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NON GIOCHIAMO CON LE PAROLE



In mancanza di altri riferimenti, il principio d’autorità non è poi tanto male. Non possiamo essere competenti in tutti i campi e non sempre abbiamo i mezzi per procedere personalmente a degli accertamenti. Dunque, di fronte allo specialista, ognuno di noi è costretto a concludere: “Non posso verificare personalmente come stanno le cose, ma visto che lui è colto e intelligente, probabilmente ha ragione”.
Quel principio tuttavia va adottato soltanto quando la verifica personale è impossibile. E infatti la scienza nacque quando Galileo, sull’inerzia e sulla caduta dei gravi, non si fermò all’ipse dixit, cioè ad Aristotele, ma si fidò piuttosto dei suoi esperimenti scientifici. Se l’umanità avesse avuto più senso critico e meno timore reverenziale nei confronti delle persone importanti, la scienza sarebbe nata prima.
Purtroppo, ragionare con la propria testa è faticoso. La gente è intellettualmente pigra e di solito fonda le proprie convinzioni sul principio: “lo dicono tutti”. Non solo dunque non ha un’opinione personale, ma non applica neppure il principio d’autorità, visto che “tutti” sono tutt’altro che un’autorità. Il punto di vista critico, invece di essere la regola, è l’eccezione, e ciò dà luogo ad una enorme quantità di luoghi comuni che, non fosse morto, Socrate si divertirebbe a smontare.
Prendiamo una frase banale: “Abbiamo tutti il dovere della solidarietà”. Chi sostiene che sia vera, potrà addurre come prova il fatto che lo pensa lui e molti altri insieme con lui. Ma ciò non dimostra affatto che: “Abbiamo tutti il dovere della solidarietà”; dimostra che: “La maggior parte degli uomini pensa che abbiamo il dovere della solidarietà”. Cioè fornisce un dato statistico che nulla ci dice riguardo alla sussistenza di quel dovere. L’umanità ha pensato per millenni che fosse il Sole che girava intorno alla Terra. Dunque chi pensasse di non avere quel dovere non andrebbe contro un’ovvia verità: andrebbe soltanto contro l’opinione della maggioranza.
Qualche persona più avvertita potrebbe obiettare che, appartenendo ad una specie sociale, l’uomo ha il dovere della solidarietà. Le termiti guerriere sono pronte a morire per difendere il termitaio, cioè a sacrificarsi per le altre termiti, perché sono una specie sociale, e anche noi abbiamo maggiori possibilità di sopravvivenza se cacciamo in gruppo e ci sosteniamo gli uni gli altri. Il fatto è vero, ma non dimostra ancora il dovere della solidarietà, perché bisognerebbe prima dimostrare la necessità, o almeno l’utilità, della sopravvivenza della specie umana. E ciò è impossibile. Noi in questo campo non abbiamo più titoli di quanti ne avrebbero i pidocchi, se si ponesse loro lo stesso quesito.
Bisogna guardarsi dalle facili evidenze, soprattutto quando sono coperte di retorica, come nel caso dei discorsi delle massime autorità della nazione. Neanche i grandi competenti (quelli che un tempo hanno creduto senza eccezioni di rilievo nell’esistenza delle streghe) ci devono troppo intimidire, e soprattutto non dobbiamo lasciarci impressionare dai paroloni, che a volte non hanno una consistenza maggiore di quella degli abiti nuovi dell’imperatore.
Per fare un esempio, prendiamo una parola riguardo alla quale, al solo sentirla, un po’ tutti ci sentiamo in dovere di toglierci il cappello: “trascendenza”. E tuttavia saremmo molto imbarazzati, se ci si chiedesse di spiegarne il significato. Siamo dunque così ignoranti?
Vediamo innanzi tutto che cosa ne dice un dizionario pensoso e intellettuale come il Devoto-Oli: la trascendenza è la “Nozione in cui si identifica una forma di esistenza non riconducibile alle determinazioni dell’esperienza”. La definizione è allarmante. Se la trascendenza non è riconducibile alle determinazioni dell’esperienza, chi ci dice che si tratti di un’esistenza e non di una inesistenza? A meno che questa trascendenza non sia qualcosa cui si può credere o non credere, senza bisogno di nessuna prova seria, come si può credere o non credere alla fortuna e alla malasorte.
Chissà, forse la soluzione risiede nel significato di quella parola, “esperienza” cui non è riconducibile la trascendenza. Sempre per quel dizionario, essa è una “Conoscenza acquisita mediante il contatto con un determinato settore della realtà”. Contatto, realtà. Sono parole pesanti, molto in contrasto con ciò che non è “riconducibile alle determinazioni dell’esperienza”.
Dunque meglio uscire dall’ambiguità e chiedersi quali siano i contenuti della trascendenza. Presto si giunge a concetti come “Dio”, “spirito”, “anima”, cui crede chi vuole credere, e non crede chi non vuole credere, al di fuori di ogni seria prova. Alla possibilità di dimostrare l’esistenza di Dio e dell’anima rinunciò infatti un credente del calibro di Immanuel Kant.
In materia di trascendenza non si ha il diritto di intimidire chicchessia. Si tratta di convinzioni personali, in cui nessuno può dimostrare all’altro di avere torto. Naturalmente non si nega che concetti come “Dio”, “anima” e “spirito” sono carichi di secoli di riflessioni teologiche e filosofiche, mentre la malasorte non è andata molto più lontano di qualche corno rosso. E tuttavia, paradossi a parte, si tratta di nulla di più di convinzioni personali. Il fatto che Hegel abbia potuto affliggere per decenni l’umanità intera parlando dello Spirito non ne ha per questo dimostrato l’esistenza.
Lo scetticismo è una pratica saggia. Non insegna la verità, ma almeno non spaccia per verità ciò che forse è una menzogna.
Gianni Pardo, pardonuovo@myblog.it
7 giugno 2015

Pubblicato il 7/6/2015 alle 14.41 nella rubrica Diario.

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