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L'OCCIDEDENTE NON È IL TUTORE DEL MONDO

Maurizio Molinari è un serio e apprezzato giornalista ma oggi sostiene una tesi molto discutibile(1). A suo parere le democrazie occidentali hanno il torto di tenere eccessivamente all’appeasement, tanto da lasciare troppo spazio ai dittatori. Egli cita tutta una serie di eventi in cui i governi occidentali hanno mancato al loro dovere. Quando, nel 1938, per amore della pace sacrificarono la (1)Cecoslovacchia agli appetiti di Hitler; quando hanno assistito senza intervenire all’arrivo dei carri armati sovietici a (2)Praga nel 1968; quando non hanno contribuito ad abbattere (4)Bashar el Assad in Siria; quando non hanno fatto nulla per l’indipendenza del (5)popolo curdo; quando non si sono attivati per la sopravvivenza dei trenta milioni di (6)venezolani in preda alla fame e dalla violenza, o dei 24 milioni di (7)nordcoreani sottoposti ad un’allucinante dittatura, che li affama anche per concedersi il lusso di minacciare il mondo. Molinari ha dimenticato la (3)Rivoluzione Ungherese del 1956, che aggiungo io. A suo parere, esiste il rischio che questo pacifismo ad oltranza - o questa inerzia, se vogliamo chiamarla così - “torni a spingere le democrazie nel vicolo cieco della trappola dei dittatori”.
Francamente, c’è da rimanere molto perplessi. La vastità dei compiti che il noto editorialista assegna all’Occidente Democratico è tale che nessuno mai avrebbe le disponibilità finanziarie e le forze per sostenere un simile sforzo. Per un singolo capitolo si sarebbe anche potuto discutere, ma dal momento che Molinari non fa eccezioni, e avrebbe voluto che si reagisse a tutto, di fatto ci assolve egli stesso da tutto. Perché nessuno è tenuto all’impossibile e l’esagerazione stessa della tesi ne dimostra l’insostenibilità. 
Ma anche la teoria è infondata. Ammettiamo che la democrazia, le libertà occidentali e i nostri diritti umani siano il meglio che il mondo abbia prodotto: purtroppo, questa è soltanto la nostra idea. Come dimostriamo, a chi preferisce la dittatura (come in generale avviene nei paesi arabi) che la democrazia è un regime migliore? Come dimostriamo agli iraniani che le idee di Jefferson, in materia di politica, sono migliori di quelle di Dio, contenute nel Corano? Se dunque insistessimo a far accettare a tutti le nostre idee non lo faremmo in forza della loro validità, ma in forza delle nostre armi. 
Inoltre, pure ad ammettere che l’Arcangelo Gabriele venisse a confermare che la democrazia è il miglior regime politico, chi ci ha nominati tutori del mondo? Per gli Stati sovrani la libertà consiste anche nel diritto di sbagliare. Quando nel 1948 la Cecoslovacchia si affidò ai comunisti, perdendo così per cinquant’anni la libertà, lo fece in piena libertà. E se poi la pagò veramente cara, imputet sibi, dia a sé stessa la colpa.
Noi occidentali bianchi non abbiamo nessun titolo per dare lezioni agli altri. Ai tempi di Kipling si parlava del white man’s burden, il fardello dell’uomo bianco, cioè il compito naturale dell’uomo più forte e civile di guidare i popoli meno forti e meno civili. Ma oggi quel burden farebbe ridere. Fra l’altro ha pessima fama. Da settant’anni e più l’Occidente si batte il petto per essere stato colonialista, e dimentica – o fa finta di dimenticare – che le cosiddette colonie molto spesso stavano meglio prima che dopo essere divenute indipendenti. Finché c’è stato l’uomo bianco non s’è mai visto un Bokassa al potere, in Africa. Chiedere agli interessati se avrebbero preferito vivere nella Rhodesia o nello Zimbabwe. E prima della partenza dei francesi non c’è mai stata una “guerra del pane”, in Algeria. 
Fra l’altro, mentre i cechi e gli slovacchi si pentiranno per secoli di avere votato per i comunisti, molti popoli la democrazia la rifiutano anche quando gli viene regalata. Per questo bisogna tenere grande conto della traiettoria inerziale dei popoli. Ci sono Paesi che, in un modo o nell’altro, ricadono da sempre nella tirannide. O è la loro geografia, che l’impone, o è la loro religione, o è la loro ignoranza, poco importa. L’unica è lasciarli al loro destino. Non è nemmeno il caso di averne pietà perché, per così dire, se uno spezza le loro catene, loro se ne comprano altre. Questo punto di vista è tremendo, bisogna riconoscerlo, ma è frutto della riflessione: quell’attività per cui lo specchio non è responsabile di ciò che mostra. E sono buoni esempi, in questo campo, l’Iraq e la Libia. Una volte che degli incauti occidentali li hanno liberati da un orribile tiranno come Saddam Hussein o da un autocrate che non era certo il peggiore, come Gheddafi, sono ricaduti nel caos e nella tirannide. E lo stesso avverrebbe in Siria, se si cacciasse via Bashar el Assad.
Molinari vorrebbe che l’Occidente intervenisse a favore dei deboli e degli oppressi, ma dimentica la lezione della maggiore esperienza, in questo campo. Un governo dittatoriale ed oppressivo (quello del Vietnam del Nord) voleva conquistare il Vietnam del Sud, per una volta democratico, per imporgli la dittatura comunista. Gli Stati Uniti interveneroi, con costi enormi in termini di dollari e di sangue, e tuttavia non credo siano stati subissati dagli applausi. Soprattutto non quelli degli idealisti e delle anime belle. Perfin Obama questo l’ha capito.
Infine non sta in piedi nemmeno la conclusione di Molinari, secondo cui questa neutralità potrebbe spingere le democrazie nelle trappole dei dittatori. I guai non ci sono venuti dai mancati interventi negli affari altrui, ma da un insufficiente armamento e da una insufficiente risolutezza. L’errore di Londra non è stato quello di cedere a Hitler, nel 1938, è stato quello di non avere approfittato dei due anni, dal 1938 al 1940, per armarsi fino ai denti e schiacciare Hitler quando poi ha cominciato ad attaccarla. Se dovete discutere con un coccodrillo della fame che lo attanaglia, il vostro migliore argomento è un fucile da caccia grossa.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
14 gennaio 2018

(1) L'OCCIDENTE NELLA TRAPPOLA DEI DITTATORI
La lezione di Praga '68
Il 5 gennaio di 50 anni fa Alexander Dubcek assumeva la guida del governo della Cecoslovacchia dando inizio a quella che sarebbe divenuta la Primavera di Praga ovvero la rivolta non violenta contro l'occupazione sovietica che Mosca schiacciò nell'agosto seguente con l'intervento dei carri armati del Patto di Varsavia mentre l'Occidente assisteva impassibile. La scelta degli Stati Uniti e dell'Europa di non tendere la mano alla Primavera di Praga trovò la sua giustificazione nella Guerra Fredda, che vedeva il Vecchio Continente diviso dalla «Cortina di ferro» con le superpotenze di Washington e Mosca protagoniste di un equilibrio atomico che minacciava il Pianeta. Ma nella Storia dell'Occidente, dei suoi valori e diritti generati dalle rivoluzioni britannica, americana e francese, quel momento resta uno dei più bui: voltare le spalle ai desideri di libertà dei cecoslovacchi fu un momento di cecità collettiva pari al tradimento con cui a Monaco nel 1938 Londra e Parigi avevano accettato di sacrificare proprio la Cecoslovacchia ai desideri di Hitler e Mussolini, spianando la strada alla Seconda guerra mondiale. A Monaco 1938 come a Praga 1968 fu la fede assoluta nell'appeasement che spinse le democrazie nella trappola dei dittatori, rinunciando a difendere diritti e libertà. Ricordare l'errore morale e politico compiuto con la Primavera di Praga serve oggi all'Europa ed all'Occidente per tentare di non incorrere nello stesso sbaglio, tenendo a mente ciò che distingue le democrazie: l'impegno per il rispetto dei diritti fondamentali degli individui alla vita, alla libertà ed alla prosperità. E ciò significa avere il coraggio di battersi - anche solo con la forza della ragione - quando vengono violati. Lo fece John F. Kennedy nel 1963 davanti alla Porta di Brandeburgo pronunciando le parole «Ich bin ein Berliner» per denunciare l'oppressione dei popoli dell'Est e lo fece Ronald Reagan, nello stesso luogo, nel 1987 chiedendo all'Urss di «abbattere» il Muro di Berlino, facendo capire che i regimi comunisti sarebbero crollati. Se tutto ciò riguarda la nostra generazione è perché ancora una volta l'Occidente appare tentennante, se non pavido, di fronte alle massicce violazioni di libertà individuali in più nazioni. Per sei anni non ha ostacolato in Siria un dittatore come Bashar Assad impegnato a massacrare il proprio popolo causando la maggioranza delle oltre 400 mila vittime della guerra civile. Da oltre tre mesi assiste immobile alla repressione del sogno dell'indipendenza del popolo curdo, che ha liberamente votato per rivendicarla e solo per questo è vittima di un asfissiante assedio economico-militare da parte di Iraq, Turchia ed Iran. Da due settimane esita ad esprimersi in soccorso della rivolta del pane dei più poveri fra gli iraniani, vittime di un regime che dilapida le risorse in avventure belliche tese a destabilizzare il Medio Oriente. Per non parlare del silenzio con cui si assiste all'agonia di 30 milioni di venezuelani, schiacciati da fame, povertà e violenza causate da venti anni di chavismo. O della fretta con cui si dimenticano le brutalità nei confronti di 24 milioni di nordcoreani da parte di un regime fondato sul culto della personalità che accumula ogive e missili nucleari al fine di ricattare la comunità internazionale. Ecco perché è legittimo chiedersi se milioni di siriani, curdi, iraniani, venezuelani e nordcoreani oggi non provino la stessa amarezza e delusione nei confronti dell'Occidente che ebbero i cecoslovacchi aspettando invano anche solo un cenno di sostegno delle democrazie davanti all 'ava n z a re d e i cingolati con la Stella Rossa. Dobbiamo chiederci se non stiamo sbagliando oggi, come si sbagliò allora, a non tendere la mano verso chi anela alla libertà a Damasco e Teheran, Pyongyang e Caracas. Dobbiamo chiederci se l'appeasement di oggi - non più dovuto ai pericoli della Guerra Fredda ma a interessi assai prosaici - non torni a spingere le democrazie nel vicolo cieco della trappola dei dittatori. Il cui unico intento è dimostrare la caducità degli ideali di libertà di cui i Paesi occidentali, pur con tutte le loro contraddizioni e debolezze, sono portatori.

Pubblicato il 15/1/2018 alle 8.43 nella rubrica Diario.

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