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SOCRATE, UN FALLITO EXTRALUSSO

Immaginate che vi chiedano: “Che ne pensi di un uomo che ha un mestiere d’oro fra le mani e non lo esercita, veste di stracci, va in giro scalzo anche in inverno, passa il tempo per la strada a parlare con la gente, si ubriaca, ha seri problemi con sua moglie e si è fatto una tale fama che le autorità sono allarmate e forse lo condanneranno a morte?” Un tipo ben poco raccomandabile, pensereste. Eppure è appena stato descritto Socrate. Oggi il filosofo è protetto dalla sua fama, ma il giudizio che, se non fossero avvertiti della possibile cattiva figura, darebbero di lui i bravi borghesie contemporanei sarebbe anche più severo di quello degli ateniesi di allora. Questi, fra i molti difetti, non avevano quello di essere moralisti. 
Non val la pena di difendere Socrate. Sia perché in parte le accuse sono fondate, come ben sapeva Santippe, sia perché il valore di quest’uomo – sia dal punto di vista intellettuale sia dal punto di vista morale - è stato talmente grande da far dimenticare tutto il resto. 
Forse vale piuttosto la pena di chiedersi: ma lui stesso, l’uomo Socrate, come viveva? Quelle sue stranezze, quelle sue condizioni di vita che molti avrebbero giudicato inaccettabili, lo hanno reso felice o infelice? E qui la risposta potrà sorprendere: Socrate era sereno. Si godeva la vita in letizia e a volte divertimento. È vero, beveva vino fino a ubriacarsi (ma pare reggesse meravigliosamente l’alcol) ed era povero in canna: ma era ebbro di vita e di pensiero, senza aver bisogno d’altro. La sua stessa superiorità intellettuale era velata da un’ammirevole bonomia. Anche se Platone ci mostra quanto impietosamente ironico fosse nei confronti dei suoi interlocutori, si vede anche che non li umiliava, ed anzi li ricopriva di complimenti, lungo la conversazione. E non era colpa sua se quelli erano troppo grossolani per percepire la sua tremenda ironia. 
La figura di Socrate irradia una serenità e un’olimpica gioia di vivere. Il suo sorriso - che nemmeno la condanna a morte riesce a scalfire – non è la più piccola delle lezioni che ci ha lasciato. Purtroppo è anche una lezione largamente dimenticata.
Nella nostra epoca la tendenza è a delegare la nostra vita ai servitori, intendendo per servitori tutte le persone e tutti i marchingegni che possono farsi carico dei nostri bisogni e dei nostri desideri. Abbiamo dimenticato che la maggior parte delle cose che possono rendere bella la nostra vita è il risultato di uno sforzo, di un percorso, di una conquista. La nostra anima è inerte e sembra nata per essere passiva. Col risultato che in fin dei conti la nostra vita è avvelenata. Non l’apprezziamo e finiamo fin troppo lontani dal sorriso di Socrate. Lo straccione felice. 

Amici e nemici, in ordine alfabetico – L’alcol

L’alcol è un primo esempio di questa fuga da sé stessi verso il piacere. Dimenticando che nessuno fugge da sé stesso, perché quel sé stesso e la sua realtà lo aspettano al ritorno da qualunque momentanea evasione. L’ebbrezza dell’alcol è un banale sostituto chimico dell’entusiasmo che possono dare l’amore, l’arte, la bellezza, l’intelligenza. Tutte cose che non fanno male alla salute e che possono essere fruite con un cervello vigile. È vero, nessuna di esse gratuita, ma chi ha detto che il piacere debba essere esente da sforzo? Quale rocciatore sarebbe contento di un’influenza che l’inchioda a letto, dove dopo tutto sarà costretto a riposarsi, invece di essere attaccato a una parete a strapiombo, faticando ai limiti delle possibilità umane e per giunta rischiando la vita? 
L’alcol deve il suo fascino all’accessibilità della sua ebbrezza, nel senso che bastano i soldi, per averlo. Per giunta, bevendo insieme con altri, si scambia l’annebbiamento per togetherness, per convivialità, per amicizia: mentre è soltanto un modo sbrigativo per giocarsi la salute, spesso soltanto per ragioni di imitazione, per spirito gregario, perché lo fanno gli altri. Perché fa sentire “coraggiosi”, mentre il coraggio consisterebbe nel dire di no e nel trattare gli altri da sciocchi conformisti. La notizia di una ragazza di quindici anni in coma etilico, data ancora una volta dai giornali, è la storia di un fallimento educativo, igienico, e persino dell’intelligenza. La salute – non lo dicono soltanto i posacenere e le nonne artritiche, è il primo bene. Chiunque la strapazzi, chiunque la rischi è un cretino che sega il ramo su cui è seduto.
È vero, anche Socrate beveva, ma era un uomo capace di resistere al freddo, andando in giro scalzo anche in inverno, di fare il suo dovere di oplita senza divenire un miles gloriosus senza mai lamentarsi e senza manifestare paura, capace di mantenere fede ai suoi principi anche questo gli poteva costare la vita, e lo fece più di una volta: quando mai avrebbe potuto divenire schiavo dell’alcol? Forse, più che perdonare a lui il vino, dovremmo dire: “Divenite simili a Socrate, e potrete bere tutto il vino che vorrete. Purché non diveniate alcolizzati, come non lo divenne lui”. 
Al riguardo aggiungo una nota personale. Quando avevo vent’anni usavo dire, un po’ per scherzo e un po’ sul serio, che a settant’anni avrei ripreso a fumare e, se fossi giunto a ottant’anni, mi sarei dato all’eroina. Ora gli ottant’anni li ho compiuti e non ho nessuna voglia né di ubriacarmi, né di sigarette né di eroina, perché la vita mi pare bella e avventurosa anche soltanto rileggendo la vita di Socrate.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
28gennaio 2018 1.Continua

Pubblicato il 29/1/2018 alle 5.18 nella rubrica Diario.

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