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HOMO HOMINI OVIS

Condensandolo in tre parole – “homo homini lupus” – Thomas Hobbes ha dato forma definitiva a un concetto riguardante lo stato di natura. Dicendo che l’uomo è un lupo per l’uomo Hobbes è stato tuttavia troppo ottimista: i lupi rispettano la gerarchia, cacciano insieme, soprattutto non si uccidono vicendevolmente. Mentre noi uomini sappiamo che siamo tutti civili finché non si è pericolo: ci fermiamo dinanzi alle porte per lasciar passare prima di noi le persone importanti, ma se ci fosse un incendio quelle stesse persone addirittura le calpesteremmo. 
Ma in tempo di pace, e in una società come la nostra, si professano e perfino si applicano principi piuttosto lontani dal bellum omnium contra omnes (la guerra di tutti contro tutti, come scriveva ancora Hobbes): l’homo sapiens ha finalmente capito che il massimo del benessere per tutti si ottiene in una comunità ben ordinata, dove, in generale, sono assenti la violenza e l’ingiustizia. 
Tutto ciò sarebbe stato chiarissimo a Seneca, per fare un nome, ma ciò che quel grande romano non avrebbe mai potuto immaginare era che l’umanità potesse sbagliare la misura della “socialità”, esagerando in “buonismo”. E se l’ipotesi glie fosse stata prospettata, l’avrebbe giudicata inverosimile, perché contraria alla natura umana.
La cosa è potuta avvenire perché sono cambiate le condizioni economiche. Nell’epoca moderna siamo tutti relativamente ricchi. Un tempo non si sarebbe potuto dire: “nessuno deve essere lasciato morire di fame”, perché la frase ha un senso quando c’è cibo per tutti. L’elemosina ha infatti come presupposto che chi la fa non si privi lui stesso del necessario per la sopravvivenza. 
Purtroppo, questo lodevole sentimento di solidarietà si è combinato con il fatto che chi governa, mentre obbedisce ai grandi principi “morali”, non paga di tasca sua per metterli in pratica. E così si corre il rischio dell’esagerazione. Ad esempio, chi predica l’indefinita accoglienza dei rifugiati lo fa essendo inteso che essi non arriveranno né a casa sua né nel suo quartiere. Ed è proprio questo che gli consente di essere generoso. Lo Stato è buonista a spese altrui.
La mentalità “materna”, allargandosi a macchia d’olio, ha depotenziato lo stesso istinto di sopravvivenza del gruppo. Se sente in pericolo sé stesso o la sua famiglia, l’individuo combatte vigorosamente, al bisogno usando la massima violenza. Il gruppo invece reagisce secondo gli ordini di coloro che lo comandano, e coloro che comandano normalmente non sono in pericolo. Se si tratta di rischi economici, loro al massimo rinunzieranno all’Armagnac; se si tratta di correre dei rischi, loro personalmente sono quelli che ne corrono di meno. Perfino se dalla loro inettitudine deriva una guerra, non saranno loro che andranno in trincea. 
Così gli Stati civili – ubriachi di retorica buonista - sono riluttanti ad usare la forza anche quando si tratta della loro difesa. Tutti stramaledicono la violenza, le armi, gli eserciti, e dimenticano che a volte da essi dipende la sopravvivenza. Chi comanda è già tentato di comportarsi da vile perché anche a lui è stato insegnato questo il comportamento: e per giunta sa che, se reagisse correttamente, avrebbe l’appoggio delle possibili vittime, ma la disapprovazione di tutti coloro che non si trovano in ballo. E che spesso sono la maggioranza. 
Quando mai la società italiana si è veramente scandalizzata per la lentezza della giustizia penale, o per la facilità con cui si infligge la “custodia cautelare”? Quando mai, negli anni scorsi, l’Europa s’è interessata della condizione degli abitanti di Lampedusa, a causa del numero dei naufraghi? Tutti questi fattori messi insieme rendono lo Stato moderno tendenzialmente inerte e incapace di riconoscere il momento in cui bisogna cambiare registro.
Al contrario dell’individuo – che quando si sente in pericolo è capace di qualunque cosa - la società nel suo complesso da un lato non percepisce correttamente la situazione, dall’altro è guidata da persone non personalmente coinvolte e preoccupate soltanto della politica. Se il vicino dalla sua finestra spara ai miei figli, io, potendo, con una cannonata l’uccido con tutta la sua famiglia. Per i governanti purtroppo si tratta sempre dei figli degli altri. Diversamente, quando Roma si sentisse dire dallo Stato Islamico che sta progettando di uccidere quanti più italiani inermi e innocenti può, sarebbe comprensibile che il giorno dopo, a titolo di avvertimento e di deterrenza, distruggesse una città di diecimila abitanti, uccidendone la metà, per chiedere poi al sedicente califfo: “Parlavi seriamente? Perché, se sì, ora abbiamo nel mirino la tua capitale”. Insomma ragionerebbe come si ragionava non al tempo dei romani, ma durante la Seconda Guerra Mondiale.
Invece nella realtà attuale quell’imbecille criminale può minacciare l’universo mondo e farla franca. Siamo passati da “homo homini lupus” a “homo homini ovis”, pecora.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
10 agosto 2016

Pubblicato il 13/8/2016 alle 11.58 nella rubrica Diario.

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