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IL BUONISMO E L'EXPO

 

ILBUONISMO

 

Unprofessore è detto “buono” se dà facilmente buoni voti e promuove. Ma a scuolasi va per imparare, non per essere promossi. Se chi insegna lo fa così bene chetutti i ragazzi imparano molto, e dunque meritano bei voti, non è buono, comedocente, è eccellente. Se invece insegna poco e male, e non boccia nessuno,sarà pessimo. Gli alunni avranno sprecato il tempo passato con lui. Dunquebisogna esaminare attentamente il concetto di bontà.

Secondola definizione del Devoto-Oli, essa è “sensibilità e comprensione nei confrontidei mali altrui”. Anche se questa sembra piuttosto la definizione della moderna“empatia” che della bontà. Comunque, con lo sviluppo della civiltà si è semprepiù diffusa la nozione che anche gli altri esseri senzienti hanno,all'occasione, le stesse sofferenze che avremmo noi al loro posto. Sembraqualcosa di banale e non è. Non soltanto per millenni - e ancora oggi in vasteparti del mondo – gli uomini sono capaci di far soffrire orribilmente e con lamassima indifferenza mammiferi superiori (nostri parenti stretti) ma per untempo pressoché altrettanto lungo sono stati indifferenti alla sorte delledonne. Perché, appunto, sono donne e non uomini. Gli indiani d'Americaarrivavano all'indifferenza nei confronti delle sofferenze del vinto chetorturavano.

Perquanto strano possa sembrare, la bontà è in primo luogo una conquistaintellettuale e una dimostrazione di equilibrio mentale. Non per caso icriminologi ci avvertono che un bambino che ama far soffrire piccoli animali èun caso allarmante. Non raramente i peggiori delitti sono commessi da adultiche da bambini erano crudeli. E dunque squilibrati.

Peril Devoto-Oli la bontà è anche: “sentimento e dimostrazione di benevolenza”. Equi bisogna intendersi. Fra le “dimostrazioni” bisogna distinguere nettamentela semplice “espressione del sentimento” dall' “attivazione in favore di chisoffre”. La differenza è fondamentale. Chi vede un barbone intirizzito per ilfreddo e dice: “Oh, poverino!”, offre un esempio di bontà-espressione, chi gliregala una coperta offre un esempio di bontà-attivazione. La prima è gratuita,la seconda è costosa. Chi dice “poverino!” e, pur potendo farlo, non aiuta losfortunato, può essere ragionevolmente sospettato di volere l'aureola dellabontà senza pagarne il prezzo. Non è “bontà” mettere sei su tutte le pagelle,perché costa soltanto non avere una coscienza professionale.

Purtroppo,non sempre si ha la possibilità di fare qualcosa per chi soffre. Si è impotentidinanzi ad un fatto appartenente al passato, dinanzi ad un male contro il qualenon ci sia rimedio o infine dinanzi ad un male che riguardi migliaia dipersone, come avviene in occasione di un terremoto. Anche chi è veramente buonopuò soltanto manifestare la sua compassione. Ma in queste occasioni si fannonotare dei ferventi della bontà-espressione che, dinanzi ai mali più grandi,non rinunciano all'atteggiamento eroico. Essendo estremamente buoni, richiedonoa gran voce che altri “facciano qualcosa”. Se si parla di bambini che muoionodi fame in contrade lontane, costoro dicono: “È inammissibile. Bisogna farequalcosa. Non importa quali possano essere i costi, vanno soccorsi. Lo Statodeve attivarsi. Se l'intero mondo si mobilitasse, non riusciremmo forse a salvarli?”Ma è soltanto un caso di buonismo commosso; poco dopo si cambia discorso e sipensa ad altro.

Ilbuonismo è in generale una dimostrazione di insufficiente buon senso. Moltianni fa – ma l'episodio è indimenticabile – scoppiò in Italia la moda di parlaredella fame in India. Il risultato fu un'autentica crociata, con conseguenteraccolta di fondi da inviare a quello sfortunato Paese. Le persone che avevanoqualche nozione di geografia facevano notare la differenza fra il numero diabitanti dell'Italia e il numero di abitanti dell'India, e dunque la totalesproporzione fra il male denunciato e i soggetti che avrebbero dovuto porvirimedio. Ma la gente non sentiva ragioni. La colletta fu portata a termine, isoldi furono spediti in India e il primo ministro indiano – allora la signoraGandhi – a momenti si offese. E infatti neanche ci ringraziò.

Lagente povera e di buon cuore contribuì col suo obolo alla nobile causa perchénon era intellettualmente attrezzata per comprenderne la stupidità, ma non cifurono scuse per gli intellettuali, i giornalisti, i politici. Tutti coloroche, pur essendo inevitabilmente coscienti dell'assurdità dell'iniziativa, lacavalcarono per essere in prima fila e inchinarsi al momento dell'applauso.

Ilbuonismo lascia soltanto l'alternativa tra l'ignoranza e la disonestàintellettuale.

GianniPardo, pardonuovo.myblog.it

 

 

IL BUONISMO COSMICO DELL'EXPO

Perchi fosse interessato, ecco un magnifico esempio di “buonismo”. I dati sonotratti dall'articolo di Maurizio Martina sulla “Stampa” del 28 aprile.

 

LaCarta dell'Expo di Milano potrà essere sottoscritta per tutto il tempodell'apertura e infine, con tutte le firme, sarà consegnata al SegretarioGenerale dell'Onu. Essa contiene in particolare i seguenti punti.

“Ildiritto al cibo deve essere considerato diritto umano fondamentale”. Il dirittoè quello strumento mediante il quale un individuo può chiedere allo Stato diattivarsi nel suo interesse. “Quell'uomo mi ha danneggiato, chiedo al giudicedi imporgli di risarcirmi”. Si amerebbe sapere a quale giudice può rivolgersiun africano del Sahel per vedersi fornire del cibo.

 La Carta prosegue affermando che bisogna “garantirel’equo accesso al cibo per tutti”. Questo si potrebbe anche ottenere. Si trattain fondo di fare in modo che  le vivandesiano alla portata di tutti i commensali. Questione di tavoli e di sedie. 

Bisognafavorire la “lotta allo spreco e alle perdite alimentari”. Per la verità pareimprobabile che, dove si soffre la fame, si sprechi il cibo. A meno che non si parlidegli sprechi dei Paesi ricchi: ma esiste anche qui il problema di raccattarele molliche o i resti rimasti nel piatto e farli poi avere agli affamati, amigliaia di chilometri di distanza.

Ènecessaria la “difesa del suolo agricolo e della biodiversità”. Lodevoliintenti che di solito appartengono a chi ha già mangiato. Gli affamati, dellabiodiversità si interessano quanto delle tradizioni incaiche. Riguardo alsuolo, di solito  i poveri sono pronti afarne scempio e infatti l'avanzata del deserto dipende in buona misura dalla“necessità” di far legna. Ma possiamo veramente fornire a tutti gli africanicucine a gas, stufe e relative bombole, a domicilio, per sempre?

Altropunto: “Tutela del reddito di contadini, allevatori e pescatori”. Giusto. Ma checosa si può fare, in concreto, per tutelarlo? In sussidi ci sveniamo già per inostri cittadini, e non sappiamo neppure se potremo continuare ad erogarli.

“Investimentoin educazione alimentare e ambientale a partire dall’infanzia”, checché ciòsignifichi. Ma la parola investimento è preoccupante: bisognerebbe sapere chipaga.

“Contributoessenziale delle donne nella produzione agricola e nella nutrizione”. A noipareva che facessero già abbastanza, ma forse ci sbagliamo.

“Investirenella ricerca e in tecnologie”. Ma i Paesi poveri non possono farlo. I Paesiricchi lo fanno, ma soltanto per vendere i loro prodotti. Le ricadute dellascienza per gli affamati sono scarse. L'unica cosa veramente utile, per loro,sono gli ogm, quando riescono a procurarseli.

  “Favorirel’accesso all’energia pulita”. Questa è puramente e semplicemente una follia.Le energie “pulite” sono antieconomiche nei Paesi sviluppati (che infatti lesovvenzionano con contributi statali). Figurarsi quanto senso avrebbe proporlea chi non può nemmeno procurarsi il carbone.

 “Corretta gestione delle cruciali risorseidriche”. Sarebbe opportuno, certo, ma ricordiamoci che non sappiamo ancoragovernare le alluvioni.

“Promuovereil riciclo e il riutilizzo”. I poveri in questo non hanno bisogno di consigli,lo fanno da sempre. E l'abbiamo fatto anche noi, durante la Seconda GuerraMondiale. La necessità aguzza l'ingegno.

“Salvaguardiadell’ecosistema marino”. Anche qui, non è detto che siamo qualificati adare lezioni. Il Mediterraneo è il nostro mare e ormai non fornisce quasi piùpesce. E dire che abbiamo meno fame di tanti Paesi dell'ex Terzo Mondo.

“Proteggerecon legislazioni adeguate il cibo da contraffazioni e frodi”. Quando si hafame, il problema non è il cibo contraffatto, è il cibo e basta.

“Contrastareil lavoro minorile e irregolare”. Sarebbe bello, ma in realtà è molto difficileintervenire in lontani Paesi. E poi non bisogna dimenticare che spesso questadiscutibile pratica dipende dalla fame. Agli albori della rivoluzioneindustriale, in Inghilterra (non nello Zimbabwe) lavoravano ancora bambini dimeno di dieci anni. Come dare lezioni a popolazioni con problemi disopravvivenza?

Aconti fatti di realistico in questa Carta c'è soltanto l'accessibilità del ciboa tavola, una volta che si abbia già la fortuna di averlo.

GianniPardo, grifpardo@gmail.com

29 aprile 2015

Pubblicato il 29/4/2015 alle 8.3 nella rubrica Diario.

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