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LA CAUSA DEL CAOS POLITICO

L’attuale situazione politica italiana è talmente confusa che i commenti dei più grandi giornali e dei più grandi politologi si riassumono in un gigantesco: “Non lo so”. Ma se non possiamo prevedere il futuro possiamo almeno tentare di capire il passato. 
Quando il “partito di Beppe Grillo” ha cominciato ad avere successo, molti se ne sono meravigliati. Perché esso era tutto ciò che un partito non deve essere: utopico, protestatario, volgare, moralista, confuso, digiuno di economia, privo di un’ideologia e di una classe dirigente, poco democratico, estremista, forcaiolo, arrogante e solipsista. L’osservatore non finiva di enumerarne i difetti e tuttavia i suoi consensi sono aumentati costantemente fino allo strabiliante 32,5% del 4 marzo 2018. Ma da allora sono cominciati i problemi. Finché esso è rimasto all’opposizione, le conseguenze della sua impostazione non sono state evidenti. Invece, nel momento in cui è sceso sulla Terra e si è apprestato a governare, i nodi sono venuti al pettine. E si è rivelata la sua profonda natura antisistema.
Sin dalla nascita, il Movimento si è contrapposto frontalmente ed ontologicamente a tutti i partiti e non ha ritenuto concepibile un’alleanza con nessuno di loro. Ha dunque posto a sé stesso e ai propri sostenitori il traguardo del 51% dei voti, per poter governare da solo. Il risultato, per l’intera legislatura, è stato ovviamente l’irrilevanza. Ma il fatto di essere ontologicamente diverso dagli altri partiti lo ha dispensato dall’obbligo di adattarsi alla realtà. E così, mentre criticava tutti e tutto, ha potuto non tener conto né della situazione economica, né degli impegni sovrannazionali, né della politica internazionale. 
Il suo programma era mitologico, essendo stato scritto e modellato sulla protesta di 35.000 perdigiorno, dediti a scrivere su internet (il “sacro Web”), ma nessuno poteva rimproverarglielo, perché nessuno pensava seriamente a realizzarlo. Né importava che fosse inconciliabile con i programmi di altri partiti, perché nessuna alleanza con loro era prevista.
Poi, avvicinandosi le elezioni del 2018 e prevedendosi un grande successo, il Movimento si è posto il problema di come amministrarlo. Ormai era talmente grande da essere statisticamente impossibile che fra i pentastellati non ci fosse una persona ragionevole, e così si cominciò ad ammettere che il 51% dei voti era impossibile. Bisognava essere più realisti e un programma come quello vagheggiato per anni sarebbe stato un handicap. Ed ecco che lo si è stravolto senza nemmeno avvertire quelli che lo avevano votato, e sperando che tutti lo dimenticassero. I progetti di cui si è parlato sono rimasti utopici, ma hanno cominciato a mostrare dei temperamenti e delle adattabilità. Pur continuando a proclamare la propria purezza e inassimilabilità, il Movimento ha cominciato a prendere in considerazione delle alleanze, anche se l’ha fatto in modo assurdo. Normalmente infatti un’alleanza risulta dalla convergenza delle idee e dei vantaggi e invece il Movimento ha inalberato il principio dell’alleanza “con chi ci sta”, “per realizzare il nostro programma”. Così ha cominciato a mettersi nei guai. Infatti “con chi ci sta” corrisponde a confessare che non si hanno idee, o che comunque non se ne tiene il minimo conto. Ci si può associare con chiunque quando non importa come la pensa e come agisce. Il che, per chi si propone come modello di morale, non è il massimo. 
In secondo luogo, chi dice agli altri che l’alleanza servirà a realizzare il suo programma, non cerca degli alleati, cerca dei convertiti. Se volete essere cattolici, dovete rinnegare i vostri dei, accettare i nostri dogmi ed obbedire al Papa. Con in più l’obbligo di non pretendere niente. Per voi è un sufficiente onore il permesso di servirci. 
Il risultato è stato quello che si poteva prevedere. Un’alleanza col Movimento si è rivelata impossibile ancor prima che si discutesse di programmi. Ecco perché si è parlato di ontologia. Per i “grillini” non si tratta di armonizzare i propri programmi con quelli altrui, si tratta di rigettare gli altri partiti semplicemente perché non sono il Movimento. Se alla fine esso si alleasse col Pd (cosa molto improbabile) rischierebbe la scomunica del suo elettorato.
Questo partito non è inutile, è nocivo e antisistema. Non ha capito che la democrazia non prevede patrizi e plebei, buoni e cattivi, presentabili e impresentabili. Non è il sistema delle scomuniche, è quello della tolleranza, degli accordi con scambio di vantaggi e dei compromessi perfino ideologici. 
È a causa di questi difetti coessenziali alla natura del Movimento 5 Stelle che il Paese si trova in un vicolo cieco. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
25 aprile 2018

Pubblicato il 25/4/2018 alle 14.20 nella rubrica Diario.

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