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LA SCOPERTA DELL'ACQUA CALDA

Un articolo di Matteo Sacchi, sul “Giornale” del 18 febbraio(1), recensisce due volumi di notevoli scienziati sul modo della conoscenza umana. E poiché il testo di oggi è un commento a queste idee, invito chi ha la voglia e la pazienza di discutere di questi argomenti a leggere prima l’articolo, dal doppio titolo: “L’intelligenza umana è una geniale ignoranza – Controcultura ai confini della conoscenza”.

Se c'è un campo in cui la conoscenza umana sta procedendo speditissima è la metacognizione. Non fatevi venire subito il mal di testa e non lasciate che il vostro cervello agisca d'impulso - lo fa molto più spesso di quello che possiate (...) segue alle pagine 24-25 (...) immaginarvi - facendo tabula rasa di fronte a una parola dall'aria complicata. Non lo fa per cattiveria, ma soltanto perché è in grado di memorizzare, al massimo, un gigabyte di dati (molto meno di un personal computer) e quindi tende a non farsi invischiare in complicazioni. Complicazioni che invece piacciono molto ai cervelli giovanissimi, quelli dei bambini. La metacognizione, in sostanza, è semplicemente la mente che pensa la mente per capire come la mente funziona e apprende. Così è più facile da capire (non si deve ricorrere al vocabolario), ma non troppo più facile, e la curiosità potrebbe spingervi a continuare a leggere. E poi, magari, a farvi arrivare in libreria per mettere le mani sui due volumi da cui parte questo articolo. Il primo è La vita segreta della mente del neuroscienziato argentino Mario Sigman (Utet, pagg. 264, euro 20). Sigman, fondatore dell'Integrative Neuroscience Laboratory di Buenos Aires, è uno dei massimi esperti del sistema decisionale del cervello. Nel suo saggio, approfondito ma molto divulgativo, illustra un sacco di meccanismi mentali che agiscono sempre negli esseri umani, ma che spesso sono controintuitivi. Qualche esempio. Il cervello ha enormi capacità innate di sinestesia. Accosta in maniera innata concetti visivi a concetti legati al suono, concetti spaziali a concetti temporali. Così quasi tutti gli esseri umani pensano che il futuro sia davanti e il passato dietro, o che il rosso sia caldo e il blu freddo... Al fondo di molte delle nostre decisioni ci sono queste sintesi istantanee fatte dal cervello. Il cervello «riflette» quando gli elementi da analizzare sono relativamente pochi e c'è il tempo per farlo. In altri casi si attivano meccanismi automatici. Può sembrare incredibile, ma se i fattori di calcolo sono troppi chi ci azzecca di più è chi si affida all'istinto. Non parliamo poi dei colpi di fulmine e dell'amore. Gli esperimenti condotti dai colleghi di Sigman hanno dimostrato con buona approssimazione che il colpo di fulmine tende a portarci, come accade ai roditori, semplicemente verso chi ha un pattern di difese immunitarie diverse dalle nostre. È una garanzia biologica di produrre cuccioli sani, con un corredo immunitario ampio. Poi entrano in gioco, per carità, meccanismi più complessi, ma alla fine il cervello, di base tende a ricorrere a una serie di risposte precostituite, molte delle quali sono «di pancia». Sulla stessa linea d'analisi anche l'altro volume su cui volevamo incuriosirvi (sì, anche con vili trucchetti retorici che, visto come è fatto il cervello, funzionano sempre). È il saggio di Steven Sloman e Philip Fernbach: L'illusione della conoscenza (Raffaello Cortina, pagg. 316, euro 26). I due scienziati cognitivi si muovono sullo stesso terreno di Sigman, ma dedicano largo spazio ai limiti dei meccanismi decisionali di noi umani. In pratica dimostrano con molta chiarezza che la maggior parte delle nostre decisioni sono prese a colpi di «pressapoco». Avete presente il celebre monologo del film Sogni d'oro di Nanni Moretti? Quello che recita in furioso parossismo: «Io non parlo di cose che non conosco!»? Ecco Sloman e Fernbach vi dimostrano con decine di esempi che in pratica parliamo quasi soltanto di cose che non conosciamo davvero. Tutti usano il water, ma moltissime persone ignorano come possa funzionare. Svariati test dimostrano che la maggior parte degli individui, pur sapendo andare in bicicletta non sono in grado di disegnarne schematicamente una... Il risultato è che, per lo più, anche in politica ci affidiamo a opinioni di riporto. Moltissime delle nostre scelte avvengono sulla fiducia. E quando si tratta di scegliere di chi fidarsi, e perché, scattano meccanismi archetipi che poco hanno di razionale. Ma non soltanto in politica. Anche quando nel 1954 gli Stati Uniti provarono i primi ordigni termonucleari, sbagliarono i calcoli sul loro potenziale proprio per eccesso di fiducia. Ecco, sono casi, questi, in cui la creatività della mente umana, così artistica, rischia di mostrare facilmente la corda (metafora che viene dal mondo tessile e figlia della nostra abitudine cognitiva a oggettivare). Il modo migliore di evitarlo è conoscere i suoi meccanismi. Che ci piacciano oppure no. 
Matteo Sacchi

Come altre volte ho tendenza a stupirmi del fatto che grandi menti spendano mesi a pensare e scrivere libri per dire qualcosa di ovvio. Ecco un esempio: qualche tempo fa è stato assegnato il premio Nobel per l’economia ad un professore per aver dimostrato che l’economia è imprevedibile perché risulta dalle decisioni - ben poco scientifiche, ben poco razionali - di milioni di persone. E forse che non lo sapevamo? Le grandi imprese, per le quali questa imprevedibilità costituisce un rischio finanziario, spendono a volte milioni per studiare accuratamente i prodotti che si vendono bene nella speranza di capire qual è l’elemento del loro successo. Lo fanno per produrre a loro volta qualcosa che riunisca il meglio di quelle caratteristiche e faccia realizzare grandi profitti: e il risultato qual è? A volte va bene, a volte va male. A volte addirittura, pressoché misteriosamente , il prodotto in un primo tempo è un fiasco e poi si rivela un best seller (la Cinquecento Fiat del 1960, per esempio, e la Smart, in tempi più recenti). È avvenuto perfino con le opere liriche, alcune delle quali, fra le più famose, hanno debuttato sommerse dai fischi. Era necessario scrivere libroni, per sapere tutto questo?
Anche i due volumi recensiti da Sacchi non fanno andare molto oltre il semplice buon senso. Bisogna premettere che il discorso sulle sinestesie è probabilmente farina del sacco del giornalista: infatti gli esempi sono sbagliati. Quando andiamo verso un luogo e ci allontaniamo da un altro luogo facciamo nello spazio esattamente ciò che facciamo nel tempo, viaggiando dal giorno che ci siamo lasciati alle spalle a quello che vivremo domani. E nello stesso modo il fuoco è rosso e non certo blu. Qui non si tratta di sinestesie si tratta di semplici associazioni mentali. Una vera sinestesia sarebbe sentire odore di lamponi soltanto perché abbiamo avvistato un gatto. Le sinestesie vere sono sensazioni del tutto ingiustificate e per questo patologiche.
Probabilmente ciò che vuol dire Sigman è che i principi che guidano la nostra vita, anche quelli che reputiamo logici e razionali, sono determinati dalla loro utilità, e per questo egli li definisce “automatici”. Ma con ciò non va più lontano di Nietzsche che, già nel XIX secolo, osservava ad esempio che il principio di identità è utile e pragmatico, non logicamente fondato. Infatti non esistono due oggetti identici, e se lo fossero sarebbero comunque in due posti diversi, non potendo coincidere. Per fare un esempio: se andando per i boschi sto per raccogliere un fungo e il compagno di passeggiata mi dice: “Non lo raccogliere, è velenoso”, me lo dice perché crede che quel fungo sia un XXX. Cioè somiglia ad altri funghi XXX, velenosi. Ma poiché nessun fungo è identico ad un altro, e per giunta potrebbe esistere una specie XXY apparentemente identica alla specie XXX, senza essere velenosa ed anzi essendo gustosissima, la sua affermazione è logicamente azzardata, per non dire infondata. E tuttavia chi oserebbe, sulla base di queste considerazioni, mangiare quel fungo? Se un fungo sembra velenoso, è bene saltare dalla somiglianza all’identità. Per la logica astratta potrebbe essere un errore, ma nessuno è disposto a morire in nome della logica astratta. Ecco perché Sigman dice la verità, con quel libro, ma è una verità che non ha il pregio della novità. Il nostro pensiero è economico e spesso si accontenta di abitudini, regole accettate, suggestioni, intuizioni e persino pregiudizi. Ma è storia vecchia.
La tesi del secondo volume è che la maggior parte delle nostre decisioni sono prese a colpi di pressappoco, dal momento che non sappiamo molto delle cose e dei principi che usiamo quotidianamente. In altri termini, ci muoviamo a nostro agio in un mondo di cui crediamo di conoscere tutto e di cui a momenti non conosciamo niente. “Moltissime delle nostre scelte avvengono sulla fiducia”, dice l’articolo, ed è perfettamente vero, sempre che ci intendiamo sul senso della parola “fiducia”, in questo caso. E in che consiste la novità? Non soltanto non sappiamo come funziona lo scarico del water, ma non sappiamo come funziona il telefono, il computer, l’automobile, e la stragrande maggioranza degli oggetti appena appena più complicati di un martello. E allora? Se sapessimo come funziona il telefono, telefoneremmo meglio? 
In realtà la maggior parte delle volte non si tratta nemmeno di fiducia. Questo atteggiamento si ha quando di una cosa non si ha esperienza personale, mentre per il telefono lo constatiamo benissimo che, digitato quel numero, parliamo con chi volevamo parlare. Insomma, questo volume non scopre tanto un meccanismo della nostra mente quanto un principio di economia. Per intenderci: se, per superare l’esame di “Scienza delle Costruzioni”, devo saper spiegare come si costruisce un ponte, studierò come si costruisce un ponte. Ma da infermiere, chimico o sacerdote ci passerò sopra guardando il panorama. E non “per fiducia”, semplicemente perché in vita mia sono già passato su migliaia di ponti senza mai cadere nel fiume. Insomma, a volte si ha la sensazione che molta gente strapazzi le proprie meningi per confermare le evidenze da cui era partita. 
Forse, in realtà, per questi scienziati le cose stanno diversamente. Magari i volumi di diranno molte e più valide cose di quelle riferite dal pur valente giornalista. Non rimane che sperarlo. Di più non si può dire.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
19 febbraio 2018

Pubblicato il 19/2/2018 alle 17.39 nella rubrica Diario.

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