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VINCERE LA GUERRA O REGOLARE I CONTI

Presto bisognerà votare, e poi un governo bisognerà pure costituirlo. Ma le prospettive non sono rosee. Il M5s, non raggiungendo ovviamente il 51%, sarà ancora una volta lo spettatore che fischia. Il centrodestra, se riuscisse a presentarsi unito, potrebbe anche vincere, ma non è detto che lo farà. Mentre il Pd, di questo passo, sembra condannato alla sconfitta. L’ovvia condizione, per scongiurare questo esito, è che si presenti unito alle elezioni. Ma questa “ovvia condizione” – per quanto ne sappiamo - sembra una “ovvia impossibilità”. 
Il tentativo di Giuliano Pisapia di rabberciare un’unione è sempre più improbabile e l’orizzonte è buio. Da sola, l’estrema sinistra è condannata all’insignificanza, ma rimane irriducibile. Né è più comprensibile l’atteggiamento di Renzi, il quale non sembra rendersi conto del pericolo. È vero che il Mpd non ha nessuna possibilità di vincere, ma ha ancora la possibilità di far perdere il Pd. Sembra che tutti si sparino sui piedi.
Quando qualcuno va contro il proprio interesse, c’è qualcosa che non quadra e le ipotesi impazzano. Può darsi che, per ignoranza o per stupidità, quel tale non sappia distinguere i vantaggi dagli svantaggi, insomma che abbia perduto il contatto con la realtà. Può darsi che sia in ballo qualcosa di più forte dello stesso interesse, tanto che si è entrati nella cosiddetta “economia di guerra”, in cui si considera desiderabile un proprio danno, se si è certi di infliggere al nemico un danno ancor più grande. Infine può darsi che quell’uomo creda, sacrificando un bene proprio, di procurarne uno più grande alla collettività o alle persone cui tiene.  Bruto e Cassio non progettarono di uccidere Cesare perché lo odiavano: concepirono l’agguato per salvare le libertà repubblicane. Sapevano anche perfettamente che correvano dei rischi, perché Cesare aveva amici che avrebbero potuto vendicarlo. Come di fatto poi avvenne. Ma – appunto – Bruto e Cassio non agivano nell’interesse proprio, speravano di salvare Roma dalla tirannide.
Nel caso di tutti coloro che hanno lasciato il Pd, il primo interesse non sembra essere quello di tornare a governare, quanto quello di impedire che lo faccia il Pd, se guidato da Matteo Renzi. Il possibile movente di questo atteggiamento negativo è innanzi tutto di “budella”. Squisitamente emotivo. La molla principale della scissione è dunque un odio viscerale e implacabile verso il Segretario del Partito. Infatti molti commentatori non esitano a scrivere che, per un’azione comune, la condizione sostanziale posta dall’estrema sinistra è che Renzi sia messo da parte. Ma questa motivazione vergognosa è, per così dire, inconfessabile. Maiora premunt. La grande politica e gli interessi della nazione dovrebbero contare infinitamente di più delle simpatie e delle antipatie personali. E tuttavia i sentimenti si possono soltanto nascondere, non eliminare. L’odio per Renzi è un fatto.
La decenza richiede però motivi più plausibili. Ed infatti i fuorusciti sostengono che Renzi, forse per convinzione, forse per pragmatismo,  ha spostato l’asse del partito “troppo a destra” ed essi si sarebbero resi autonomi soltanto per recuperare i valori tradizionali del marxismo. Così si vantano di voler ripristinare l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori, di fare più spazio ai sindacati, e di spingere per l’adozione di altri provvedimenti secondo le ricette del comunismo d’antan. Quanto pesi l’odio e quanto pesi l’ideologia, Dio solo lo sa. Ma questo riguarda i partiti e non è il dubbio principale. 
Il dubbio principale è la misura in cui queste argomentazioni peseranno nelle cabine elettorali. La disaffezione delle “regioni rosse” nei confronti di Renzi è un campanello d’allarme, ma, dinanzi alle urne, quando si renderanno conto che, votando per un partito diverso dal Pd, condanneranno la sinistra a perdere, può darsi che le regioni rosse e molti vecchi “comunisti” siano indotti a turarsi il naso e votare per Renzi. 
L’inguaribile tara genetica della sinistra è uno scissionismo che tende alla polverizzazione. Questa tendenza rischia di fare un grande danno alla politica italiana e a tutti coloro che si sentono di sinistra. Renzi sarà pure insopportabile, ma i rappresentanti dell’opposizione interna avrebbero fatto bene a non lasciare il partito. Se proprio dovevano condurre una guerra contro Renzi, avrebbero dovuto condurla dall’interno. C’è sempre modo di liberarsi di un capo scomodo, in democrazia, e in vista delle elezioni il principio giusto è: prima vincere la guerra, poi regolare i conti. Qui invece sembra che tutti – anche negli altri partiti – preferiscano regolare i conti e perdere la guerra.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
27 luglio 2017

Pubblicato il 27/7/2017 alle 6.57 nella rubrica Diario.

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