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LA TRAGEDIA DELL'ISLAMISMO POPOLARE



Le religioni hanno due facce: la vera dottrina e la percezione che ne ha il popolo. Le due cose non coincidono. Tanto che chi dice male della religione popolare non per questo dice male della vera religione.
Oggi questo divario, per esempio in Italia, è particolarmente accentuato. Il Cattolicesimo teorico è ancora quello del Concilio di Trento, mentre la fede popolare vuole il divorzio, l’aborto, rifiuta l’obbligo della messa domenicale, non crede più all’Inferno e tante altre cose ancora. Quando Papa Francesco appare ai competenti come il primo pontefice eretico della storia, è perché segue proprio queste tendenze popolari, forse perché le ritiene in linea con la semplicità dei Vangeli. E tuttavia proprio questo particolare merita commento. Il Cattolicesimo, contrariamente a quanto crede il popolo, non si fonda tanto sui Vangeli quanto sulla dottrina elaborata dalla Chiesa nel corso dei secoli. Per esempio, la Chiesa ha istituito e reso obbligatorio il Sacramento della Penitenza, mentre i Protestanti fanno notare che in nessun punto dei Vangeli si parla di confessione. Inoltre, in passato, ogni tentativo di ritorno alla semplicità dei Vangeli ha provocato nella Chiesa reazioni tanto violente da sfociare in massicce operazioni che si differenziano dalla Shoah soltanto per le proporzioni. Si pensi a come fu repressa l’eresia dei catari, dando luogo addirittura a un genocidio. 
Non si vogliono emettere giudizi sul Cristianesimo, si vuole soltanto sottolineare che tra la tolleranza di Francesco e la severità dell’Inquisizione Spagnola c’è soltanto il passaggio del tempo. L’evoluzione della percezione popolare della dottrina. E si parla precisamente di percezione popolare, perché la dottrina non può cambiare. La stessa Chiesa la vuole assolutamente priva di marcia indietro, in quanto ispirata dallo Spirito Santo, e lo Spirito Santo difficilmente potrebbe cambiare opinione. Al massimo la Chiesa può non parlare di certe cose, come avviene attualmente per l’Inferno. Ma la teoria ai molti interessa poco. E nella pratica prevale la versione popolare della religione, favorita da un Papa discutibile. Si sarebbe avuto lo scisma anglicano, oggi, solo per non concedere ad Enrico VIII lo scioglimento del suo matrimonio? 
Questa divaricazione tra dottrina e pratica si ha anche nell’Islamismo. L’Islàm è una religione lontana dall’antropomorfismo, dal politeismo (che invece esiste in forma attenuata nel Cristianesimo), dalle superstizioni, dall’oppressione clericale (salvo per gli sciiti) e soprattutto dall’intolleranza. Qualcuno si stupirà di quest’ultima affermazione, quando gli episodi degli ultimi decenni sembrano indicare tutt’altro: ma, appunto, questa è una deformazione recente. In passato, quando Ferdinando e Isabella scacciarono gli ebrei dalla Spagna (1492), i malcapitati furono accolti dai molto più tolleranti musulmani. Gli esiliati si stabilirono nell’Africa del Nord, nel Vicino oriente e in Turchia, ed ivi vissero indisturbati per secoli, fino al rigetto del Novecento. Mentre, durante lo stesso tempo, in Russia ma anche in Polonia ed altrove, ci si dava a periodici pogrom. Tanto forte era l’intolleranza nei confronti degli ebrei. 
E allora ci si può chiedere come mai una religione così aristocratica, teologicamente, abbia potuto avere tanto successo presso folle sterminate di analfabeti. La risposta è che, appunto, quelle folle ne hanno percepito la versione popolare. Le ragioni del fenomeno vanno ricercate, più che nell’islamismo teorico, nella mentalità degli uomini cui quella religione fu predicata. Cioè nei lati più legati al livello culturale del VII Secolo in Arabia. 
 Nel bacino del Mediterraneo c’erano popoli che mal digerivano alcuni principi del Cristianesimo. Per esempio l’uguaglianza di tutti gli uomini e in particolare di uomini e donne. Dunque accolsero con la massima benevolenza una religione che santificava la supremazia dell’uomo sulla moglie e sulle figlie, fin quasi al diritto di vita o di morte. Inoltre, la maggior parte degli abitanti era analfabeta e avrebbe potuto sentirsi inferiore alle classi più evolute, ma anche a questo problema la religione offriva una soluzione, dichiarando inutile ogni conoscenza, a parte quella del Corano. Pare che nel 642 il Califfo Omar abbia bruciato la sterminata e preziosa Biblioteca di Alessandria con la lapidaria motivazione: “Se questi libri dicono la stessa cosa del Corano, sono inutili; e se lo contraddicono, sono blasfemi”. Il risultato fu il più grande crimine di tutti i tempi contro la cultura, ma anche la consolazione di milioni di fedeli analfabeti. Poco importa la storicità dell’episodio, dato che basta il valore sintomatico della leggenda. Altro elemento a favore dell’Islamismo popolare fu l’incoraggiamento ad essere inerti, conseguenza assolutamente logica e incontrovertibile della natura provvidenziale di Dio, definito onnisciente e onnipotente. E allora il credente musulmano ragiona così: “Se a tutto pensa Dio, perché dovremmo attivarci? Se, dalla nostra inazione, deriva un danno, sarà segno che Dio voleva quel danno”. Questo atteggiamento di abbandono ad Allah (Islàm significa proprio questo) può sorprendere, ma in realtà il ragionamento vale anche per il Cristianesimo. Solo che il nostro temperamento è diverso. I cristiani, pur credendo nella Divina Provvidenza, seguono il principio: “Aiutati che Dio ti aiuta”.
Un altro contributo all’autostima priva di sforzo dei musulmani è stato dato dalla indiscutibilità della fede: il musulmano non ha il diritto di avere dei dubbi sulla bontà delle proprie credenze. E infatti non soltanto è lecito, è addirittura doveroso condannare a morte chi si converte ad un’altra religione, insulta Maometto o si dichiara ateo. A questo punto, anche per gli ignoranti non c’è limite al diritto di essere fieri e sicuri della loro superiorità, se hanno addirittura il diritto di uccidere chi ha dei dubbi sulla loro religione. 
Altro elemento di vantaggio fu la prevalenza, nella religione, dell’esteriorità rispetto all’interiorità. Il buon musulmano è circonciso, frequenta la moschea, non beve alcoolici, non mangia maiale, prega cinque volte al giorno e osserva il Ramadan. Ciò che viene soprattutto controllato è l’adempimento di questi doveri. Quanto all’interiorità, contrariamente a quanto avviene nel Cristianesimo, non c’è mediazione tra Dio e il credente. Non c’è un clero e ciò significa che il rapporto con Dio non ha controllo. Esso può essere inesistente o facilmente autoassolutorio, cosa particolarmente gradita a chi non vuole avere intralci morali. E infatti gli arabi non hanno mai brillato, ad esempio, per correttezza commerciale e per tendenza a dire la verità. Nei confronti dei non credenti, la stessa religione autorizza addirittura a mentire. Per non parlare degli sgozzamenti dello Stato Islamico.
Forse la ragione del successo dell’Islàm popolare è proprio l’avere legittimato sul piano morale e sociale - magari in seguito a un fraintendimento - tutto ciò che di peggio già esisteva nelle popolazioni che accolsero la predicazione. E a questi limiti sociologici si è aggiunta la trasformazione del sentimento di diversità, ed anzi di superiorità, che un tempo ebbero i musulmani, in un senso di inferiorità e di rancorosa invidia. Nel Medio Evo il mondo musulmano non era certo diverso dal mondo cristiano e la Spagna musulmana era forse più evoluta della Spagna cristiana. 
Tutto cominciò a cambiare con le sconfitte in battaglia e soprattutto col progresso economico e militare indotto dalla Rivoluzione Industriale. Come era possibile che Dio permettesse agli infedeli di essere tanto prosperi e forti da crearsi degli imperi anche nelle terre musulmane? Ciò provocò una rabbia impotente, covata per secoli, ed oggi evidente per esempio in Palestina. 
Purtroppo la nuova situazione, invece di indurre i musulmani a cambiare mentalità, stimando di più la cultura e la tecnologia, si mutò in semplice rancore e volontà di vendetta. Nell’interpretazione popolare l’Islàm divenne la giustificazione per dare sfogo alla propria frustrazione con attentati e massacri, spesso con una sorta di culto della morte inflitta a degli innocenti ed anche a sé stessi. Tutto ciò ha condotto ad un totale stravolgimento dei valori dell’Islamismo, e naturalmente all’inevitabile diffidenza – quando non disprezzo - dei terzi.
Di fatto, l’interpretazione popolare dell’Islàm lo rende oggi indigeribile in una società avanzata. E poiché l’Islàm popolare si gloria del proprio conservatorismo - perfino nelle cose meno serie come l’abbigliamento - la sua chiusura ad ogni vero progresso lo rende inassimilabile. Forse la tragedia dell’Islàm popolare è quella di essersi trasformato in una malattia di cui è vietato guarire. 
 Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
26 febbraio 2018
Ieri il Cannocchiale non è stato accessibile. Ho pubblicato un articolo che qui non compare su giannip.myblog.it

Pubblicato il 28/2/2018 alle 9.48 nella rubrica Diario.

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