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HOMO INSIPIENS

Che l'uomo sia sapiens è vero. Lo è perfino qualche persona di mia conoscenza, per la quale in linea di principio avrei avuto delle difficoltà. Ma poi penso che sa telefonare, sa prendere un ascensore e magari guida l'automobile: bisogna ammetterlo, è qualcosa di meglio di un babbuino.

Ma la superiorità dell'uomo sugli altri animali non deve troppo ingannare. Per cominciare, siamo tutti seduti sugli sforzi dell'umanità che ci ha preceduti. Molti di noi, che in quanto esseri umani si sentono colleghi di Albert Einstein, non sarebbero nemmeno riusciti ad inventare la tabellina del tre. Non dobbiamo dimenticare che tutto ciò che sappiamo, salvo pochissime eccezioni, ci è stato insegnato. Dalla rotondità della terra alla causa delle stagioni, dalla metallurgia all'uso della ruota. La scrittura – che ha consentito l'accumulazione delle esperienze positive precedenti – è una delle grandi invenzioni dell'umanità, ma nessun contemporaneo può attribuirsene il merito. E ci vollero secoli, per giungere all'alfabeto fenicio. Se sembriamo tanto più intelligenti dei primitivi della Papuasia non è merito di ciascuno di noi, ma del posto in cui siamo nati. Noi beneficiamo dell'intelligenza dei nostri antenati.

Questo limite intellettuale di ciascuno è del tutto incolpevole, e non è nemmeno il più grande. Ciò che impedisce all'uomo di meritare sul serio la qualificazione di sapiens è la frequente mancanza d'intelligenza ogni volta che la realtà o la scienza non gli si impongono in modo ineludibile. Non è strano. La scienza è contraria alla natura umana. Una cieca catena di cause ed effetti non è conforme alla nostra mentalità. Il nostro modo di pensare è antropomorfico, non meccanicistico. Come noi agiamo per uno scopo, ci viene naturale pensare che anche le cose agiscano per uno scopo. Ecco perché è tanto più naturale pensare al fulmine scagliato da Giove che alla differenza di potenziale elettrico fra le nubi e la terra.

Se, soprattutto a partire dal Diciassettesimo Secolo, la scienza ha cominciato ad affermarsi, non è perché gli uomini abbiano spontaneamente riconosciuto la sua validità intellettuale, ma perché ha cominciato a fornire dei vantaggi cui nessuno voleva rinunciare. Finché il travaglio ha riguardato le donne, molti se la sono cavata immaginando che Dio le avesse condannate a “partorire nel dolore”. Quando poi è stata inventata l'anestesia, gli stessi uomini che si rassegnavano al dolore delle donne, e magari condannavano qualunque pratica che tendesse ad evitarlo, si sono precipitati a chiedere al dentista di praticargli quella piccola iniezione, prima dell'estrazione.

Nei Paesi progrediti la scienza ha conquistato larghi spazi della vita quotidiana, ma non per questo gli uomini sono diventati più intelligenti. In tutti i campi in cui la scienza non può entrare, continuano ad essere stupidi come quell'homo sapiens che è certo più intelligente del babbuino, ma non fino a far dimenticare la parentela.

L'individuo normale non è molto razionale. Anche quando la razionalità fa parte del suo lavoro – come avviene per gli ingegneri, i medici, i chimici – la usa per la professione ma la dimentica per la sua vita personale. L'affettività domina allo stesso modo la vita privata dello scienziato e della commessa di negozio. Non è raro che tutto il comportamento dell'essere umano sia dominato da un'emotività infantile, in cui non c'è molto posto per la riflessione. Molte persone sono guidate soltanto dall'ambizione, dalla vanità, dall'amore dei piaceri, da tutta una serie di pulsioni che non mettono mai in discussione. Quanti si chiedono intorno a quale principio è organizzata la loro vita? Eppure ciò corrisponde ad intraprendere un viaggio senza sapere dove si va.

Gli uomini razionali, parlando col prossimo, sono spesso assaliti da una sorta di disperazione. Sono preparati a discutere idee e si trovano di fronte a pregiudizi. La giustificazione delle idee può essere demolita, il pregiudizio vive di evidenza: dunque contestarlo corrisponde soltanto ad offendere l'interlocutore. L'imbecille che è riuscito a concepire un'idea, è troppo felice di avere compiuto questa prodezza per rendersi conto che nel mondo c'è dell'altro. Per lui tutto si deve riportare al petrolio, oppure agli ebrei o agli americani, comunque al principio generale che ha deciso di porre al centro dell'universo. La complessità è irritante.

La misantropia ha veramente ampie ragioni, dalla sua. Se si commette l'imprudenza di assistere a un dibattito televisivo, si scopre che tutti i protagonisti sono alla ricerca non dell'argomento “vero”, ma di quello che convincerà gli ascoltatori. Col rischio di confondere logica e demagogia. Uno quasi invidia i babbuini, che tutte quelle parole non le capiscono e non possono rendersi conto che, dopo quattromila anni di astronomia, l'homo sapiens legge ancora gli oroscopi.

Gianni Pardo, 21 aprile 2015.

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Pubblicato il 21/4/2015 alle 15.30 nella rubrica Diario.

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