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Noticina da battaglia

Scrivo queste righe mentre è in corso la riunione del governo a Palazzo Chigi, per mettere una pezza alla sceneggiata di Di Maio sul condono. E perché questa fretta? Per evitare che un amico mi dica: lo dici perché è finita così. 
Infatti ciò che sostengo è che, per una volta, quella che si gioca nel governo è, per l’opposizione, una partita win-win, cioè vantaggiosa per l’opposizione, quale che sia il risultato. Le ipotesi sono due. Che il decreto, su pressione di Salvini, sia mantenuto qual è, oppure che il decreto sia cambiato su pressione di Di Maio.
Se il decreto rimane invariato, la sconfitta di Di Maio sarà cocente e non si vede come possa presentarsi al raduno della sua gente, al Circo Massimo, dopo che ha ceduto sull’Ilva, sulla Tap, probabilmente presto sulla TAV, sulla partecipazione di Autostrade alla ricostruzione del ponte di Genova, sull’Alitalia  e ora sul condono. In quest’ultimo caso dopo aver detto di non averlo mai approvato, anzi, nemmeno conosciuto. Fino a rendersi ridicolo. 
In queste condizioni pare difficile che perfino un elettorato ingenuo e di bocca buona come quello del M5S possa perdonargli questa ennesima figuraccia. Fra l’altro non gli basterà spiegare che, nella maggior parte dei casi, è stato costretto a cedere alla necessità; alla forza dei contratti già stipulati; agli imperativi dei numeri. Perché chiunque potrà ricordargli che questi  contratti e questi condizionamenti esistevano anche prima che i 5Stelle andassero al governo, e certo allora nessuno perdonava per essi il Partito Democratico. Insomma, Di Maio, con le audaci dichiarazioni da Vespa, ha posto gli allegati di governo dinanzi all’alternativa di salvarlo da una cattiva figura cui pure si è esposto  volontariamente, oppure di far cadere il governo. Per giunta nell’imminenza del momento in cui bisogna votare la legge di stabilità. In queste condizioni è probabile che Salvini e compagni lo salvino con un compromesso qualunque, ma si può mettere ambedue le mani sul fuoco che, se a ciò saranno costretti, non lo dimenticheranno certo e alla prima occasione gliela faranno pagare con gli interessi.
Ma almeno, dopo tutto questo, Di Maia potrà cantare vittoria? Certamente no. Non soltanto perché i suoi critici – anche all’interno del suo partito – hanno una lunga lista di cose da rimproverargli, come si è visto, ma soprattutto oerché la sua vittoria significa anche minori entrate dal condono, per lo Stato. E Dio sa se le risorse fossero sufficienti, già  prima di questo taglio.
Le cose non vanno poi molto meglio per Salvini, pure se è vero che, almeno, per lui, non c’è il rischio di una defenestrazione. Ma certo l’immagine del capitano che non si arrende mai - né dinanzi alla Francia, né dinanzi all’Europa, né dinanzi ai magistrati italiani – ne rimarrà scalfita eccome. Fra l’altro, anche se il progetto più bisognoso di finanziamenti era il reddito di cittadinanza, certo non favorirà l’azione di governo il mancato gettito di un sostanzioso condono.
Insomma, se Dio Maio perde, rischia la catastrofe. Se vince, avranno problemi Salvini, il governo e lui stesso. Il quale Di Maio, in questa occasione, ha fatto una figura tale che Crozza, imitandolo, non è riuscito a far ridere. L’originale era più comico della copia.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com 
20 ottobre 2018, ore 15,15

Pubblicato il 20/10/2018 alle 13.16 nella rubrica Diario.

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