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La "purga" di Erdogan - E.Luttwak

Un articolo eccellente, di cui raccomando a tutti la lettura

LA “PURGA” DI ERDOGAN È UNA GUERRA SETTARIA.
di Edward Luttwak

Mustafa Kemal Ataturk, il fondatore della laica Repubblica Turca che ha sostituito l’Islamico Impero Ottomano, morì nel 1938, ma ancora oggi i turchi si dichiarano favorevoli o contrari ad Ataturk, anche se le donne non hanno alcuna necessità di dire nulla, perché il velo che hanno o non hanno in testa proclama la loro fede. Il campo anti-Ataturk, che vuole ritrasformare la Turchia in uno Stato islamico, è stato sempre sostenuto dalla maggioranza meno colta della popolazione del Paese, ma fino al 2002 essa è stata tenuta solidamente sotto controllo dal corpo degli ufficiali turchi, la cui ideologia unificatrice e “kemalista” è stata strettamente laica.
 Ciò che ha rotto questo equilibrio è stata l’alleanza vincente degli islamisti populisti, guidati dall’appena scolarizzato Recep Tayyip Erdogan, con la formazione di livello universitario dei seguaci di Fethullah Gulen, un imprenditore religioso su larga scala, i cui seguaci hanno fondato più di mille scuole dal Texas a Tashkent, come anche dozzine di università, di case dello studente e di istituti di insegnamento. Il talento di Erdogan era – ed è – quello di attirare le masse invocando la loro identità musulmana contro i nuovi venuti: dall’Occidente in generale ai meglio educati e meno devoti connazionali turchi. Nel 1999 ha passato mesi in carcere dopo essere stato condannato per avere incitato l’odio religioso.
La formula vincente di Gulen è stata quella di raccogliere fondi dai devoti per offrire opportunità di educazione gratuite o scontate in scuole presentate come interamente laiche, effettivamente ponendo l’accento sull’insegnamento della scienza, e nelle quali le pratiche islamiche sono propagandate in modo molto graduale, attraverso la “friendly persuasion” degli studenti appena un po’ più anziani, in conversazioni private. Secondo le regole di Ataturk, le università turche dovevano essere completamente laiche, essendo bandito nei loro locali il porto del velo islamico ed ogni forma di culto. Ma con la scarsa o costosa possibilità di alloggi, nelle città turche, le istituzioni guleniste che offrivano stanze gratuite servivano a convertire decine di migliaia di laureati in devoti, con molti di loro pronti a fare la loro parte dopo la laurea, contribuendo con fondi, aiutando a fondare scuole o insegnando in esse, oppure lavorando nei “media” per la buona causa. Altri hanno fatto anche più di questo, infiltrandosi con successo nel corpo degli ufficiali turchi, eludendo le regole che vietano la barba o il velo, con la benedizione di Gulen, il quale senza dubbio giustificava una tale dissimulazione con la sua propria interpretazione della regola islamica della “taqiyah”(diritto musulmano di mentire quando riaffermando la propria fede si rischiano persecuzioni. N.d.T.).
Così, quando il partito di Erdogan (AKP, Partito della Giustizia e dello Sviluppo) vinse le elezioni del 2002, fu in grado di governare con successo la Turchia, rimanendo al potere fino ad ora, invece di essere obbligato ad andarsene o ad essere sciolto per ordine dei militari, come avvenuto in tutti i precedent tentativi di formare governi islamisti. Non sono stati gli attaccabrighe e i provinciali di Erdogan quelli che sono riusciti ad applicare le politiche economiche dall’AKP ma piuttosto i competenti tecnocrati di Gulen, ottenendo risultati positivi che hanno dissuaso i militari dall’intervenire, insieme con le caparbie pressioni europee nel nome della democrazia e la vigilanza di gulenisti in incognito all’interno del corpo degli ufficiali.
Ciò che ha distrutto l’alleanza [di Gulen ed Erdogan] è stata l’esatta natura dell’Islam di Gulen, che permette la disonestà e l’inganno sistematico, ma la cui intima sostanza è effettivamente moderata. Il credo di Gulen accetta veramente la coesistenza con altri monoteisti, inclusi i musulmani non sunniti, e totalmente proibisce ogni forma di violenza in nome della religione, perfino contro i politeisti (malgrado le ingiunzioni coraniche).
Ma per Erdogan e I suoi stretti colleghi dell’AKP, come per esempio l’ex minisro degli esteri Ahmet Davutoglu, l’Islam è qualcosa di interamente e specificamente sunnita, e assolutamente la sola religione che ha diritto di esistere. La sua conquista del pianeta deve essere portata avanti con tutti i mezzi possibili, dall’educazione religiosa obbligatoria in Turchia (chiudendo sempre più le scuole laiche) all’uso di ogni forma di violenza dei musulmani sunniti che combattono i non sunniti dovunque nel mondo, da Hamas a Gaza agli affiliati di al Qaeda in Siria e agli Uiguri in Cina. Ecco perché Erdogan ha copertamente sostenuto lo Stato Islamico finché ha potuto, proibendo inizialmente l’uso della Base Aerea di Incirlik contro quel gruppo di fanatici e permettendo ai commercianti turchi di importare il loro petrolio. (Non è una coincidenza che quando alcuni conducenti di autobotti turche sono stati rapiti dal gruppo non furono decapitati ma rilasciati). Perfino quando i crimini commessi dallo Stato Islamico, andati oltre ogni limite, hanno obbligato Erdogan a permettere gli attacchi statunitensi da Incirlik, le forze aeree turche hanno bombardato soltanto i curdi. E di nuovo è stato a causa dell’identità specificamente sunnita della Turchia che i suoi legami con l’Iran shiita – e la Siria di Bashar al-Assad, l’alleato nominalmente alawita-shiita dell’Iran – sono stati sempre problematici, malgrado il loro comune odio nei confronti dell’Occidente. (È notevole che Davutoglu ed Erdogan non hanno mai usato la comune designazione di “Alawita” per descrivere la religione del leader siriano, ma piuttosto “Nusayri”, un epiteto per eretici comune presso i sunniti locali). 
Quando hanno incontrato Erdogan e Davutoglu, I loro colleghi europei e il president degli Stati Uniti Barack Obama hanno visto vestiti di Armani e sentito il linguaggio standard degli uomini di Stato. Ma all’incirca nel 2009 Gulen si è reso conto che aveva contribuito a generare un mostro, un governo (seppure copertamente) islamico estremista, che avrebbe rovinato la Turchia e danneggiato l’Islam facendo sorgere contrasti con tutti i vicini. Cosa che, come previsto, è avvenuta.
I gulenisti nella polizia e nell’amministrazione giudiziaria hanno tentato di risolvere il problema nel 2013 facendo cadere Erdogan e un certo numero dei suoi ministri con accuse ampiamente giustificate di corruzione; non c’è altra spiegazione per i miliardi di dollari accumulati dalla famiglia di Erdogan. Ma invece di dimettersi, Erdogan ordinò il licenziamento immediato dei pubblici accusatori e della polizia implicati nel procedimento, contando giustificatamente sull’incondizionato sostegno della sua base islamista dell’AKP; la legalità repubblicana, dopo tutto, è un concetto dell’Occidente del quale e a proposito del quale i più ferventi sostenitori di Erdogan sanno poco e si curano ancora meno. Erdogan reagì denunciando la “struttura parallela” dei gulenisti all’interno del governo e delle forze armate e licenziò quanti delle sue spie – o semplicemente subordinati gelosi – poté identificare per sé, mentre chiudeva le banche affiliate a Gulen, le imprese, e i mezzi di comunicazione, incluso Zaman, il giornale di massima circolazione nel Paese. Poiché non vi erano ovviamente liste dei membri – essere gulenista è uno stato d’animo – ciò che ne è seguito non è stata una retata ma una caccia alle streghe, che ha continuato ad espandersi, come dimensione, dal momento che continuavano ad arrivare sempre nuove denunce, indubbiamente motivate da rivalità personali o da ambizioni di carriera. 
All’incirca altri 2.500 investigatori di polizia, pubblici ministeri e giudici stavano per essere licenziati quando è intervenuto il colpo di Stato abborracciato del 15 luglio. Ciò, a sua volta, ha scatenato un Erdogan che non conosce freni, con licenziamenti di massa e arresti prima ancora che fosse proclamata la legge marziale, devastando l’intero apparato dello Stato turco, incluse le forze armate, che hanno perduto 87 dei 198 generali dell’esercito, 30 dei 72 generali dell’aviazione, 32 dei 55 ammiragli della marina, sette dei 32 generali nel comando della gendarmeria e l’unico ammiraglio dei guardiacoste, come anche 1.099 alti ufficiali meno importanti. Per un Paese che combatte sul serio contro i curdi militanti affiliati al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), e che quanto meno finge di lottare contro lo Stato Islamico, queste sono perdite devastanti.
Per quanto riguarda l’economia del Paese, la confisca e la paralisi di molte imprese, grandi e piccole, stanno infliggendo grandi danni, soprattutto nel momento in cui i redditi del turismo sono azzerati. E ancora maggiori danni sono da attendersi nel momento in cui i meno culturalmente educati, male educati o incolti militanti dell’AKP andranno ad occupare, nel governo, i posti chiave lasciati liberi dal licenziamento o dall’arresto dei supposti gulenisti.
Ataturk non ne sarebbe sorpreso. Era convinto che l’Islam, in qualunque forma, sarebbe stato la rovina dei turchi.
(Traduzione dall’inglese di Gianni Pardo)

Erdogan’s Purge Is a Sectarian War
The alliance between Erdogan and Gulen came apart because it's impossible to reconcile their rival interpretations of Islam — and Islamism.
 BY EDWARD LUTTWAK
 AUGUST 3, 2016
 Mustafa Kemal Ataturk, the founder of the secular Turkish Republic that replaced the Islamic Ottoman Empire, died in 1938, but Turks still define themselves as pro- or anti-Ataturk — though women need not say anything because their headscarves, or lack thereof, proclaim their allegiance. The anti-Ataturk camp that wants to remake Turkey into an Islamic state was always supported by the less educated majority of the country’s population, but until 2002 it was firmly kept under control by the Turkish officer corps, whose unifying “Kemalist” ideology was strictly secular.
 What undid this equilibrium was a winning alliance of populist Islamists, led by the thinly educated ex-soccer player Recep Tayyip Erdogan, and the university-educated followers of Fethullah Gulen, a religious entrepreneur on a huge scale, whose followers established more than a thousand schools from Texas to Tashkent, as well as dozens of universities, student halls, and teaching institutes. Erdogan’s talent was, and is, to rally the masses by invoking their Muslim identity against all comers, from the West in general to better-educated, less devout fellow Turks; in 1999, he spent months in prison after being convicted for inciting religious hatred. 
Gulen’s winning formula was to collect funds from the devout to offer free, or discounted, educational opportunities in schools presented as entirely secular Gulen’s winning formula was to collect funds from the devout to offer free, or discounted, educational opportunities in schools presented as entirely secular, indeed with an emphasis on the teaching of science, in which Islamic practices are propagated very gradually by the friendly persuasion of slightly older students in private chats. Under Ataturk’s rules, Turkish universities were to be completely secular, banning the wearing of the Islamic headscarf and any form of worship on the premises. But with student housing both scarce and expensive in Turkish cities, Gulenist lodges offering free rooms served to convert tens of thousands of graduates into his devotees, many of them ready to do their bit after graduation by contributing funds, helping to establish schools or teaching in them, or by working in the media to good effect. Others did more than that, successfully infiltrating the Turkish officer corps by outmaneuvering its no-beard and no-headscarf rules with the blessing of Gulen, who no doubt justified such concealment with his own interpretation of the Islamic tenet of taqiyah.
So when Erdogan’s Justice and Development Party (AKP) won the 2002 elections, it was able to govern Turkey successfully, remaining in power until now, instead of being forced out or dissolved by military order, as with all previous attempts at forming Islamist governments. It was not Erdogan’s brawlers and provincials who implemented the AKP’s economic policies but rather Gulen’s competent technocrats, achieving good results that dissuaded a military intervention, along with obdurate European pressures in the name of democracy, and the vigilance of disguised Gulenists within the officer corps.
 What destroyed the alliance was the exact nature of Gulen’s Islam, which allows the dishonesty of systematic deception, but whose own substance is genuinely moderate — his creed truly accepts coexistence with other monotheists, including non-Sunni Muslims, and totally prohibits any form of violence in the name of religion against polytheists as well (in spite of the Quranic injunction).
But for Erdogan and his core AKP colleagues, such as former Foreign Minister Ahmet Davutoglu, Islam is something else entirely: specifically Sunni and the only religion entitled to exist at all. Its conquest of the planet must be advanced by all means possible, from mandatory religious education in Turkey (achieved by closing more and more secular schools) to the use of any amount of violence by Sunni Muslims fighting non-Sunnis anywhere in the world, from Hamas in Gaza to the al Qaeda affiliates in Syria and the Uighurs in China. That is why Erdogan tacitly supported the Islamic State as long as he could, initially prohibiting the use of the Incirlik Air Base against the group and allowing Turkish dealers to import its oil. (It’s no coincidence that when some Turkish truck drivers were kidnapped by the group, they were not beheaded but released.) Even when over-the-top outrages committed by the Islamic State finally forced Erdogan to allow U.S. airstrikes from Incirlik, the Turkish air force bombed only the Kurds. It was again because of its specifically Sunni identity that Turkey’s ties to Shiite Iran — and Syria’s Bashar al-Assad, Iran’s nominally Shiite Alawite ally — were always strained in spite of their common hatred of the West. (It’s notable that Davutoglu and Erdogan never used the common label “Alawite” to describe the religion of Syria’s leader but rather “Nusayri,” a heretical epithet among local Sunnis.)
When they met Erdogan and Davutoglu, their European colleagues and U.S. President Barack Obama saw the Armani suits and heard the standard language of statecraft. But by 2009 or so, Gulen judged that he had helped engender a monster, a covertly extremist Islamist regime that would ruin Turkey and damage Islam by starting violent quarrels with all its neighbors, which duly happened.
 The Gulenists in the police and judiciary tried to solve the problem in 2013 by bringing down Erdogan and a number of his ministers on amply justified corruption charges
 The Gulenists in the police and judiciary tried to solve the problem in 2013 by bringing down Erdogan and a number of his ministers on amply justified corruption charges; there is no other explanation for the billions of dollars accumulated by Erdogan’s family. But instead of resigning, Erdogan ordered the abrupt dismissal of the prosecutors and police involved, rightly counting on the unconditional support of his Islamist AKP base; the rule of law, after all, is a Western concept of and about which Erdogan’s most fervent supporters know little and care less. Erdogan struck back by denouncing the Gulenists’ “parallel structure” inside the government and armed forces and dismissing as many as his spies — or merely jealous subordinates — could identify for him while shutting down Gulen-affiliated banks, businesses, and media outlets, including Zaman, the country’s largest-circulation newspaper. Because there were, of course, no membership lists — to be a Gulenist is a state of mind — what ensued was not a roundup but a witch hunt, which kept expanding in scope as more and more denunciations came in, many no doubt motivated by personal rivalries or career ambitions. Another 2,500 or so police investigators, public prosecutors, and judges were about to be dismissed when the botched coup intervened on July 15. That, in turn, unleashed the no-holds-barred Erdogan, with mass dismissals and arrests even before the proclamation of martial law, devastating the entire apparatus of the Turkish state, including the armed forces, which lost 87 of 198 army generals, 30 of 72 air force generals, 32 of 55 navy admirals, seven of 32 in the gendarmerie general command, and the only coast guard admiral, as well as 1,099 less senior officers. For a country fighting militant Kurds affiliated with the Kurdistan Workers’ Party (PKK) in earnest, and at least pretending to fight the Islamic State, those are devastating losses. 
 As for the country’s economy, the confiscation and paralysis of many businesses, large and small, are inflicting much damage, even as tourism revenues have plunged. Yet more damage is certain as less educated, miseducated, and uneducated AKP militants move into key government positions vacated by the dismissal or arrest of supposed Gulenists.
 Ataturk would not have been surprised: He was convinced that Islam in any form would be the ruin of the Turks.

Pubblicato il 5/8/2016 alle 4.27 nella rubrica Diario.

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