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SOCRATE, UN FALLITO EXTRALUSSO 3

La cultura e l’arte

La cultura è vista da molti – e soprattutto dai ragazzi – come una seccante incombenza.  Effettivamente studiare è a volte faticoso, e comunque sempre noioso. Ma del resto, anche comprare gli ingredienti, cucinare e preparare la tavola è noioso. È il risultato, mangiare, che è piacevole. Nello stesso modo, nessuno dice che acquisire una cultura sia facile, è averla che è un piacere. Fra l’altro perché, oltre ad essere un’occasione di godimento in sé, è lo strumento per acquisire ulteriore sapere. A partire da un certo momento, quando non si tratta più di esami o di esigenze professionali, una notevole quantità di dati ben digeriti allarga l’esperienza ai secoli passati e permette di capire molte cose che diversamente rimarrebbero avvolte nelle nebbie dell’ignoto. La conoscenza moltiplica le forze intellettuali del singolo a tal punto che in tempi antichi essa era esoterica: la si reputava un tale potere da negarla ai semplici cittadini. E perfino ad Adamo ed Eva.
Se queste argomentazioni sembrano eccessive e retoricamente celebrative, basterà chiedervi: “Avete mai avuto il piacere di risolvere un piccolo problema, riparare un oggetto, trovare il modo di eliminare un guaio? Se ricordate la gioia intima di quel piccolo trionfo intellettuale, sapete qual è il vantaggio della cultura”. In questo campo non è neppure necessario raggiungere personalmente risultati straordinari: la brillantezza che provoca entusiasmo non è necessariamente la propria. I Dialoghi di Socrate, ad esempio, non raramente sono un fuoco d’artificio dell’intelligenza. La capacità che aveva quell’uomo di ribaltare un’idea che fino ad un momento prima ci era sembrata ovvia, è straordinaria. Una simile lucidità si ritrova in Nietzsche. Quando la smette di giocare al profeta e non esagera, smonta una tale quantità di pregiudizi e di illusioni che – non posso dimenticarlo - anni fa, dopo aver letto “La gaia Scienza”, sentivo di “avere portato a smacchiare il mio cervello in lavanderia”. E non è un piacere, sentirsi liberati da tante zecche mentali conformiste, stupide e a volte paralizzanti?
Come se non bastasse, la cultura offre puri piaceri privi di sforzo. Basta pensare alla musica. Chi dice di amarla, e magari poi parla di una canzone, non conosce il meglio. È abituato a qualcosa di elementare e perfino di ripetitivo, anche se dura appena tre o quattro minuti. Chi ama la grande musica ha invece la possibilità di godere, magari per tre quarti d’ora, di una composizione mirabile per complessità e varietà, capace di provocargli tali emozioni da lasciarlo letteralmente spossato. Non si parla delle tiepide mondanità dei concerti, si parla di tempeste intime che possono facilmente sfociare in lacrime incontenibili. 
E non val la pena di acquisire la sensibilità a simili piaceri, dalla passionalità scatenata di Ciaikowskij alle armonie astratte e divine di Bach? Che bisogno c’è di alcol a quaranta gradi, quando il nettare di Mozart è a settanta?
Epicuro è famoso per essere stato il filosofo del piacere. Ma ciò che molti ignorano è che, proprio per essere stato lo specialista del meglio della vita, non ha consigliato l’alcol o gli stravizi. Per lui i piaceri da coltivare al di sopra di ogni altro, anche perché non fanno male e si possono praticare per tutta la vita, sono l’amicizia e la conversazione. Quest’ultima infatti, a partire da un certo livello, è cultura.
Ecco perché Socrate disprezzava i beni della terra. Disponeva di tante cose, migliori del denaro e del lusso, da non potere invidiare i cosiddetti ricchi. Se era tanto benevolo con gli altri era perché si sentiva – ed era – tanto superiore a loro da poterli considerare bambini da compatire.

Il lavoro

Esiste tutta una letteratura che esalta il lavoro. Ed è una letteratura assurda. Necessario e bello non sono la stessa cosa. Tutti sappiamo che in ogni casa, per quanto piccola, c’è un gabinetto: ma chiedete ad uno stitico se la funzione escretiva sia un piacere, qualcosa di nobile cui innalzare inni di lode e dedicare commosse celebrazioni. 
Il lavoro serve a procurarci da vivere. È dunque un’attività necessaria, ma da questo a parlare di amarlo, ce ne corre. Nietzsche ha giustamente scritto che, a Luigi XIV, la frase “il lavoro nobilita l’uomo” sarebbe apparsa come un’inammissibile volgarità. Per i romani nobili il lavoro era l’attività naturale degli schiavi o almeno del volgo. Forse questo è eccessivo, soprattutto se pensiamo che Augusto lavorava indefessamente per l’intera giornata. Ma è certo sbagliato parlarne come se potesse essere sempre qualcosa di piacevole. Già il semplice fatto di essere obbligatorio lo rende gravoso. La guida alpina ha trasformato in lavoro il suo sport preferito ma, dal momento in cui ne ha fatto il suo mestiere, quello sport è divenuto fatica e non divertimento. 
Naturalmente ci sono le eccezioni. Il lavoro può essere gradevole quando è creativo, come nel caso del grande artista, del grande docente, del grande giornalista. Perfino un artigiano può appassionarsi alla propria attività, perché in una certa misura anch’essa è “creativa”. Ma non bisogna biasimare quel novanta o più per cento di persone che lavora soltanto perché non può farne a meno. Come non bisogna lodare coloro che si lasciano prendere talmente dal loro lavoro da non smettere mai, fino a rubare tempo al riposo e alla salute. Individui che sono divenuti macchine impazzite, che girano a tutta velocità ed hanno perso la nozione della loro funzione. Chi ama il lavoro è spesso qualcuno che non ha niente di meglio da amare. Nemmeno sé stesso.
Socrate aveva scoperto un modo per fare a meno di lavorare e infatti se ne asteneva. E ora siamo sinceri: veramente ha dato meno all’umanità di quello che le conferisce un ortolano o un portalettere?
Il lavoro serve alla vita, non la vita al lavoro. Nella nostra esistenza esso ha un posto, ma deve stare al suo posto, e chi dice che, senza la sua attività professionale, si annoierebbe, confessa con ciò di non avere mai vissuto per sé stesso, di avere acquisito una “Werkzeugnatur”, una natura di utensile, come diceva Nietzsche. Di non avere mai avuto quella vita personale di cui Socrate è uno degli insuperabili campioni. 
Socrate non è stato il servitore di nessuno, nemmeno di sé stesso, se è vero che della sua stessa fama dopo la morte gli è importato così poco che non ha mai scritto un rigo. E tuttavia ha bevuto la cicuta col sorriso. Si è spento soddisfatto dei suoi settant’anni e consolando quelli che, intorno a lui, già piangevano la sua morte.
      Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
      28 gennaio 2018 3-Continua

Pubblicato il 31/1/2018 alle 7.0 nella rubrica Diario.

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