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L'OCLOCRAZIA ITALIANA

Dicevano all’incirca gli scettici: “La verità non esiste e, se esistesse, sarebbe inconoscibile”. E tuttavia bastava chiedergli: “Ma è vero ciò che dici?” perché la teoria crollasse. Qualunque risposta avrebbe distrutto l’assunto.
Un caso consimile è quello della democrazia. Tutte le libertà politiche che assicura la democrazia devono includere la libertà di tentare di rovesciare il sistema democratico? Se sì, si rischia di perdere la democrazia, se no si limita grandemente la libertà politica. 
Quest’ultimo dilemma somiglia a quello che hanno tante volte i genitori. Che deve fare un padre assolutamente certo che, sposando l’uomo che ama, sua figlia si metterà nei guai e avrà modo di pentirsene amaramente? Basti ipotizzare che il fidanzato è gravemente malato di Aids o la sposa soltanto perché è ricca. Se il padre tenta con tutti i mezzi d’impedire quell’unione, commette reato. Se non si oppone, permette che sua figlia rovini la sua vita o addirittura muoia.
Qualcosa di analogo si è verificato nel 1947. I costituenti erano per la maggior parte persone anziane che avevano vissuto con lucida coscienza vent’anni di fascismo e avevano sotto gli occhi le macerie di un’Italia distrutta da un’avventura bellica imperdonabile. Dunque volevano rendere impossibile il ripetersi di quella tragedia. Per questo impedirono che l’Italia avesse un governo forte e stabile, o che un uomo solo potesse avere troppo potere. Lodevoli intenti, ma il risultato è stato che l’Italia ha avuto governi che solo molto raramente hanno completato la legislatura, Presidenti del Consiglio sostanzialmente col solo potere di sedere a capotavola (ecco perché non bisognerebbe chiamarli Premier) e in sostanza un Paese non realmente governabile. Uno dei marchingegni escogitati per impedire un ritorno all’autocrazia fu quello di sfasare la durata della legislatura dalla durata della carica del Presidente della Repubblica: cinque anni e sette anni. Essendo così fatale che per molti periodi di tempo Presidente e maggioranza fossero di segno politico diverso.
L’Italia si è acconciata a questo sistema per molti decenni, ma attualmente si sono attivati meccanismi nuovi e tutto è rimesso in discussione. Prima si è a lungo pensato che il sistema fosse e dovesse essere infrangibile – e da questo le spropositate, corali genuflessioni dinanzi alla Costituzione – ora si è passati al sentimento opposto. L’establishment va buttato giù. Le élite, non che meritare di essere riverite, sono colpevoli dei mali attuali della nazione e vanno messe da parte. Visti i risultati della sua azione, la competenza non merita rispetto (“uno vale uno”). Insomma bisogna rifondare la società. Bisogna restituire tutto il potere al popolo, e questo superando i formalismi giuridici e perfino le regole costituzionali. Se i partiti che hanno vinto le elezioni indicano una certa lista di ministri, il Presidente della Repubblica deve soltanto controfirmarla. Perché i partiti vincitori rappresentano il popolo e il Presidente no. 
I sostenitori del “popolo” mostrano di non sapere o di non ricordare che il popolo non può governare direttamente, può farlo soltanto attraverso i suoi emissari. Se lo fa attraverso una piramide di eletti (dagli assessori dei più piccoli comuni, su su, secondo un lunghissimo cursus honorum, fino al Presidente della Repubblica) si ha una progressiva selezione di coloro che sono autorizzati a mettere le mani sulle leve del potere. Se, al contrario, si cerca di tornare alla democrazia diretta della polis greca, il popolo è fatalmente vittima dei demagoghi. Infatti, per cultura giuridica, politica ed economica, il popolo non è attrezzato ad accorgersi dell’insostenibilità (o della pericolosità) di certe proposte. Ad esempio, chi predicasse l’abolizione delle tasse rischierebbe di essere assordato dagli applausi, ma questi applausi verrebbero da gente spensierata, che crede che i servizi statali, dalle scuole ai carabinieri e alle strade, resterebbero gli stessi, se lo Stato non disponesse del denaro necessario a farli funzionare. L’esercito è una spesa inutile, per i demagoghi: alla sicurezza della Patria penserà il buon Dio. E poi la guerra è passata di moda. E così di seguito.
Ecco perché è veramente triste che la parola oclocrazia (governo della plebe) sia tanto meno conosciuta della parola democrazia. L’oclocrazia è l’esagerazione della democrazia e ne mostra i difetti. Alla dittatura si giunge quando il popolo si convince che finalmente un uomo ha capito ciò che esso vuole ed è pronto a realizzarlo, se necessario con la forza. Lo diceva già Aristotele.
Oggi siamo alla oclocrazia. La dimostrazione l’abbiamo nel famoso “Contratto” di M5S e Lega. In esso si hanno programmi che importano spese per centoventi miliardi di euro e fondi per coprirle che ammontano a cinquecento milioni, un duecentoquarantesimo delle spese. Chi si presentasse con un simile progetto nel consiglio comunale di un villaggio di mille abitanti, sarebbe buttato fuori a calci. E invece in Italia oggi più del 50% dei cittadini sono disposti a votare per coloro che propongono esattamente questo documento.
Se un Presidente cerca di evitare la nomina di un ministro che, col suo solo apparire, allarmerebbe i mercati e i soci europei, il risultato è che viene accusato di alto tradimento. Applicare la Costituzione è divenuto alto tradimento. 
A questo punto si potrebbe dire che, se l’Italia vuole mettersi nei guai, bisogna lasciarla fare e poi godersi lo spettacolo (i “popcorn” attribuiti a Matteo Renzi). Ma non credo che il padre di quella figlia ne ricaverebbe alcun divertimento.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
31 maggio 2018

Pubblicato il 31/5/2018 alle 8.30 nella rubrica Diario.

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