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NEL LUNGO TERMINE SAREMO TUTTI MORTI

Pare che la frequente citazione di John Maynard Keynes, secondo la quale: “Nel lungo termine saremo tutti morti”, sia spesso usata a sproposito. Molti pensano che quell’economista abbia voluto dire che non vale la pena di preoccuparsi per il futuro, cosicché si possono anche contrarre enormi debiti e lasciarne il peso alle generazioni future. Quando i nodi verranno al pettine, noi non ci saremo più.  
In realtà, la citazione è incompleta. Eccola nella sua interezza: “The long run is a misleading guide to current affairs. In the long run we are all dead. Economists set themselves too easy, too useless a task if in tempestuous seasons they can only tell us that when the storm is past the ocean is flat again”. Il lungo termine è una guida fuorviante per amministrare gli affari correnti. Nel lungo termine saremo tutti morti. Gli economisti si assegnano un compito troppo facile e troppo inutile, se in stagioni tempestose tutto ciò che possono dirci è che quando la tempesta sarà passata l’oceano sarà di nuovo piatto. Con queste parole Keynes criticava gli economisti fiduciosi nella “mano invisibile” di Adam Smith, e dunque convinti che, col tempo, le cose si sarebbero aggiustate da sé. La sua idea era che, in momenti di stasi produttiva e occupazionale, lo Stato dovesse rilanciare l’economia. 
Se l’economia ristagna, argomentava, è perché la gente non spende, e non lo fa perché, non avendo un lavoro, non ha soldi. Se invece lo Stato effettua grandi investimenti e dà un lavoro ai disoccupati, questi guadagnano, spendono e richiedono beni che le industrie devono produrre. Le imprese dunque, per produrli, assumono operai, riducono la disoccupazione e l’economia riparte. Credo che questo meccanismo congiunturale sia stato chiamato “acceleratore”. 
Purtroppo, la teoria di Keynes ha subito parecchi gravissimi infortuni. Dal momento che autorizzava a spendere in deficit, molti governi, incluso il nostro, si sono messi a fare debiti, nella vaga speranza che poi l’economia li ripianasse da sé. Di fatto hanno creato un debito pubblico colossale, i cui soli interessi in Italia pesano sui 60-80 miliardi l’anno. E presto (cessando il Quantitative Easing) anche di più.
Tutti hanno fatto finta di dimenticare che l’acceleratore era un meccanismo congiunturale, non qualcosa da usare stabilmente. E invece l’idea che fosse virtuoso contrarre debiti è stata per decenni la dottrina ufficiale. Abbiamo scioccamente creduto che, frustando continuamente un cavallo, questo aumentasse sempre la sua velocità. La conseguenza è stata il nostro debito pubblico.
 Il fanatismo corrente è arrivato al punto che molti hanno creduto che la teoria era avrebbe funzionato anche se il denaro stampato dallo Stato fosse servito a pagare gli operai perché scavassero delle buche per poi riempirle di nuovo. L’essenziale era dare loro un salario. E da questo assunto qualcuno è passato alla conclusione - logica, dopo tutto - che l’essenziale non fosse produrre qualcosa, ma distribuire denaro, “con l’elicottero”. Dunque si poteva darlo direttamente, con sussidi e regalie. Abbiamo forse dimenticato che ancora recentemente Matteo Renzi si vantava di avere dato ottanta euro mensili in più a tutti i lavoratori, naturalmente per rilanciare l’economia? 
Ma, obiettano molti, l’applicazione della teoria di Keynes contribuì alla ripresa dell’America e del mondo, dopo la crisi del ’29. Quella fu la prova sperimentale della teoria, e neppure gli innumerevoli disastri successivi gli hanno fatto cambiare opinione. Ancora oggi, in presenza di una gravissima crisi come la nostra, moltissimi invocano “grandi investimenti pubblici”. E per questo vorrebbero ottenere dall’Europa il permesso di dilatare il nostro già astronomico debito pubblico.
L’episodio del ’29 ci è costato moltissimo. Non basta che un rimedio abbia funzionato una volta. Nella scienza una volta non conta. Se una soluzione è giusta, deve funzionare sempre. Post hoc, una volta,  non significa propter hoc. 
Ed anche a voler ammettere che la teoria Keynes sia perfetta, storicamente è certo che l’applicazione delle sue teorie, per come sono state intese dai governi, ha avuto effetti catastrofici. E quando una teoria economica è disastrosa in concreto, poco importa se sia giusta in astratto. Vale anche per il marxismo. 
Purtroppo, in questo caso, anche la teoria è discutibile. Anche se temporanei e anche se apparentemente applicati a strutture economicamente sane e produttive, gli investimenti statali non sono da raccomandare. Infatti, quando le condizioni ottimali non si mantengono, non per questo le imprese pubbliche chiudono. E dunque divengono un peso per la nazione. Poi, se ci fossero le condizioni per investimenti produttivi, questi investimenti li farebbero i privati (anche stranieri). Se al contrario i privati non intraprendono, perché mai lo Stato – notoriamente pessimo imprenditore – dovrebbe fare profitti quando le imprese private non reputano di poterne fare? Se non c’è spazio per fare profitti, lo spazio non c’è né per i privati né per lo Stato.
E qui si viene al nocciolo della questione. Per molti lo Stato dovrebbe essere un imprenditore migliore dei privati perché, come direbbe Marx, non incassa il plusvalore (il compenso del capitale). Dunque ridistribuisce tutta la ricchezza che produce. Il fatto è, però, che non la produce. Lo Stato opera infatti pressoché costantemente in perdita. Traduciamo la cosa in cifre. Se una grande industria investe un miliardo ed ha un utile del 3%, ne ricava trenta milioni. Se lo Stato investe un miliardo e perde il 10%, sono cento milioni che il contribuente deve pagare. Così si attua un trasferimento di denaro dal lavoro produttivo (quello dei contribuenti) al lavoro improduttivo (quello dei salariati dello Stato). Il Paese si impoverisce.
L’impresa pubblica va molto facilmente in deficit perché non c’è il correttivo del fallimento. E infatti la verità vera è che tanti chiedono l’intervento dello Stato non perché esso sia un buon imprenditore, ma al contrario perché può permettersi di continuare a pagare salari, mentre opera in perdita. Con danno della nazione. 
Abbiamo bisogno di meno Stato, non di più Stato. Non soltanto il prodotto interno lordo già appartiene allo Stato per metà, ma l’Amministrazione mette becco in tutte le attività, rendendole onerose, con un fisco pesante e infiniti adempimenti. Gli stessi investimenti “istituzionali” (per scuole, carceri, ospedali) andrebbero effettuati non per creare lavoroma quando ce n’è assolutamente bisogno. Sono cose chiarissime anche per la famosa cuoca di Lenin, ma in Italia sembrano più astruse della teoria della relatività. 
A Keynes bisognava rispondere: il problema non è se fare, ma che cosa fare. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 marzo 2018

Pubblicato il 2/4/2018 alle 6.33 nella rubrica Diario.

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