Blog: http://Pardo.ilcannocchiale.it

L'IRREALTA' COME IDEOLOGIA FONDANTE DELL'ITALIA

Questo articolo è notevolmente più lungo della media.
L'IRREALTA' COME IDEOLOGIA FONDANTE DELL'ITALIA
     E perché rischiamo di pagarla cara
Fino agli Anni Trenta del secolo scorso, l’Italia è stata un Paese povero, frugale, laborioso. I contadini rappresentavano ancora una buona percentuale della popolazione e il buon senso (quello che insegna il bisogno) era moneta corrente. Poi la catastrofe della Seconda Guerra Mondiale ridusse il Paese in macerie fisicamente e moralmente, al punto che, se vogliamo comprendere la nostra patria, non dovremo risalire né ai romani né al Rinascimento e neppure al Risorgimento: l’Italia che conosciamo è nata quando lo Stato e il fascismo si sono squagliati senza lasciare residui. A parte una rabbia e un rancore che ci fecero passare dalla monarchia alla repubblica. Ma una repubblica priva di Stella Polare. 
Il nuovo Stato nasceva male. Non era liberale, se è vero che metà circa degli italiani era comunista o paracomunista (cioè ancora totalitaria) e l’altra metà non era laica, dal momento che votava per un partito che si dichiarava cristiano. I valori cui tutti si attaccavano, pervicacemente per giunta, erano un cadavere e una bugia. Il cadavere era quello del fascismo: tutti facevano finta che fosse vivo, per poterlo uccidere ogni giorno. La bugia era che i partigiani fossero liberali (mentre erano in buona parte comunisti) e avessero vinto la guerra. Così si è parlato e si parla di valori della Resistenza (maiuscolo), dimenticando che quei valori li hanno messi in pratica per primi gli inglesi, li hanno teorizzati gli illuministi e li ha applicati la stessa “Italietta”. E questo mentre i partigiani sono stati pochi, insignificanti nell’ambito della guerra, comunisti e a volte non migliori dei fascisti che combattevano. Ma non ci difettava la retorica. Abbiamo subito cominciato a ubriacarci di parole. L’Italia per esempio è stata fondata sul lavoro, a differenza della Repubblica Francese, fondata sull’ozio.
Neppure il tanto sbandierato antifascismo può essere un’ideologia. A parte il fatto che forse in Italia fascisti non ce ne sono mai stati (a differenza della Germania, in cui assolutamente tutti furono nazisti), perché il fascismo è intellettualmente troppo povero per costituire seriamente un’ideologia. È stato soltanto un’autocrazia nazionalista e socialistoide, nulla di più. E comunque, quand’anche il fascismo fosse stato qualcosa di più consistente di ciò che realmente fu, la sua negazione non sarebbe per ciò stesso un’ideologia. Negando qualcosa sappiamo ciò che non è, ma non sappiamo ancora ciò che è.
Purtroppo i nostri intellettuali sapevano di non potere adottare il liberalismo (cioè i principi della vera democrazia) perché le due tendenze di fondo, come detto, erano quella comunista (cioè totalitaria ancor peggio del nostro fascismo) e la religione cattolica (anche se spesso di facciata e nella sua versione pauperistica, ma comunque ostile ai valori laici del liberalismo). Dunque gli italiani o votavano per una di quelle due ideologie oppure si dedicavano a “coltivare il loro giardino”, senza pensare ad altro. Se non proprio “Franza o Spagna purché se magna”, certo un popolo di filistei. Al punto che in fondo nemmeno il comunismo ha seriamente attecchito, da noi. Si è nutrito delle più plateali menzogne, delle più ingenue illusioni, fino all’implosione dell’Unione Sovietica, e poi, a poco a poco, l’abituale disprezzo per i vinti ha preso il sopravvento e il comunismo è stato dimenticato. Si è dissolto come il fascismo, senza lasciare residui, a parte il persistente utopismo.
Alcuni Paesi hanno una spina dorsale ideologica. L’Inghilterra ha la vicenda che portò alla decapitazione di Carlo I e la Francia ha la Rivoluzione Francese. Da noi l’idea di base, dopo la guerra, è stata dapprima la speranza della ricostruzione, e poi, realizzata questa (con grande merito), la speranza di un indefinito, costante miglioramento. Purtroppo un miglioramento conseguito con sempre minore sforzo, fin quasi alla gratuità. In altre parole, si è passati dalla coscienza del crollo di tutto, alla ricostruzione, al “Miracolo Economico” e infine alla sensazione che l’utopia fosse a portata di mano. L’ideologia fondante della Repubblica Italiana, da allora, è l’irrealtà.
Che di irrealtà sia piena la Costituzione si può anche comprendere. Si usciva dall’incubo e si tendeva al sogno. Gli italiani desideravano la pace, la libertà e soprattutto la prosperità nella giustizia sociale. Un paradiso in terra in cui avrebbero finalmente trovato applicazione gli ideali delle due grandi correnti che si affrontarono nella Costituente: l’utopia comunista e l’utopia cristiana. Ma forse gli stessi costituenti non immaginavano neppure che gli italiani avrebbero preso sul serio tutte le cose che avevano scritto in quel sacro testo. E invece gli italiani si sono fatta una religione di ciò che in quella legge è più fantastico. 
Non c’è nulla di male, nei sogni, se si sogna sapendo di sognare. O se si passa il tempo ad immaginare vicende meravigliose, anche nel mondo della politica. E infatti è a giusto titolo che Jonathan Swift fa parte della letteratura. Il guaio è quando si prova a realizzare i sogni. Perché normalmente, in questi casi, la realtà s’incarica di mostrarci presto e brutalmente il risultato dei conati utopici.
Normalmente, si è detto. Ma non sempre. E infatti il caso italiano è stato irrimediabilmente peggiorato da un’insolita fortuna che abbiamo scambiato per normalità. Chi per due o tre volte si butta dal primo piano, e non ne riporta brutte conseguenze, può pagarla cara se si convince che potrebbe farlo sempre, risparmiandosi la fatica delle scale. 
Mentre nel corso dei secoli l’Europa è stata pressoché costantemente teatro di guerre fratricide, dal 1945 abbiamo avuto settantatré anni di pace. Ciò fa sì che quasi nessun italiano abbia l’esperienza di una guerra e dunque non si sa più che cosa essa sia, veramente. Questo ricorrente flagello è divenuto talmente inverosimile che nessuno si mette a ridere leggendo l’art.11 della Costituzione, secondo il quale l’Italia “ripudia la guerra come mezzo per la soluzione delle controversie internazionali”. Ripudiare la guerra? E perché non anche il morbillo, la siccità oppure – voliamo più alto – l’egoismo? E che ha fatto la guerra, dopo essere stata ripudiata, si è risposata o si è ritirata in convento?
La maggior parte dei nostri compatrioti è talmente convinta che sia venuta l’era della pace universale, da reputare che le spese per armamenti siano superflue. Se non attaccheremo mai nessuno, e nessuno mai ci attaccherà, non sarebbe meglio usare quel denaro per nutrire i bambini affamati dell’Africa o per sviluppare l’auto elettrica? La verità è che questo spreco ce lo impone la Nato, cioè quei guerrafondai degli Stati Uniti. E noi obbediamo come babbei.
È un punto di vista delirante, naturalmente. Ma è impossibile convincere chi ha conosciuto soltanto la pace e non ha mai studiato storia. Le sue illusioni non sono mai state smentite dall’esperienza e dunque tende a prendere per pazzo chi lo contraddice. I più informati ci strizzano l’occhio dicendo che gli Stati Uniti hanno interesse ad averci dalla loro parte, dunque alla nostra difesa penseranno loro. Come se si potesse sempre contare sulla disponibilità altrui a versare sangue per noi, e come se si potesse essere indipendenti, in queste condizioni. 
E il peggio è che è andata così in tutte le direzioni. L’irrealtà ha sempre conquistato nuovi territori. Dopo la guerra, l’Italia lavorando duro si rialzò. Ma durò poco. Presto la legislazione parasovietica cominciò a mettere quanti più bastoni era possibile fra le ruote dell’economia capitalista e, se questa malgrado tutto per qualche tempo continuò a prosperare, fu malgrado lo Stato e grazie al fatto che gli italiani sono inventivi e capaci di non applicare le leggi. Ma lo Stato e i sindacati continuarono ad esagerare e il sistema cominciò a perdere colpi. Fu a questo punto che la politica trovò una brillante soluzione: interpretò la teoria economica di John Maynard Keynes nel senso che, spendendo stabilmente molto più di quanto si incassa, si rende prospera l’economia. 
Così, dagli Anni Settanta, abbiamo cominciato a spendere come marinai ubriachi e a far debiti. L’economia drogata bene o male ha continuato a tirare avanti ma il debito pubblico, che prima era soltanto notevole, è diventato grande, poi enorme, poi stratosferico e infine inverosimile. Cioè ha superato la comprensibilità umana. Oggi non soltanto il cittadino comune non riesce a rappresentarsi la massa di denaro che lo Stato dovrebbe restituire ai creditori, ma non riesce a rappresentarsi nemmeno la somma che paghiamo annualmente per interessi sul debito. Con l’intervento della Bce (che finirà fra non molto) paghiamo sui 60-70 miliardi annui (più o meno due o tre volte il costo del famoso “reddito di cittadinanza”) e dopo la fine del Quantitative Easing la bolletta degli interessi potrebbe salire a cento o duecento miliardi annui. Ma questo la gente lo ha considerato? E lo sa a quali guai andremmo incontro se smettessimo di pagare questi interessi? Meglio non chiedere. 
E questo non è l’unico capitolo finanziario dolente. Come ricorda Massimo Giannini sulla Repubblica del 19 marzo, è in previsione una manovra correttiva di 3-5 miliardi. Poi negli anni 2018-2019 potrebbero scattare le cosiddette “Clausole di salvaguardia” per un costo di trentadue miliardi. Infine dovremo emettere titoli pubblici per quattrocento miliardi e Giannini chiede: “I privati [visto che non lo farà più la Banca Centrale Europea] riusciranno ad assorbire il 74% nel 2018 e l’85% nel 2019” di questa somma?
Ma torniamo al passato. Con gli anni il ventaglio delle illusioni è divenuto sempre più vasto. Nel famoso Sessantotto le menti più pensose hanno scoperto che la cultura non ha bisogno di nozioni. Notizia eccellente, per gli analfabeti: significava che si può essere colti (e giornalisti, come vediamo ogni giorno) senza conoscere nulla. Poi gli scienziati di sinistra hanno scoperto che chi è bocciato ci rimane male, e la regola è divenuta che bisogna promuovere tutti. Come si vede ogni anno agli esami che concludono la scuola secondaria. Il livello culturale dei laureati naturalmente è sceso a livelli di barzelletta, ma che importa: quello che conta è il diploma di laurea, non la competenza che dovrebbe starci dietro. La scuola produce certificati.
I ricordi si affollano. Ad un certo momento un famoso leader sindacale sostenne che il salario è una variabile indipendente dai profitti dell’impresa. Quasi come sostenere che gli operai li paga lo Spirito Santo.  Né meno effetto fa ricordare che in materia di sanità lo Stato intendeva offrire il meglio, gratis, a tutti. E ora, nel Meridione d’Italia, provate a farvi curare seriamente dal Servizio Sanitario Nazionale. Se siete poveri, soltanto la preghiera potrà aiutarvi.
Per decenni abbiamo avuto, ed ancora abbiamo, una miriade di leggi non scritte che sono divenute articoli di fede. Nessuno può essere licenziato, e se qualcuno lo è qualche giudice lo reintegra nel posto che aveva perduto. Le imprese devono seguire criteri morali e continuare ad operare in Italia, anche in perdita. La ricchezza moralmente è un male, e comunque, a volerla considerare un bene, il problema non è come produrla, ma come distribuirla. A produrla ci pensa quello Spirito Santo che paga i salari degli operai. E comunque, oltre che contrarre ulteriori debiti, si può sempre togliere ai ricchi ciò che hanno: si chiama tassazione progressiva e imposta “patrimoniale”. 
Gli italiani hanno smesso di desiderare le cose, si sono convinti di “avervi diritto”. Si ha diritto a tutto, al lavoro, alla casa, alla felicità. Per poi arrabbiarsi quando queste cose non si ottengono. Ma nel frattempo i diritti hanno continuato a moltiplicarsi. Tutti hanno dei diritti al di sopra degli altri cittadini (se no, che diritti speciali sarebbero?) e così abbiamo i diritti del malato, i diritti dei bambini e, ultimi arrivati, anche i diritti degli animali. Non sapevo che la mia gatta fosse laureata in legge, ma a guardarla negli occhi lo sospettavo. E se questi diritti sono violati, si organizza uno sciopero e tutto rientra nell’ordine. Gli scioperi risolvono tutti i problemi. Del resto, non abbiamo scioperato contro la guerra del Vietnam, fino a vincerla insieme con i vietcong? 
La lista delle nostre follie è troppo lunga per un paio d’articoli. Bisognerà contentarsi degli esempi fatti. La sintesi è che, per decenni, abbiamo vissuto senza tenere conto della realtà. Siamo stati convinti che basta desiderare l’ideale perché esso sia realizzabile, e che basti chiederlo allo Stato. 
L’ubriacatura e la follia sono durate a lungo. Ma poco o molto tempo dopo, arriva fatalmente il momento in cui la realtà presenta il conto. E infatti ora siamo incastrati. Siamo costretti a comportarci bene, e perfino a pagare alti interessi su un debito mostruoso. Perché l’alternativa è tremenda: rischiamo il fallimento. Ormai abbiamo cominciato a scontare la follia dei nostri nonni e dei nostri padri. Prima abbiamo consumato più di quanto producessimo, oggi la nostra economia – con sforzo di tutti gli italiani – ha un “avanzo primario”, nel senso che produciamo più di quanto non consumiamo. Ma non ne godiamo. Perché una bella fetta della ricchezza prodotta se ne va per pagare gli interessi sul debito. Con l’unico vantaggio, come detto, di non essere dichiarati falliti. 
Per giunta, non è che a suo tempo quei soldi siano stati investiti in modo produttivo, cioè in modo che potessero beneficiarne le generazioni future. Furono semplicemente sperperati. Sprecati in sussidi, opere inutili, pensioni baby e ogni sorta di follia. Insomma l’Italia somiglia a qualcuno che ha messo volontariamente il collo nel cappio di un rapinatore, senza guadagnarci nulla e senza speranza di liberarsene. 
Oggi siamo al redde rationem. E a fronte di tutto questo abbiamo almeno un popolo preoccupato? Un popolo che si aspetta il peggio? Un popolo che si chiede se almeno basterà tirare la cinghia? Neanche per idea. La gente è convinta che, se non abbiamo la pacchia del reddito di cittadinanza e un impressionante calo della pressione fiscale, è perché i nostri governanti non hanno avuto la volontà di farci avere questi benefici. Perché non hanno avuto coraggio. E allora, forza! spingiamo avanti i più giovani, i più audaci, i più retti. Il Cielo ci ha finalmente mandato degli statisti del calibro di Di Maio e Salvini.
Per anni ho commesso l’errore di reputare che il voto per il Movimento di Grillo fosse un voto di rabbia, di rancore, di protesta. Una forma di rigetto dell’establishment. Ora ho letto che, secondo le ultime indagini demoscopiche, se oggi si andasse a votare, il successo del Movimento 5 Stelle e della Lega si amplierebbe, e mi rendo conto di avere sbagliato. Ho giudicato i miei compatrioti più intelligenti di quanto fossero.
Le formazioni che oggi appaiono più appetibili sembrano quelle capaci di formulare i piani di salvataggio più radicali, le modifiche più profonde dell’assetto sociale, le resistenze più coraggiose alle regole che – crede la gente - ci sono state imposte dall’esterno. Inoltre, nel momento in cui Forza Italia e il Partito Democratico sembrano in netta perdita di velocità, la tentazione del calcio dell’asino diviene irresistibile e non si ha più paura di esprimere il proprio desiderio più profondo: l’irrealtà al potere.
Come se non bastasse, la voglia di un miracolo è incentivata da un disagio economico-sociale che non è affatto diminuito, col passare del tempo. Né si è attenuata la rabbia per l’ottimismo ufficiale, di cui Matteo Renzi fu un campione. Dunque non si tratta più di protestare. Molti pensano che ben difficilmente i nuovi politici possano far peggio dei vecchi e si rivolgono alle formazioni capaci di formulare i piani di salvataggio più radicali, le modifiche più profonde dell’assetto sociale, le resistenze più coraggiose alle regole. All’irrealtà di una palingenesi gratuita. 
Non posso che cospargermi il capo di cenere. Non avevo capito a che punto i miei connazionali fossero capaci di sognare. Consideravo i programmi del M5s talmente inverosimili ed utopici, che ho sempre interpretato il voto per quel partito soltanto come un voto di protesta, come lo sfogo di chi ormai è arrivato al livello “Sansone”, punire tutti a costo di perire con loro. E invece i miei cari compatrioti avevano preso sul serio le promesse dei Cinque Stelle. Anzi, le prendono sul serio anche nel momento in cui i “grillini” potrebbero veramente andare al governo. Sono troppo sbalordito, per essere umiliato dal mio errore. 
“Ma – mi dirà qualcuno – perché escludi i miracoli?” E sia. Crediamo pure ai miracoli. Dopo tutto io sono uno e i votanti di M5s e Lega sono milioni. Se hanno ragione coloro secondo i quali la Lega e il Movimento possono salvare l’Italia, ci godremo i mirabolanti benefici che il Paese ricaverà dalla loro azione politica. Se invece sarà il disastro, forse gli italiani impareranno che due e due fanno quattro, che chi fa debiti e non li paga si mette nei guai, che non si può vivere a spese del prossimo, che da decenni abbiamo perso la testa.
Ma sono speranze molto limitate, le une come le altre. Come credere che possa ritrovare il senso della realtà un intero popolo che è riuscito a credere di avere vinto la Seconda Guerra Mondiale, quando non soltanto l’ha persa, ma si è dovuto arrendere senza condizioni? Che non si è mai seriamente vergognato di avere dichiarato guerra alla Francia quando essa era già stata militarmente battuta dalla Germania? Che ha dichiarato guerra all’alleata Germania quando essa era già stata militarmente battuta dagli Alleati, e non avevamo nemmeno la forza di abbaiare? Quando dell’Italia all’estero si è arrivati a dire che “non conclude mai una guerra con gli stessi alleati con cui l’ha cominciata”? 
I fatti ci scivolano addosso. Acqua sulla schiena di un’anatra. Il nostro è il mondo dell’irrealtà. 
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
21 marzo 2018

Pubblicato il 21/3/2018 alle 8.38 nella rubrica Diario.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web