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IO PERSONALE, IO IMPERSONALE

In ognuno di noi convivono un io personale e un io impersonale. Di fronte ad ogni dubbio sentiamo che potremmo comportarci come chiunque altro – e questo è l’io impersonale – o potremmo comportarci in un modo che corrisponde alla nostra natura e alle nostre convinzioni. “Io soffro di un eccesso di io personale”, dicevo già da adolescente. E infatti in quegli anni sono stato un totale disadattato.
L’io impersonale è tutt’altro che trascurabile. È la voce dell’ambiente, del condizionamento, della società. Della morale, a conti fatti. Infatti morale significa “costumi” e dunque modelli correnti di comportamento. Chi non desse nessun ascolto a quella voce forse finirebbe in galera. Però è anche vero che essa è invadente e importuna. Spesso prova ad imporci comportamenti cervellotici, che però a tutti sembrano normali. Per esempio, soprattutto in passato, era talmente pericoloso astenersi dalle irrisioni degli omosessuali, che parecchi di loro, per non farsi identificare, si davano anch’essi ad irridere gli omosessuali. Ebbene, io questo non l’avrei mai fatto. Non avevo molte speranze di integrarmi. 
Del resto, ero tutta una collezione di “stranezze”. Davo del lei alle prostitute. Difendevo un cavallo se lo vedevo frustare per strada. Amavo la scuola ma non per questo studiavo più del minimo. E durante il compito in classe, anche se tutti copiavano, non copiavo da nessuno. 
Da vecchio, faccio ora l’ipotesi che perfino le nazioni abbiano un io impersonale. L’io spartano per esempio imponeva il militarismo, il coraggio, la devozione allo Stato. Non era concepibile che qualcuno dicesse: “Io preferisco occuparmi di letteratura”. E infatti non ricordo nessun autore che fosse uno spartiate. Viceversa l’io impersonale italiano, rispetto ad altri, non è invadente. Impone un moralismo di facciata ma in compenso l’io personale è estremamente benevolo nei confronti di sé stesso. Così si spiega come il coro dei moralisti sia assordante, mentre il livello di civismo e di onestà in generale non sia tale da soffocarci.
Tutto ciò può rendere molto curiosi riguardo ad una società in cui l’io impersonale è potentissimo. Ci si può infatti chiedere come funzioni una società, come quella giapponese, in cui l’impersonale è talmente forte che, pure se ho la massima stima di quel Paese, avrei paura a viverci. Quale spazio è lasciato al singolo di essere sé stesso? Io vado in giro in sandali, senza calze, in estate come in inverno. Qui è considerata una semplice stranezza, in Giappone la cosa sarebbe notata o no? In Italia, se qualcuno ne ha voglia, mi chiede: “Non hai freddo ai piedi?”, mentre nella buona società inglese nessuno lo farebbe (quanto meno se dà ascolto al suo io impersonale), perché quella domanda costituisce una personal remark, che nessuna persona beneducata si permette. Ma è soprattutto in materia di dovere e di onore che l’io impersonale giapponese appare talmente severo da richiedere perfino sacrifici umani.
In questo senso il bushido, l’antico codice di comportamento dei samurai, suscita insieme una reverente ammirazione e una sfumatura di terrore. Il samurai è intransigente riguardo al proprio dovere di onestà, lealtà, giustizia ed eroico coraggio. Deve sempre essere veridico (al punto che per lui non esiste la “parola d’onore”, tutte le sue parole sono d’onore), e infine anche gentile e compassionevole. Bellissima la motivazione per il rifiuto di essere crudeli: il samurai è gentile anche con i nemici perché è talmente forte, da non aver bisogno di dimostrare la sua forza. Interessante è anche vedere chi è il giudice di questo comportamento: è lo stesso samurai. È a sé stesso che deve rispondere dell’adempimento del proprio dovere. È lui stesso che deve condannarsi a morte (seppuku) in caso di violazione. 
Un simile uomo è superiore agli altri non tanto perché eccelle nell’uso delle armi, quanto perché si è costruita una personalità adamantina di superuomo. Un’immagine di sé che rischia di pagare con la vita, ma che gli darà sempre una confortante, inattaccabile autostima.
Infine ci si può porre un quesito: questa mentalità sarebbe buona o cattiva, se la si adottasse per l’intera società? È ovvio che, in un mondo di lupi disonesti, l’individuo isolato che seguisse quelle regole si porrebbe in condizioni d’inferiorità. Viceversa, se quelle regole fossero seguite da tutti, in quella società ideale si vivrebbe molto meglio che altrove. 
In un Paese come il nostro, bisogna provare a vivere secondo il bushido ma senza esagerare, in modo da proteggersi da chi non l’adotta. Bisogna amare le gare di generosità, ma bisogna rispondere all’occasione pan per focaccia e perfino battendo in slealtà l’avversario sleale. I nostri migliori principi servono a far vivere bene noi, non a permettere agli altri di approfittare di noi. 
E così finisce che il consiglio migliore rimane quello di Epicuro: lathe biosas, vivi nascosto. Se si ha la possibilità di vivere da eremiti, nella propria casa, con un buon compagno o una buona compagna, si è più ricchi che possedendo un impero.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
1° maggio 2018

Pubblicato il 1/5/2018 alle 9.32 nella rubrica Diario.

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