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IL SUD SUL LETTINO DELLO PSICOANALISTA

Il Sud dell’Italia era civile quando il Nord era selvaggio. A Siracusa si andava a teatro, e si batteva militarmente Atene, quando a Bergamo si viveva da primitivi. E poi la prima ferrovia è stata la Napoli-Portici, non la Milano-Varese. Quante volte abbiamo sentito queste inutili geremiadi? La verità è che il Sud è arretrato economicamente, scientificamente, politicamente, e tutti gli altri “mente” possibili.
Se si vuole capire un fenomeno, la prima regola è non raccontarsi favole consolatorie. La grandezza di Siracusa è innegabile ma risale a ventiquattro secoli fa. Più interessante è cercare di capire il perché di questa arretratezza, oggi. E alcuni dati obiettivi sono certamente influenti. Per esempio la distanza dall’Europa più produttiva o la mancanza di risorse del sottosuolo. Ma poi si pensa ad Israele - che ha una situazione geograficamente simile e uno sviluppo enorme - e si rimane senza parole: perché la Sicilia non è un’altra Israele? 
Forse la spiegazione è storico-sociale: il Sud è estremamente vecchio e sconfitto. Salvo i brevi anni di Federico II di Svevia (ma “di Svevia”) è stato soltanto invaso, dominato e mal governato. Nel Dna di un siciliano non si leggerà mai che “il governo può essere benefico”. È un concetto intraducibile, nel dialetto locale.
Nel Sud il pessimismo nei confronti della società come istituzione solidaristica è totale. Il meridionale è un individuo al superlativo, nel senso che nasce preparato alla guerra di tutti contro tutti, con l’aggravante di sapere che tutti bareranno. Il basso livello morale dei meridionali non nasce da un minore livello di civiltà, ma da un maggiore livello – se non di civiltà – di esperienza. Nel Sud si impara presto che avere studiato o non avere studiato non importa, perché, tanto, il posto probabilmente lo si otterrà per la raccomandazione che troverà papà. 
Ecco il punto fondamentale. Da molti decenni in Italia si predica quella che si potrebbe chiamare “la demenza nazionale” e il Sud, pragmaticamente, ha imparato ad approfittarne. In Italia si dice che bocciare un ragazzo che non studia è una cattiveria? E allora promuoviamolo, magari con un bel voto. Per giunta otterremmo che i genitori non protestino, che il bambino non pianga, che non si rovinino le vacanze della famiglia, e insomma, che non daremo fastidio a tanti amici. Mentre la “cultura” chi la conosce, chi l’ha mai vista? Promuoviamo dunque quell’asino: del resto dal Nord non ci hanno insegnato che la scuola boccia più facilmente i figli degli operai che i figli del “dottore”? 
È vero, le stesse baggianate sono state insegnate a Torino o a Ravenna, ma qui entrano in gioco le esperienze storiche. Se si invita un galantuomo a rubare, “perché qui lo fanno tutti”, può darsi che se ne astenga lo stesso. Invece chi ha una plurisecolare esperienza dell’altrui immoralità non se lo farà dire due volte. Ed anzi lo farà per primo, se scopre la possibilità, “perché tanto anche gli altri lo farebbero. O lo faranno”.
Il settentrionale che si accorge di un malvezzo, o si adeguerà o non si adeguerà, ma quanto meno percepirà che “è una cosa sbagliata”. Nel sud invece non lo si percepisce più. Non si è più all’ “immoralità”, si è alla “amoralità”. Il meridionale, direbbe Freud, non ha l’ingombro del superego. In occasione degli esami i professori suggeriscono ai ragazzi le soluzioni, perché ai ragazzi vogliono bene. E così come promuoverebbero i loro figli, anche se fossero dei perfetti asini, hanno un sufficiente senso della giustizia per promuovere, sia pure barando, i figli degli altri. E infatti sono contro i test “Invalsi” probabilmente perché temono di non essere sufficientemente colti per poter suggerire le risposte giuste ai loro alunni, rischiando di essere bocciati insieme con loro. 
I meridionali sono intelligenti ed estremamente sani di mente. Percepiscono che in Italia si arriva a dare ragione a chi sostiene che il salario è una variabile indipendente dai ricavi dell’impresa (Luciano Lama), e dunque non tengono conto della ragionevolezza, dell’onestà, del bene comune, di niente. Il fatto che Luciano Lama si pentì di aver affermato quel principio conta molto meno del fatto che, sul momento, nessuno lo trattò da pazzo pericoloso. 
Nel Sud si è imparata la lezione che non è essenziale “avere un lavoro”, è essenziale “avere uno stipendio”. Lavorare è un fastidio che i più furbi (per esempio col “distacco sindacale”) riescono ad evitare. E comunque, se si avverte una certa stanchezza, ci si può sempre “dare malati”. Tanto, i controlli sono per ridere. Anche nel Sud ci sono gli scrupolosi – cioè gli sciocchi – che vanno sempre in ufficio, perché si chiedono come andrebbe avanti il lavoro, se loro si assentassero. I furbi invece si dicono che, se le leggi sono tali che chi non vuole lavorare può farlo senza correre rischi, soltanto gli stupidi lavoreranno quando non è necessario. Come dargli torto? Si può pretendere che i cittadini siano più morali delle leggi?
I meridionali hanno tratto le più razionali conclusioni dalla situazione nazionale e la conseguenza è che il Sud affonda. Ma il Sud, appunto: il singolo vi sorriderà dicendo che lui personalmente, invece, se l’è cavata benissimo. Come diceva Totò: “E io che mi chiamo, Pasquale?” 
Se la cavano male soprattutto i disadattati. Per esempio chi ha pensato che, studiando da matti, e specializzandosi in chirurgia, poi diventerà il numero uno in ospedale. L’imbecille non ha capito che la prima qualità, per essere un grande chirurgo, è essere figlio di un grande chirurgo. È vero che non ci si possono scegliere i genitori, ma lui, invece di studiare, perché non ha cercato di corteggiare e sposare la figlia del primario chirurgo? 
Ah già, quel giovane è di Bergamo.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
19 agosto 2016

Pubblicato il 19/8/2016 alle 12.44 nella rubrica Diario.

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