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COREA DEL SUD: SI VIS PACEM

George Friedman ha scritto un bell’articolo(1) sulla crisi nordcoreana, e sulla possibilità di un incontro tra il presidente Trump e il giovane tiranno Kim Jong-un. Lo tradurrei, se non sapessi quanto poco interessi la politica internazionale. Ne riassumo alcuni punti.
Per gli Stati Uniti è impossibile distruggere con l’aviazione tutti i siti nucleari nordcoreani o, almeno, essere sicuri di averli distrutti tutti. Inoltre i nordcoreani hanno schierato lungo la frontiera col Sud una tale quantità di cannoni che, anche a distruggerli in gran parte (ma ci vorrebbero giorni) non si potrebbe escludere un grande numero di vittime nella vicina Seul. La zona ha una popolazione di circa venticinque milioni di abitanti e il rischio è inaccettabile.
La Corea del Nord sembra avere sospeso (da novembre) il lancio e il perfezionamento dei missili e gli Stati Uniti – non potendo essere sicuri del successo di un’azione militare, e non potendo far correre alla Corea del Sud il rischio di enormi massacri e grandi distruzioni - potrebbero accontentarsi di questo risultato. Se venisse mantenuto. E nulla è meno sicuro.
Gli interessi delle due Coree sono noti. Il Nord vuole che non si rovesci il suo regime, il Sud tiene in primo luogo a non essere attaccato. Anche al Sud, paradossalmente, conviene che nel Nord non ci sia un cambiamento di regime, per non doversi fare carico di quel poverissimo Paese. Dunque le due metà della penisola hanno qualche interesse comune.
Naturalmente il Sud non può rinunziare alla presenza e alla garanzia atomica americana, anche se questo è proprio ciò che vorrebbe il Nord. Ma se si arrivasse comunque ad una pace, a Seul la cosa piacerebbe molto.
Gli Stati Uniti hanno un interesse strategico, nella Corea del Sud, in quanto questa regione è parte essenziale di quella egemonia sull’intero Pacifico che essi hanno conquistata con la Seconda Guerra Mondiale. E infatti le armi americane puntate sulla Corea del Nord non perdono di vista la Cina. Dunque, anche se si tengono lontani dal proscenio, i cinesi sarebbero felici di una rottura tra Seul e Washington, mentre il Giappone ne sarebbe estremamente preoccupato. Esso si vedrebbe costretto ad un riarmo tanto precipitoso quanto su vasta scala e questo certo non piacerebbe alla Cina. Comunque è lecito sperare che si arrivi a qualche accordo.
Sulla base delle premesse di Friedman si può trarre qualche conclusione perfino più generale di quella imposta da un già gigantesco scacchiere geopolitico. 
La Corea del Sud è sotto la minaccia di un vicino che dispone di armi nucleari, e dal suo lato ha soltanto la “garanzia atomica” americana. Questo è un errore. Quando si tratta della propria sopravvivenza, se appena si è in grado di difendersi da sé, non bisogna delegarla a nessun altro. In questo senso vale l’esempio di Israele. L’errore di Seul è tanto più grande in quanto, essendo la Corea del Sud un Paese molto più ricco e sviluppato del Nord, l’armamento atomico avrebbe potuto procurarselo facilmente anni fa. E val la pena di vedere perché non l’ha fatto. 
Dal lontano giorno di agosto in cui nel cielo di Hiroshima è scoppiata la bomba atomica, il mondo è vissuto nel terrore che qualcuno potesse usare quell’arma. Ed ha cercato di impedirlo con i trattati di non proliferazione nucleare. Naturalmente offrendo protezione ai Paesi che si ritenevano in pericolo. In particolare gli Stati Uniti hanno molto seriamente garantito la Germania durante i lunghi anni della Guerra Fredda, e in generale, ovviamente, il Giappone e la Corea del Sud. Per non parlare del grandioso ombrello costituito dalla Nato. Questa degli Stati Uniti è stata un’idea degna delle anime belle, dei pacifisti nati, dei grandi idealisti. In altre parole, un imperdonabile errore. 
Infatti con un “trattato di non proliferazione” gli Stati Uniti fanno risparmiare agli amici un bel po’ di soldi ma si assumono nel frattempo tremende responsabilità. Ma soprattutto quel trattato è inutile con gli avversari ragionevoli – per esempio la Russia e perfino l’Unione Sovietica – mentre non impedisce l’armamento atomico degli stati canaglia, che abbiano o no firmato dei trattati. E lo si vede oggi nella situazione coreana.
Ma c’è di peggio. Se si firma un trattato con la Corea del Nord, mentre Washington, più o meno rassicurata, si allontana, la Corea del Sud rimane sotto la minaccia delle artiglierie della Corea del Nord. E chi impedisce a Pyongyang, anche senza parlare di bombe atomiche, di chiedere a Seul tributi in dollari, forniture in derrate o qualunque altro vantaggio che un ricattatore desideri ottenere da un soggetto ricattabile?
Quando la Corea del Nord ha cominciato a metter su l’infernale cintura della sua artiglieria lungo la frontiera, Seul avrebbe dovuto dire: “Consideriamo questo un atto aggressivo. O vi fermate o vi attacchiamo e vi impediremo di costruire questa linea di offesa”. Non sarebbe stato meglio, allora, una guerra limitata alla zona di frontiera, che vivere oggi sotto il ricatto di una strage di milioni di persone e mettendo addirittura in pericolo il resto del mondo? 
Queste considerazioni non vanno oltre la saggezza romana: si vis pacem para bellum. Non bisognava arrivare a questo punto. È inutile aspettare che si arrivi alle metastasi, solo perché la chemioterapia fa cadere i capelli. Se gli Stati Uniti e la Corea fossero stati ragionevoli, già anni fa, cioè se avessero studiato latino, non si troverebbero oggi nella situazione in cui si trovano. E noi con loro.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
13 marzo 2018

(1)The decision by U.S. President Donald Trump to meet with North Korea’s Kim Jong Un shocked the world, but in hindsight maybe it shouldn’t have. First, Trump has said on several occasions that he would be willing to meet with Kim, and numerous lower-level meetings took place in the months prior to this announcement. Second, and more important, the logic of what has happened since the situation reached crisis levels in early 2017 makes such a meeting a reasonable next step.
The U.S. had contemplated military action to destroy the North Korean nuclear capability several times over the years, but when it became clear and public in early 2017 that the North was close to posing a direct nuclear threat to the United States, the impulse was nearly overwhelming. The challenges of such an assault were evident. Locating all the nuclear facilities would be difficult, and the U.S. couldn’t be certain of their complete destruction from the air. What’s more, the North Koreans had installed massive artillery concentrations north of the Demilitarized Zone, which could inflict severe casualties and cause enormous damage to South Korea’s capital, Seoul, and to the country’s industrial base. An attack on the North’s nuclear facilities, itself complex, would have to be combined with urgent suppression of this artillery concentration. This could be done, but not quickly, and in the meantime the shelling would wreak havoc.
Any substantial risk to South Korea’s capital, its industry and the metropolitan area of 25 million people was unacceptable. Unless Washington was prepared to sever its relationship with South Korea, its military options – and there were some – were off the table. The red line – that the U.S. would not tolerate a North Korean nuclear missile that could reach the United States – remained in place. Short of that, the U.S. retreated from a military option and entered into talks with North Korea, according to published reports that were not denied.
The North has ceased missile and nuclear tests in recent months, with the last missile test occurring at the end of November. So long as North Korea isn’t conducting tests, it isn’t improving its missile guidance systems, which means it isn’t getting closer to legitimately threatening the United States. The North Koreans have engaged in such pauses before, so this may be nothing, but the pause lays some groundwork for South Korea to take the North more seriously this time.
In February 2018, the North and South Koreans used the Winter Olympics in Pyeongchang, South Korea, to go public with the prior discussions. Both Koreas had an interest in avoiding a repeat of the 1950-53 war, which utterly devastated Korea. And to a lesser extent, they have another thing in common. The North wants guarantees that its regime will remain intact, and the South doesn’t want the North to disintegrate in a manner that forces South Korea to underwrite its modernization.
In short, North and South Korea have common interests. The problem for South Korea is that it can’t accept the cost of misjudging the North’s intentions, because even without nuclear weapons, the North can still ravage the South’s capital and economy. It wants an entente with the North but not at the price of the U.S. military presence and American guarantees.
And that is precisely what the North wants. Unless the North can split the allies or develop a nuclear-armed ICBM to deter the U.S., its newfound relationship with the United States is tentative at best. The core issue, then, is the U.S. relationship with South Korea. What the North may offer the South is some selective joint economic development – not enough to destabilize the North, but significant enough to strengthen it – in exchange for guaranteeing peace on the peninsula. What this entente would look like in its final form is hard to visualize, but the concept is seductive.
This puts the United States in a difficult position. One of the foundations of the United States’ global strategy is that it retains the naval control of the Pacific it won in World War II. An element of this strategy – and part of the U.S. containment strategy on China – is America’s military agreements with South Korea.
Offstage, two powers are brooding. The Chinese would be delighted to see a break between South Korea and the United States. They have reached out to South Korea, half enticing and half threatening. Japan, far from the trivial power it pretends to be, is appalled at the thought of the U.S. leaving Korea. Japan would have no choice but to rearm on a vast scale, which the Chinese do not want.
It’s a complex environment, but for the U.S. it’s much simpler. The U.S. doesn’t want North Korea to have an ICBM that can deliver a nuclear weapon to the U.S., and it wants to keep its forces in South Korea. Increasingly it is China, not North Korea, that is the focus of those U.S. forces. As for the North Koreans, they remember that China didn’t lift a finger to help them during the Korean War until China’s own border was threatened, so they have no problem with a balance of power between China and the United States.
If I am right – if South Korea wants both a deeper relationship with the North and U.S. guarantees of protection, and if North Korea would accept a U.S. guarantee that it does not want to push regime change in the North (something Pyongyang has long rejected) – then there may be something to talk about, and it would have to be discussed at the highest levels. It is probably impossible to assuage North Korea’s concern about the U.S. presence in South Korea. It is also hard to envision how to create a relationship between a democratic, industrial South Korea and a tyrannical, primitive North. But the elimination of the threat of war, if it can be guaranteed, might be enough.
What a final deal would look like is not clear, and there may not be one. But this started as a U.S.-North Korea crisis, and it is inevitable that it will end as one. And thus, Trump and Kim may meet – nothing is certain – and that will be an interesting meeting if it happens.
The post Trump’s Korea Move appeared first on Geopolitical Futures.

Pubblicato il 13/3/2018 alle 6.25 nella rubrica Diario.

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