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L'ATEISMO PRAGMATICO

Discutere di Dio può essere veramente un piacere, se lo si fa fra persone civili. Queste  infatti sanno che chi non crede non sarà mai convinto neppure dai migliori argomenti di chi crede, e viceversa. Si parte dunque dal presupposto che nessuno convincerà nessuno e tutto si ridurrà ad un confronto di opinioni. Esclusivamente per il piacere della conversazione.
L'esistenza di Dio è uno dei più vecchi argomenti della filosofia e si potrebbe dire che la maggioranza dei pensatori, in tutti i tempi, è stata teista. Che non significa credente, e infatti Aristotele non lo era e non avrebbe nemmeno potuto esserlo, perché il suo Dio non era provvidenziale. Ciò malgrado, l'esistenza di Dio non è stata mai sentita tanto evidente da non abbisognare di prove. Purtroppo zoppicanti e tali che infine Kant le ha dichiarate tutte non convincenti. Lui stesso credeva, ma non per le ragioni illustrate dai suoi predecessori, da Tommaso d'Aquino a S.Anselmo.
Una delle principali ragioni per credere in Dio è la speranza che il mondo, invece d'essere un'enorme macchina che va avanti a caso, schiacciando indifferentemente buoni e cattivi, o magari premiando i malvagi piuttosto che i virtuosi, sia sorvegliato e guidato da una superiore saggezza. Purtroppo questa speranza trova un ostacolo nell'osservazione della realtà, anche se gli uomini al riguardo barano quotidianamente, fino all'illogicità più patente. Se qualcuno sopravvive a un incendio, dicono che  “grazie a Dio” si è salvato, mentre delle altre vittime nessuno dice che sono morte “per il mancato intervento di Dio”. E nel frattempo tutti sono pronti a condannare il pompiere che non ha fatto correttamente il suo lavoro. In queste condizioni, chiunque sarebbe “buono e provvidenziale”. Senza dire che l'Onnipotente avrebbe potuto salvare tutti i malcapitati, fra cui magari un bambino di cinque anni, semplicemente impedendo l'incendio?
La verità è che molti hanno bisogno di credere nella Divina Provvidenza e per farlo sono disposti ad incorrere nel più evidente dei circoli viziosi. Invece di pensare che un uomo si è salvato per fortuna (come è naturale) affermano apoditticamente che ciò è avvenuto per l'intervento di Dio, e da questa apodissi deducono la Sua esistenza.
E c'è un'ulteriore osservazione. Di Dio si parla moltissimo e ognuno ci crede perché ci credono gli altri, con un'infinita petitio principii. Ma se il Suo costante intervento fosse uno fra i più importanti fattori della vita, non dovrebbe risultare evidente all'osservazione personale, diretta o indiretta? Il generale consenso, anche se costituisce una delle tante prove fornite nella Summa Theologica, non dimostra nulla. Tutta l'umanità potrebbe sbagliarsi? chiede l'Aquinate. E la risposta è: purtroppo sì. Un'affermazione non è valida secondo quante persone la reputano valida: la verità non è un concetto statistico. 
Per il miscredente Dio potrebbe essere un'illusione collettiva, priva di dubbi proprio perché collettiva, mentre il singolo non trova nessuna traccia d'intervento divino. Nella realtà che lo circonda vede agire forze cieche e deterministiche. Ben difficilmente vi può riconoscere un disegno superiore e, men che meno, un intervento esterno. Tutto sembra dominato dalla legge di causalità: se non si volesse tenere conto dell'opinione della massa, se si prescindesse da tutte le frasi in cui c'è la parola “Dio”, ci accorgeremmo che non abbiamo nessuna prova concreta della sua esistenza. E se non ne abbiamo nessuna, questo Dio non finisce col somigliare al Godot della pièce di Ionesco?
Accanto all'ateismo per motivi filosofici, ci può essere dunque un ateismo per motivi pragmatici: di questo Dio non si vede nessuna traccia. Ai credenti basta chiedere: “Immaginate che Dio non esista. Che cosa ci sarebbe di diverso, nel mondo?” Se a questa domanda non si può rispondere in modo convincente, se la nostra vita è dominata soltanto dalla legge di causalità, la conclusione – almeno, per chi non è comunque deciso a credere - è che Dio non esiste. Una conclusione non filosofica, semplicemente pragmatica. Come rispose Laplace a Napoleone, quando questi gli fece notare che in tutta la sua teoria non aveva mai parlato di Dio: “Sire, non ho avuto bisogno di questa ipotesi”.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
7 aprile 2015

Pubblicato il 7/4/2015 alle 11.8 nella rubrica Diario.

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