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LE FINZIONI DI HARARI

Ho avuto notizia dell’esistenza di un professore di storia israeliano, Yuval Noah Harari, le cui teorie sono interessanti. Nel libro “Breve Storia dell’Umanità” (secondo en.wikipedia.org) egli sostiene che l’umanità è caratterizzata dalla capacità di credere in cose che esistono puramente nella sua immaginazione, come divinità, nazioni, denaro e diritti umani. Sono finzioni le religioni, le strutture politiche, le reti commerciali e le istituzioni legali. Per qualcuno che ama essere realista fino all’empietà, queste affermazioni suonano come musica. E d’istinto si sarebbe tentati di dargli ragione. Infatti sia le religioni, sia le varie strutture sociali non esistono in sé, ma soltanto nella mente della gente. E tuttavia bisogna intendersi sul significato di “finzione”. 
Innanzi tutto, la parola potrebbe essere intesa nel significato di concetto – come quello di “salute” - non corrispondente ad una realtà oggettiva, magari fotografabile, come una tartaruga o un contrabbasso. E fin qui sfonderemmo una porta aperta. Ma guardando più a fondo la finzione corrisponde a due nuclei semantici fondamentali: da un lato è una condotta intesa ad ingannare qualcuno, dall’altro è qualcosa come il frutto dell’immaginazione, nel quale però il soggetto può anche credere. I troiani finsero di donare a Troia un cavallo, e quella fu una finzione nel primo senso. Quando invece Leopardi scrive che: “interminato spazio”, “sovrumani silenzi e profondissima quiete, io nel pensier mi fingo”, “mi fingo” significa “immagino, mi rappresento”, e addirittura tendenzialmente ci credo. 
In sé, le cose che Harari dichiara finzioni effettivamente non esistono, e nondimeno ogni giorno se ne constatano gli effetti. Se tento di uccidere un uomo, quel diritto penale che in sé non esiste, applicato secondo un sistema giudiziario che in sé neanch’esso esiste, mi manda in una concreta prigione per anni, e della prigione non posso certo negare l’esistenza reale. A questo punto, pur continuando a non esistere in sé, il diritto penale è qualcosa di cui devo tenere conto. Perché sulla mia vita ha effetti concreti esattamente come lo spigolo del tavolo contro il quale ho sbattuto inavvertitamente.
Ma probabilmente Harari ha voluto dire qualcosa di più ragionevole. Un conto è accettare che gli uomini, per vivere insieme, si diano delle regole, un altro conto è mitizzarle, coprirle di magico e di tabù e addirittura – a volte – divinizzarle. È vero che senza le regole imposte dal diritto penale vivremmo molto peggio, ma da questo a dire che “la legge è sacra”, ce ne corre eccome. Che nessuno consideri un’eventualità remota l’errore giudiziario, che nessuno mi parli della “maestà della legge”. Quel testo è stato voluto da gente arrivata sgomitando in Parlamento e che poi ha votato secondo l’indicazione dei capigruppo. Forse senza capire quello che faceva. Si può soltanto a sperare che una legge sia più utile che nociva. Poi personalmente l’approvo o la disapprovo, ma non le obbedisco per la sua maestà, le obbedisco perché diversamente potrei avere dei fastidi. Ma se la giudico sbagliata e posso eluderla, lo farò di certo.
E non parliamo di quanto sia vero questo discorso in campo religioso. Ognuno è libero di credere ciò che vuole, soprattutto se la religione serve a farlo vivere meglio. Ma che nessuno cominci un suo discorso – come a volte fa il Papa – con parole come queste: “Dio vuole…”, “Dio ha detto…” Qui si abusa della finzione. Infatti si avrebbe voglia di chiedere all’incauto di chiamarci, la prossima volta che Dio gli parlerà. Vorremmo sentirlo con le nostre orecchie.
La religione, fra le finzioni, occupa un posto importante perché offre ai meno colti e ai meno riflessivi una “sistemazione” del reale consolatoria e provvidenziale. Molto più “umanamente” comprensibile di una visione zoologica ed etologica dell’umanità. Inoltre, come diceva Voltaire, essa ha la funzione di fornire il “gendarme interno” (il dovere di coscienza) che fa da pendant al gendarme esterno, la forza della legge, in modo che la gente si comporti bene. Ma in materia di finzioni indimostrate porta la bandiera.
In conclusione, tutta la teoria di Harari sembra un po’ inutile. Basta dire che dalle istituzioni umane bisogna trarre tutta l’utilità che possono dare, senza mitizzarle o “ipostatizzarle” mai. Soprattutto senza mai credere che esse valgano più degli uomini: tutta l’organizzazione deve servire per l’uomo, e mai l’uomo per l’organizzazione. In questo senso, il totalitarismo è il momento in cui la “finzione” si fa Dio e richiede sacrifici umani. Ecco ciò contro cui bisogna lottare: non contro il diritto o l’organizzazione del commercio. Perché il diritto e l’organizzazione del commercio, salvo casi patologici, non interferiscono con le nostre vite ed anzi ci forniscono sicurezza e pasti caldi.
Chissà, forse l’intero libro di quel brillante professore può essere sostituito da un po’ di buon senso democratico.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
21 agosto 2016

https://en.wikipedia.org/wiki/Sapiens:A_Brief_History_of_Humankind

Pubblicato il 22/8/2016 alle 7.8 nella rubrica Diario.

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