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ERDOGAN FOR SULTAN

La grande manifestazione di Istànbul non va sottovalutata. È vero che è stata convocata personalmente da Recep Tayyip Erdogan ed è vero che il quotidiano Hürryet può darsi che esageri, quando parla di “milioni di persone” intervenute al “Raduno per la democrazia e i martiri”. Per non parlare dell’accenno a “milioni di bandiere”. Esagerazioni a parte, è certo che ad applaudire il Presidente (fino ad ora) è venuta una folla sterminata di persone. Lo dimostrano le immagini e non c’è ragione di dubitarne. Anche se gli intervenuti fossero trecentomila, bisognerebbe quanto meno dedurne che moltissima gente continua a sostenere Erdogan, malgrado i recenti provvedimenti liberticidi e peggio che autoritari.
Dopo ottant’anni di kemalismo, ciò induce a porsi la domanda: la Turchia vuole la democrazia laica e occidentale o il sultanato e quasi il califfato? Ed anzi, sul piano generale, in che misura il governo corrisponde al popolo che da esso è guidato? Atatürk è riuscito a stravolgere la Turchia per ottant’anni, oppure la Turchia attuale - quella che riempie una piazza enorme per applaudire il nuovo autocrate - si pentirà fra qualche anno di questo passo indietro nella storia?
Che tra popolo e governo non vi sia sempre corrispondenza è ovvio. Non v’è alcun dubbio che, dalla fine della guerra, la Polonia ha subito come uno stupro il governo imposto da Mosca. E se i polacchi non l’hanno rovesciato con la forza è perché i carri armati sovietici avevano già dimostrato nel 1953 a Berlino, nel 1956 a Budapest e nel 1968 a Praga, che le cosiddette “Democrazie Popolari” non erano né democrazie né popolari. Addirittura, non erano neppure nazionali.
Tuttavia, salvo il caso di un’interminabile occupazione militare, di solito una corrispondenza tra governo e popolo esiste. Malgrado vicissitudini che vanno dalla monarchia assoluta a quella puramente simbolica, e dal regicidio alla dittatura militare, la democrazia inglese rimane un fulgido esempio proprio per la sua stabilità. In quella nazione il popolo sente di essere il vero titolare della sovranità, ed è pronto a reagire contro qualunque usurpatore di questo potere. Cromwell può comandare per qualche anno, ma gli inglesi rimangono allergici alla dittatura.
Viceversa i Paesi del Maghreb, del Vicino e del Medio Oriente hanno una naturale tendenza all’autocrazia. Con le uniche eccezioni del Marocco (monarchia costituzionale comparativamente democratica) e della Tunisia (che vive attualmente un precario ritorno al governo moderato) di riffa o di raffa quel mondo ricade sempre nella dittatura. 
Proprio per questo c’è stato da sorridere quando tante anime belle, a partire da Barack Obama, hanno entusiasticamente applaudito la Primavera Araba. Chi non è uso farsi illusioni ha subito pensato che, ad andar bene, non sarebbe cambiato niente. E purtroppo non è andata bene. Negli Anni Settanta Oriana Fallaci sperava di veder cadere lo Shah di Persia per avere un Paese più democratico, e sostanzialmente glielo diceva sul muso. Di fatto, quando ciò è avvenuto, si è ottenuta una teocrazia che permette la candidatura soltanto di soggetti che piacciono ai vertici del clero e impicca gli omosessuali in quanto tali. Gli egiziani hanno votato eleggendo un Presidente favorevole agli estremisti della Fratellanza Musulmana, e c’è voluto un colpo di Stato (larghissimamente favorito dalla popolazione, che si è subito pentita del suo voto) per ritrovare una migliore libertà. Ed hanno fatto bene. L’Egitto è più libero sotto l’autocrazia militare che sotto la democrazia dei Fratelli Musulmani. Lo stesso è avvenuto in Algeria, che si è liberata con la forza del partito islamista, che pure aveva forse vinto le elezioni. Per certi Paesi, il migliore regime è forse quello rappresentato da Nasser, Sadat, Mubarak. Se è libero, il popolo vota per Caligola o, in mancanza, per Erdogan .
Ecco perché la guerra in Iraq è stata un errore. Quell’orrendo criminale di Saddam Hussein riusciva a tenere unito il Paese, mentre, tredici anni dopo, la democrazia non ce l’ha ancora fatta. Soltanto un ingenuo come Obama ha potuto insistere tanto per abbattere Bashar el-Assad, come se chissà quali benefici se ne sarebbero ricavati. Per quanto riguarda Damasco, la scelta è fra Assad e uno peggio di lui. Come ha capito Putin.
La Turchia, guidata con mano ferma dallo spirito di Atatürk, per ottant’anni, ci ha fatto credere che potesse esistere in Anatolia una democrazia di tipo europeo. Ora abbiamo la prova che la sua era un’impresa senza speranza. Ciò che rimane dell’Impero Ottomano preferisce una teocrazia simile all’Iran, con l’unica differenza che a Tehran comandano gli shiiti e qui comanderanno i sunniti. Qualche giorno fa ho scritto che “avevamo perso la Turchia”. Forse mi sono sbagliato. Forse non l’abbiamo mai avuta.
I turchi capiranno col tempo il valore di ciò cui hanno rinunciato. Ma quando lo si fa troppo tardi, capire è soltanto un modo per soffrire di più.
Gianni Pardo, pardonuovo.myblog.it
7 agosto 2016

Pubblicato il 8/8/2016 alle 9.50 nella rubrica Diario.

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