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REPLICA ALLA TESI DIFENSIVA DI DE BENEDETTI

Giorni fa ho finto di essere l’avvocato dell’accusa contro Carlo De Benedetti. Ora lui si è difeso dinanzi al Tribunale di Lilli Gruber e a mia volta utilizzo il diritto di replica. Ma questo dopo aver confessato che, se la sua difesa mi avesse convinto, mi sarei precipitato a dargli ragione. Semplicemente perché sono molto più contento di vedere qualcuno assolto piuttosto che condannato. Purtroppo invece la sua difesa è inconsistente. Forse avrebbe dovuto lasciare l’incarico a un giurista più bravo di lui. 
Riporto le sue parole: È “tutto un po’ ridicolo. Era un segreto di pulcinella la riforma. Era nel programma di Renzi che tra l’altro non mi ha detto niente di particolare e se lo avesse voluto fare non lo avrebbe fatto davanti ad un usciere. Mi ha solo detto che la riforma sarebbe stata data. Nessuna parola su un decreto o su una data”. “Al mio broker parlo tutte le mattine è una mia abitudine. Perché gli ho detto delle Popolari? Perché ho pensato che questo affare sarebbe maturato un giorno o l’altro. Se sapevo che il mio broker era intercettato? No, non lo sapevo. Forse non avrei detto `me lo ha detto Renzi´ ma solo perché non aggiungeva nulla. Era pleonastico”. Le sottolineature sono mie, e preannunciano che risponderò ad ognuna di esse.
Un segreto di Pulcinella? Se fosse stato un segreto di Pulcinella, le azioni di quelle banche sarebbero già salite quando quel segreto fosse stato conosciuto da tutti. Anche altri avrebbero investito. E soprattutto non avrebbe trovato nessuno che gliele vendesse al prezzo al quale lui le comprò, guadagnandoci seicentomila euro. Infatti quei seicentomila euro li avrebbero guadagnati i venditori, se si fossero astenuti dal vendere. Invece – come è noto - lui ha investito cinque milioni quando è stato sicuro che il decreto sarebbe passato, e ciò mentre altri non investivano proprio perché non erano ancora sicuri che il decreto sarebbe passato. Inoltre, a dimostrare che non si trattava di un segreto di Pulcinella ci sono le domande del suo consulente finanziario, il quale gli chiede appunto se il decreto passerà. Se fosse stato un dato noto a tutti l’avrebbe già saputo e non avrebbe posto domande al riguardo. 
“Era nel programma di Renzi?” E quanti programmi non si realizzano?
“Non mi ha detto niente di particolare”. Effettivamente, un’informazione sul fatto che un decreto passi o non passi non è niente di particolare. Tutta la differenza sta nel fatto di averla o di non averla, quell’informazione. E poi se costituisca reato.
“Mi ha solo detto che la riforma sarebbe stata data. Nessuna parola su un decreto o su una data”. La prima frase costituisce la sostanza dell’insider trading. La seconda frase è in parte inutile (che si sarebbe trattato di un decreto era quello che pensavano tutti, anche perché i provvedimenti finanziari del genere, proprio per evitare speculazioni, vengono di solito presi mediante decreto) e in parte falsa: Renzi non ha detto “domani”, ma ha detto a breve scadenza, e tanto bastava perché convenisse investire: cinque milioni che hanno dato una plusvalenza di seicentomila euro. Per De Benedetti saranno soldini, ma molta gente ucciderebbe per un centesimo di quella somma.
Come mai egli ha investito cinque milioni? “Perché ho pensato che questo affare sarebbe maturato un giorno o l’altro”. Eh no, De Benedetti non ha pensato, De Benedetti ha saputo. E per certo, vista la fonte.
“Forse non avrei detto `me lo ha detto Renzi’”. E te credo, direbbero a Roma. Perché quell’ammissione è la prova dell’insider trading. 
E poi comunque si contraddice: se quell’informazione fosse stata un segreto di Pulcinella, perché mai avrebbe dovuto nascondere il fatto che di essa era al corrente anche il Primo Ministro? Non dice forse che “Era pleonastico”?
In conclusione, la difesa dell’accusato non ha fornito nessun elemento a sua discolpa e, in qualche caso, ha fornito ulteriori riscontri all’accusa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 gennaio 2018

Pubblicato il 18/1/2018 alle 14.20 nella rubrica Diario.

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