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CARNE DI PECORA

Siamo tutti figli del nostro passato, e dunque bisognerà perdonarci se, per spiegare un concetto, a volte ricorriamo a qualcosa che abbiamo vissuto. 
Sin da ragazzo mi sono accorto di quanto l’essere noi stessi falsi il nostro giudizio. La stragrande maggioranza dei misogini erano uomini e la stragrande maggioranza degli antisemiti non erano ebrei. Sicché mi sono proposto di considerare sempre con estremo sospetto qualunque punto di vista che fosse in linea con i miei interessi. 
In questo campo mi sono rimasti in mente due episodi. Una volta il mio più grande amico fra i diciassette e i vent’anni – periodo nel quale sono stato particolarmente depresso – mi confessò che in più di un’occasione mi aveva attaccato crudelmente, accusandomi anche di difetti che non avevo, non ricordo più a quale scopo. Forse per scuotermi. Certo è che avevo incassato senza difendermi. Ciò era in linea con la mia idea secondo cui tutti tendiamo a difenderci al di là del giusto. Solo perché ci amiamo. La naturale contromossa al riguardo è credere al peggio, quando la fonte non è chiaramente malevola. “Nessuno ha di sé la cattiva opinione che ha di lui il suo migliore amico”.
Il secondo episodio è nella stessa linea: ma stavolta ero incontestabilmente colpevole. Studiavo musica e una volta eseguii un notturno di Chopin di fronte a un amico. E costuì mi stroncò. Suonavo come una pianola, mi disse. Non tenevo conto di indicazioni come crescendo, diminuendo, staccato, e via dicendo. Per tre anni, il mio maestro non me l’aveva mai fatto notare. Dunque era vero che suonavo malissimo. Mi sentii così profondamente umiliato, condivisi così caldamente la critica di quel competente che, invece di correggermi, chiusi per sempre il pianoforte. 
In seguito, non ho combinato niente nella vita, ed ho spesso onestamente sostenuto di aver pienamente meritato la povertà e l’oscurità. E anche quando ho dovuto ammettere che ho sempre avuto bei rapporti umani, ho sempre concluso che ciò non toglie che, socialmente, sia stato e sia un disastro.
Questo sforzo di obiettività ha avuto conseguenze anche dal punto di vista politico. Per esempio, stimo la democrazia come il miglior regime possibile, ma assolutamente non me ne nascondo i difetti. Anzi, la loro lista è lunga e, stranamente, un difetto lo condivide con la monarchia assoluta. Il re, avendo ogni potere, usa questo potere a proprio vantaggio, piuttosto che a vantaggio del popolo. In democrazia il sovrano è il popolo, e anche il popolo usa il potere per favorire la maggioranza della popolazione, certo non costituita da ricchi. Mentre lo zar considerava i mugik più o meno al livello delle loro vacche, il popolo si sente in diritto di considerare i ricchi vacche da mungere. Con una differenza. Mentre il leone è un predatore senza scrupoli, l’uomo – lo ha acutamente osservato Nietzsche – è un predatore che ha un bisogno in più: quello di darsi ragione dal punto di vista etico. Dunque il popolo traveste la propria avidità da dovere morale e la chiama solidarietà fra classi. Naturalmente questo dovere è sentito più da quelli che dovrebbero beneficiarne che da quelli che dovrebbero finanziarlo. E siccome io mi sforzo di non far parte di nessuna classe, confesso che trovo urticante sentir parlare con aria compunta del dovere di “ridistribuzione della ricchezza”. Non è un dovere, è un interesse dei più. Non è ri-distribuzione ma distribuzione, anzi trasferimento. E non ha niente a che vedere con la morale. Morale è chi regala il proprio, non chi vuole l’altrui. Comunque, nella realtà com’è, chiunque dichiari di fare gli interessi del popolo (come fa ad esempio Luigi Di Maio) può star sicuro di trovare orecchie benevole. 
Bisogna rassegnarsi: demagogia e democrazia sono inscindibilmente collegate e rimane soltanto da chiedersi se nella stessa democrazia esista un contrappeso all’egoismo della maggioranza. E forse esiste. La demagogia prospetta al popolo grandi e facili vantaggi, a costo irrisorio, ma l’esperienza insegna che i grandi e facili vantaggi, a costo irrisorio, sono proprio quelli che offrono i truffatori. È più serio il proverbio che insegna: “La pecora si tosa, non si uccide”. Chi la tosa e la munge, ne trae profitto per anni; chi la uccide, la mangia una sola volta. 
Il limite all’avidità dei molti è costituito dai risultati finali. La più grande impresa italiana è stata a lungo la Fiat. Poi la mentalità (e le leggi) anti-ricchi e anti-padroni hanno operato per decenni e il risultato finale è stato che in Italia non c’è più la Fiat. È stato un vantaggio, per i lavoratori? Soprattutto pensando che, come la Fiat, è fuggita dall’Italia una miriade di imprese, piccole e grandi. E infatti il mondo va avanti e l’Italia è ferma almeno da un decennio. Ora si vuole ammazzare l’euro e la stabilità monetaria e rischiamo di fare un’unica scorpacciata di carne di pecora. Chissà che non riusciamo a pagarla col reddito di cittadinanza.
Gianni Pardo, giannipardo1@gmail.com
3 ottobre 2018

Pubblicato il 3/10/2018 alle 7.14 nella rubrica Diario.

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