Blog: http://Pardo.ilcannocchiale.it

L'EURO E L'UE NON SONO LA STESSA COSA

Negare i fatti non serve a nulla. Neppure condannarli serve, se la condanna non è il realistico preludio alla loro eliminazione. E fra i fatti innegabili c’è la perdita di prestigio dell’idea dell’Europa unita. 
È inutile considerare anatema la semplice ipotesi di una disgregazione dell’Unione. Ogni genere di giaculatoria di questo genere non serve a niente. Fra l’altro, escludere ripetutamente qualcosa è di per sé allarmante. Nessuno sarebbe lieto di sentirsi dire: “Sappiamo che tua madre non è stata una prostituta”. Già l’ipotesi è offensiva. Dunque le continue professioni di fede europea somigliano ad esorcismi, che certo non escludono l’esistenza del Diavolo.
È inutile parlare continuamente di “un rilancio dell’idea di Europa”. È inutile sognare miracoli e risurrezioni. Il rischio reale è che, volendo salvare tutto - anche ciò che dà fastidio a milioni di europei - si finisca col perdere tutto. Il buon senso vorrebbe che si rendesse l’Europa meno indigesta e si vedesse che cosa si può correggere, per assicurarne la sopravvivenza. 
La crisi economica è troppo grave per lasciare che si incancrenisca. E poiché il nucleo centrale di questa crisi è l’euro, la prima cosa da fare è smantellarlo, prima che lo faccia in modo catastrofico una crisi di Borsa. Così nessun Paese potrebbe più dare a Bruxelles il torto dei propri guai, e ognuno si assumerebbe per intero le proprie responsabilità. 
Un esempio di questo equivoco l’abbiamo sotto gli occhi. Il tira e molla dell’Italia con la Germania, a proposito della flessibilità, nasce dal fatto che l’Italia vorrebbe fare ancora più debiti. Sapendo però quanto rischierebbe per la possibile reazione dei mercati, vuole farli all’interno dell’eurozona, cioè con la garanzia che nel caso la Germania correrebbe in suo aiuto. Mentre la Germania non vuole impegnarsi, perché se poi dovesse mantenere la parola data, i contribuenti tedeschi attaccherebbero il Reichstag con i forconi.
Renzi fa leva sulla paura tedesca che l’imprudenza dell’Italia metta in pericolo l’Europa e dunque anche la Germania. La signora Merkel (pure preoccupata perché l’uscita dell’Italia dall’eurozona, magari forzata dai mercati, metterebbe in pericolo tutta la struttura) cerca lo stesso di non aprire la borsa. Senza dire che l’eventuale svalutazione della moneta italiana penalizzerebbe pesantemente i detentori esteri dei nostri titoli. E si tratta di centinaia di milioni di euro. Ecco lo stallo, e non rimane che continuare a sorridere a Ventotene.
Se l’Italia uscisse - o fosse sbattuta fuori - dall’euro, dovrebbe vedersela con i mercati, e per cominciare dovrebbe drammaticamente svalutare. I mercati, naturalmente, sarebbero furenti, per essere stati depredati di milioni di euro, in termini di potere d’acquisto, e sarebbero guai.  Intanto comincerebbero col non comprare più i titoli italiani di nuova emissione, e sarebbe il default. Certo, non potremmo più dare la colpa a Bruxelles, ma non sarebbe gran che, come consolazione. 
Ciò vale più o meno per tutti gli Stati dell’unione. Siamo incatenati ad una moneta unica mentre sono diversi i sistemi fiscali, le capacità produttive, il livello tecnologico, l’efficienza della Pubblica Amministrazione, tutto. Cosicché la Germania ha una moneta sottovalutata, che le consente di esportare come se regalasse ciò che produce, e l’Italia una moneta sopravvalutata - per un valore a due cifre - che la paralizza. La situazione è insostenibile e si comprendono i malumori. 
Se si riuscisse ad eliminare pacificamente l’euro – con gli enormi costi conseguenti, ma minori di quelli determinati da una crisi borsistica selvaggia – si potrebbe ripensare l’Unione Europea. Da anni la politica che è stata adottata è stata quella dei “piccoli passi”: un’unione surrettizia realizzata con una miriade di piccole norme. Come quella, per dire, sulla curvatura delle banane. Alla lunga il risultato è stato che gli europei hanno sentito l’Unione come una maestrina pedante che rompe le scatole con i suoi mille regolamenti mentre non risolve il problema fondamentale: quello dello sviluppo economico.
Forse sarebbe (stata) migliore la strategia dei grandi passi, non dei piccoli. L‘abolizione dei dazi e delle frontiere. Schengen. La libera circolazione dei lavoratori. Queste operazioni sono state grandiose e lodevoli, e infatti nessuno se ne lamenta. Poi, si sarebbe potuto pensare a un corpo di polizia di frontiera comune, sognando magari una difesa integrata. Soltanto in seguito, avendo messo i buoi davanti al carro, proporre le vere, grandi riforme: l’unificazione del fisco e l’unione monetaria e politica. Ed ecco gli Stati Uniti d’Europa. Ma quello sarebbe appunto il traguardo, non la striscia di partenza. 
Nella realtà di oggi sarebbe bene, allo scopo di salvare l’Unione Europea, pensare seriamente a sciogliere l’euro, per non correre il rischio di perdere l’una e l’altro.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
24 agosto 2016

Pubblicato il 28/8/2016 alle 9.8 nella rubrica Diario.

Il Cannocchiale, il mondo visto dal web