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CHI È LA CONTROPARTE DELL'ITALIA

Ogni volta che c’è una differenza di opinioni, lo spettatore, sia pure nella sua mente, si chiede chi abbia ragione e chi abbia torto. Ma le cose sono più complicate di così. In primo luogo in molti casi manca il giudice obiettivo che sia in grado di conferire la palma della vittoria. In secondo luogo, non è detto che uno abbia ragione e l’altro torto. Per cominciare, potrebbero avere torto tutti e due; poi potrebbe avere ragione l’uno secondo un punto di vista, o l’altro secondo un altro punto di vista. E figurarsi quando nella questione entrano la politica e la macroeconomia, materie estremamente opinabili. Ecco perché nell’eventuale contrasto tra l’Italia e l’Unione Europea si deve andare con i piedi di piombo. 
La Gran Bretagna ha scelto di lasciare l’Unione Europea e se ne è anche pentita, ma ha potuto farlo perché non aveva l’euro e il suo debito pubblico era denominato in sterline. Dunque, anche ad ammettere che abbia fatto un pessimo affare, è un pessimo affare che si può permettere. Senza dire che in fin dei conti potrebbe anche risultare che l’affare non è stato affatto pessimo. Una cosa rimane sicura, per tutto ciò che riguarda Londra: quel Paese ha potuto e può decidere per sé.
Il caso dell’Italia è diverso. L’elemento essenziale non è se abbia ragione o torto, è se abbia o no le armi per combattere. Il suo debito pubblico – enorme – è denominato in euro e, se i mercati perdessero totalmente la fiducia nei titoli italiani, il risultato sarebbe il fallimento. Perché noi non potremmo stampare moneta a tempesta, per pagare i debiti, dal momento che il diritto di stampare la nostra moneta – l’euro – non ci appartiene più. Certo, se ci buttassero fuori dall’euro poi potremmo farlo, ma nel frattempo ci saremmo bagnati a morte come qualcuno che, in campagna, andava verso la città per comprarsi un ombrello. E questo è un rischio che l’Inghilterra, e persino l’indebitatissimo Giappone, non corrono. E non è differenza da poco. 
Così, si ripete, il problema non è se l’Italia abbia ragione o torto, nei confronti dell’Unione Europea, ma piuttosto come ce la caveremmo se la fiducia nella nostra capacità, non di ripagare il debito (non se ne parla neppure) ma di pagare gli interessi sul debito, venisse meno. È per questa ragione che non possiamo permetterci uno scontro con i partner europei. Non perché essi abbiano ragione e noi torto, e neppure perché l’Unione Europea sia forte e noi deboli: noi siamo a rischio nei confronti dei mercati anche senza che nessuno ci spinga da dietro per farci cadere nel burrone. 
Ecco perché la questione iniziale è mal posta. La nostra controparte non è l’Unione Europea, noi discutiamo con le Borse, cioè con una miriade di investitori che danno retta soltanto al loro interesse. E questo è un punto da sottolineare. 
Chi guida la politica, ha mille preoccupazioni e tiene conto di molti fattori: la propria immagine pubblica, la reazione degli elettori, i contraccolpi in campo internazionale, le successive elezioni e persino, nei casi più seri, il giudizio della storia. Viceversa, quando si tratta del proprio denaro, ognuno tiene conto soltanto di esso: “Se faccio questo o faccio quello il mio gruzzolo aumenterà o diminuirà?” Di fronte a questo interrogativo ogni altra considerazione cede il passo. Ecco perché è stupido ipotizzare complotti, l’influenza di grandi nababbi degli investimenti (il solito Soros) o le stesse decisioni dei governi, incluso quello degli Stati Uniti: i mercati sono qualcosa di troppo grande e di troppo anonimo per essere comandati da qualcuno, soprattutto quando si tratta di scontrarsi con i loro interessi finanziari personali. 
Dunque sì, l’Unione si preoccupa di un nostro eventuale default per i riflessi che esso può avere (anzi, che certamente avrebbe) sugli altri partner dell’eurozona, ma da un lato essa non ha il minimo potere sui mercati, dall’altro, pure preoccupandosi, non per questo potrà mai farsi carico del nostro debito o del pagamento a tempo indeterminato degli interessi su di esso. Naturalmente farà di tutto perché non si provochi una crisi dell’eurozona ma, nel caso, ognuno cercherà di salvare sé stesso e nessuno di salvare noi. 
Di Maio e Salvini si comportano come dei ragazzini discoli convinti che papà magari li sgriderà ma certo non li lascerà morire. Cioè non si rendono conto che sono orfani.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
20 ottobre 2018

Pubblicato il 20/10/2018 alle 16.8 nella rubrica Diario.

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