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ORIGINE DEL DOMINIO DELL'IRREALTA' IN ITALIA

       Ho scritto un articolo la cui tesi era che l’ideologia fondante dell’Italia è l’irrealtà ed un amico mi ha chiesto quale fosse l’origine di questa caratteristica. Al riguardo - per chi non l’avesse fatto - è opportuno prima leggere l’articolo da cui è partita la discussione(1).

I popoli hanno a volte temperamenti diversi. Il popolo inglese, ad esempio, è forse il più alieno dalle favole. Può occasionalmente commettere degli errori (il sindacalismo eccessivo cui pose un freno Margaret Thatcher o la Brexit) ma perfino i suoi filosofi sono stati prevalentemente pragmatisti. Non conosco la ragione di questa caratteristica e purtroppo non conosco il perché della caratteristica opposta di noi italiani. 
Forse la spiegazione deve essere cercata nella storia. Fino alla seconda metà del XIX Secolo l’Italia, diversamente dalla Francia o dalla Spagna, non è stata unita. È dunque mancato un potere che rendesse lo Stato militarmente forte e in grado di competere con gli altri ad armi pari. Se ci chiedessimo il perché di questa situazione, potremmo trovarlo nell’assenza di un nucleo culturale e militare – come fu la Roma antica – capace di conquistare l’intera penisola, e soprattutto nella geografia. A differenza della Francia e della Germania, l’Italia è stretta e lunga e ci sono alte montagne che separano le varie regioni: la pianura padana dalla striscia costiera occidentale, e questa dalla striscia costiera orientale. Per non parlare delle due grandi isole, Sicilia e Sardegna. Dunque già la natura dei luoghi ha contribuito a rendere il Paese politicamente frammentato e militarmente debole.
Questa debolezza è stata fonte di molte umiliazioni ma, curiosamente, a fronte di questa inferiorità militare, l’Italia è stata a lungo una grande potenza intellettuale e artistica. A tal punto che gli inglesi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, considerandoci piuttosto un popolo d’artisti e di cantanti d’opera che di guerrieri, ci hanno perdonato ogni sorta di cattiva figura militare e di tradimento politico. I loro nemici erano i tedeschi.
Questo squilibrio fra la grandezza culturale e la serie di sconfitte militari ha avuto come conseguenza uno squilibrio nella rappresentazione di sé. Mal sopportando la realtà storica del loro Paese, gli intellettuali – caratterizzati dalle tendenze più artistiche ed umanistiche che scientifiche - hanno posto l’accento su altri valori. Hanno “dimenticato” i fatti negativi e a poco a poco hanno inventato un’altra realtà. Prima di questa realtà virtuale hanno convinto sé stessi e poi il popolo, attraverso le scuole dominate dal loro pensiero. V.Gioberti ha potuto scrivere un libro dal titolo: “Il primato morale e civile degli italiani”.
La realtà concreta è stata vista come qualcosa d’inferiore. Un professore di greco o di filosofia è sempre stato qualcosa di più di un ingegnere o di un professore di matematica; un politico moralista è apparso sempre migliore di un politico realista; un economista sognatore sempre superiore a un tecnico pragmatico. In Italia, come strumento di condanna, si è coniato l’aggettivo “ragionieristico”, intendendo che chi fa di conto è spregevole. Viceversa è da stimare chi fa bei sogni e ci invita a condividerli. E quando questo avviene in tutte le direzioni, l’ideologia fondante di una nazione diviene l’irrealtà.
Si spiega così come sia stato possibile che gli italiani abbiano potuto credere per vent’anni alle sciocchezze che raccontava il fascismo. Il regime – in parte per sopravvivere esso stesso – presentava gli italiani come guerrieri, conquistatori di imperi e primi nel mondo in tutti i campi. Quasi naturalmente santi, poeti, navigatori, scienziati. E gli intellettuali, per servilismo, per fare carriera, e perché lieti di ingannare anche sé stessi, gli tenevano il sacco. L’Italia degli Anni Trenta viveva nel delirio. A ripensarci oggi si rimane sbalorditi dinanzi ad una simile farsa nazionale. Ma lo sbalordimento è ingiustificato. 
Infatti, caduto il fascismo, il popolo è stato indotto dagli intellettuali di sinistra a credere a nuove fandonie, antifasciste stavolta, ma ugualmente gigantesche. Noi non abbiamo perso la guerra, perché siamo stati alleati degli Americani. L’ha persa il fascismo. I nostri partigiani hanno scacciato i nazisti dall’Italia. Nessun italiano è stato fascista. Va notato – a totale disdoro del livello della nostra élite – che molti degli intellettuali di sinistra erano fisicamente gli stessi intellettuali che, qualche anno prima, avevano incensato il fascismo. Avevano soltanto cambiato i sogni da raccontare. Si continuava a proporre alla nazione italiana un’immagine totalmente falsa di sé, senza mai chiamare l’Italia ad un bagno di umiltà, o a pentirsi di azioni ignobili come la dichiarazione di guerra alla Francia del 1940. Se proprio capitava di parlarne, se ne dava la colpa al solo Mussolini, come se una nazione non fosse necessariamente partecipe dei successi e degli insuccessi del suo governo. E del resto, come mai in Italia Mussolini era il solo responsabile di tutto, mentre per i crimini della Germania gli italiani reputavano responsabili assolutamente tutti i tedeschi? 
Come si vede, il fascismo non è stato la causa dell’irrealtà italiana, è l’irrealtà italiana che ha causato il fascismo, come ha causato anche il disastro successivo.
Il meccanismo è quello delineato. Gli intellettuali e gli artisti, sognando, hanno immaginato un mondo in cui gli italiani facevano bella figura, ignorando la realtà negativa. Poi ne hanno convinto il popolo che, essendo ignorante e privo di tradizioni realistiche, gli ha creduto. Gli stessi intellettuali hanno spinto il loro servilismo nei confronti del nuovo sovrano (il popolo) fino a nutrirlo di promesse economiche mirabolanti (il comunismo realizzato di cui parlava Marx) e ciò ha indotto i sindacati a formulare richieste assurde e rovinose. Analogamente, nella scuola, inseguendo ideologie utopiche e fumose (l’anti-nozionismo, il perdonismo culturale e il conseguente semi-analfabetismo), hanno rovinato le menti e la cultura della nazione. 
Chi non fa parte della consorteria rimane strabiliato dallo spirito gregario e dal servilismo dei nostri intellettuali, anche se in parte vanno perdonati in quanto vittime del mostro da loro stessi creato. Ma il risultato generale è che sul piano della concretezza l’intera nazione appare disorientata.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
22 marzo 2018
(1) http://giannip.myblog.it/2018/03/21/5767573/

Pubblicato il 23/3/2018 alle 9.16 nella rubrica Diario.

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