi, e mille cose di questo genere, e invece oggi esse finirebbero dinanzi alla Corte Costituzionale. La coperta è sempre troppo corta. Possono sempre esserci prevaricazioni  sia degli organi eletti sia degli organi di garanzia.
Ciò che è essenziale è che la Costituzione non dovrebbe essere piena, come la nostra nella sua parte iniziale, di norme vaghe, generali e per ciò stesso pericolose. Non bisognerebbe dire che “tutti i cittadini sono uguali dinanzi alla legge”, ma specificare quanto più si può in che consiste questa uguaglianza. Oppure – meglio - neanche parlarne. In particolare la Corte Costituzionale non dovrebbe mai intervenire sulle leggi squisitamente politiche, a meno che non cozzino tanto platealmente con i principi costituzionali, che anche i cittadini possano facilmente prevedere il giudizio della Corte, cosa che oggi non avviene. Ma già, se delle leggi fossero chiaramente anticostituzionali, probabilmente lo stesso Parlamento non oserebbe adottarle. 
La politica è il campo delle scelte, e il diritto dovrebbe occuparsi soltanto di applicare norme chiare e inflessibili. 
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com

Pubblicato il 31/10/2018 alle 10.27 nella rubrica Diario.

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