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COMANDARE ED OBBEDIRE

Comandare, ecco un verbo che fa paura sia dal lato di chi comanda sia dal lato di chi obbedisce. Chi comanda teme di non essere obbedito, chi obbedisce lo fa per il timore di un male maggiore. E tuttavia Nietzsche ha aggiunto a questo schema un’osservazione più acuta, quando ha affermato che nessuno fa paura agli altri se non fa paura anche a sé stesso. Probabilmente voleva dire che per essere veramente temibili bisogna che dal nostro comportamento traspaia una sorta di rancore e di volontà di vendetta. Come se non si aspettasse che l’occasione per mordere: atteggiamenti che di solito nascono da conflitti irrisolti, da frustrazioni e perfino da squilibri psichici. 
Una volta Silvio Berlusconi fece scandalo chiedendosi se fosse sano di mente uno che sceglie la carriera di Pubblico Ministero. La gaffe era spaventosa non perché l’interrogativo non fosse legittimo, ma perché manifestato pubblicamente. Inoltre egli avrebbe fatto bene a distinguere il carabiniere o il magistrato che fanno soltanto il loro mestiere e si attivano nell’interesse della società, dagli accusatori d’assalto, cioè coloro che vanno a cercare i “cattivi” per punirli e si sentono i crociati del Bene, oltre che i portabandiera del loro partito. In questo caso non abbiamo la figura di un uomo che fa il suo mestiere per dovere, ma di qualcuno che gode all’idea di infliggere un dolore, sia pure per il bene del Paese. E non ci si può impedire di pensare che stia obbedendo anche a pulsioni sue personali, che stia proiettando al di fuori di sé i suoi conflitti personali, fino ad essere repressivo nei confronti di chi gli provoca delle frustrazioni perché più ricco, più famoso, più potente. O anche, semplicemente, un avversario politico. Un po’ come il fustigatore di omosessuali che chiaramente soffre di un’omosessualità latente di cui si vergogna a morte. Ma con questo ci allontaniamo dall’argomento.
Comandare è un eccellente rimedio per controbilanciare l’affliggente sentimento della propria insignificanza. È questa la ragione per la quale bisogna essere rispettosissimi, se si ha da fare con vigili urbani, poliziotti della stradale o uscieri del Ministero. Queste persone - che per livello sociale sono più vicine alla base che al vertice - sono professionalmente chiamate a dare occasionalmente ordini a persone più importanti di loro e per questo vivono nell’angoscia di non essere presi sul serio. Di essere disprezzati, e al limite perfino di essere puniti per aver fatto il proprio dovere nei confronti di un potente (“Il vigile”, film di Alberto Sordi, ispirato ad una vicenda di cronaca). Per questo è più facile discutere col colonnello che col caporale: il colonnello mette in campo la sua tesi, il caporale mette in campo la sua autorità.
Conosco una signora che, avendo una casa molto grande, ha delle collaboratrici cui dà sempre lei e non dà mai ordini: si limita a chiedere dei favori. Sicché sembra di vedere due amiche che si occupano dello stesso lavoro. Non è necessario dire che la casa splende e le collaboratrici l’adorano. 
Il comando trasforma chi comanda in una belva e chi obbedisce è in uno strumento riottoso. Inoltre è la dimostrazione che si è fallito un approccio migliore: infatti le indicazioni del capo stimato sono seguite volentieri, essendo coscienti che si migliorerà il risultato finale. Nessun orchestrale si sarebbe sognato di non accettare i consigli di un direttore come Claudio Abbado, proprio perché quel genio della bacchetta era stimato da tutti. Mentre se si è un Generale a tre stelle, e si è costretti ad obbedire ad uno stupido Generale a quattro stelle, si invidia Diogene. 
Il mondo della gerarchia ha in sé qualcosa di odioso. Per chi ha un’anima che soffre il solletico c’è qualcosa di inelegante, e al limite di disgustoso, nel dare ordini. Il maître dà ordini secchi ai camerieri; il principe, se ha bisogno di un’altra forchetta, la chiede per favore.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
26 aprile 2018

Pubblicato il 26/4/2018 alle 6.58 nella rubrica Diario.

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