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CHE BERLUSCONI VADA VIA

Molti, che hanno votato per il centro-destra, e che voteranno per il centro-destra anche la prossima volta, potrebbero desiderare che Silvio Berlusconi lasci la politica non perché abbiano perso fiducia in lui ma perché la politica, senza di lui, sarebbe costretta ad essere un po’ meno infantile.
Esiste una materia di studio, la geopolitica, il cui assioma di partenza è che i dati di fatto - geografici ed economici - sono più stabili e costanti dei vari governi. Se la Francia e la Spagna non hanno avuto serie vertenze territoriali europee è perché i Pirenei stabiliscono una frontiera incontestabile e non facile da superare. Al contrario, la disgrazia della Polonia è quella di non avere confini naturali, tanto che è stata attaccata sia dalla Germania nazista sia dalla Russia staliniana. E anzi la Russia, anche se la Polonia non era certo alleata di Hitler, ne ha inglobato una buona parte (con in più Königsberg per fare buon peso) e l’ha letteralmente “spostata verso ovest” a spese della Germania.
Accanto al problema dei confini ci sono gli interessi costanti, come quello della Russia per il Bosforo o dell’Occidente europeo per i Paesi che esportano petrolio: questi dati di fatto sono sostanzialmente immodificabili, anche nel lungo termine. Per questo gli uomini politici cambiano ma la politica dei vari Paesi non cambia. Finché c’è stata la Guerra Fredda, l’alleanza fra la Turchia e gli Stati Uniti (Nato) era nelle cose. Implosa l’Unione Sovietica, la Turchia si è di fatto sganciata da questa alleanza ed ha dato inizio ad una politica di egemonia regionale.
Questa è la realtà come la vede il politologo. L’uomo della strada invece, simile a un bambino, personalizza le nazioni nel loro capo: Hitler attaccò Stalin ma alla fine fu battuto da Churchill e Roosevelt.
In tempo di pace i Capi sono più scoloriti. La gente un po’ si rende conto che quello che oggi fa Cameron in Gran Bretagna non è molto diverso da quello che faceva fino a poco tempo fa Blair e che farebbe lo stesso Blair se fosse ancora al potere. Se invece si vivesse un momento drammatico, i Capi diverrebbero di nuovo giganti e si cederebbe alla tentazione di attribuire a loro personalmente la responsabilità dei risultati. Soprattutto quelli negativi. Una volta chiesero ad Eisenhower di chi fosse il merito dello sbarco in Normandia e lui rispose: “Di chi sia il merito non lo so. So soltanto che se non fosse riuscito sarebbe stata colpa mia”.
In Italia siamo in tempo di pace ma viviamo un momento di guerra politica, con tutta una nazione letteralmente appesa a Silvio Berlusconi. Da una parte gli si dà il torto di qualunque cosa, dall’altra solo da lui ci si attende la salvezza. Anche contro venti e maree. Siamo alla personificazione dello Stato spinta a livelli maniacali. E questo gioco che dura da anni è così sterile, stucchevole e infantile, che veramente non se ne può più. Inoltre, nella convinzione che sia un gigante - una sorta di Gargantua che da solo può sbaragliare un esercito - gli vanno contro non soltanto gli oppositori ma anche i sostenitori. Gli alleati hanno infatti la sotterranea convinzione che nulla lo può ferire, nulla lo può abbattere, sicché ci si può ritagliare una fetta di visibilità attaccandolo o remando contro: tanto proprio lui metterà rimedio a tutto. E se non dovesse mettere rimedio a qualcosa, sarà colpa sua. Un gigante può forse avere bisogno degli altri?
Se Berlusconi si allontanasse dall’Italia, magari per un anno, magari solo per sei mesi, e in quel tempo non intervenisse per nulla nelle nostre vicende, il mondo politico e gli italiani in generale si accorgerebbero che  i giganti non esistono. Che i problemi li devono risolvere loro, non un deus ex machina. E quanto ai governanti, invece di aspettarsene dei miracoli, i nostri concittadini finalmente capirebbero che la scelta è sempre fra mediocri e pessimi. Agire in concreto è del resto molto difficile per chiunque sia al governo: soprattutto in un Paese in cui la moda è dire no ai rimedi lamentandosi poi della mancata guarigione. Oggi Berlusconi serve da testa di turco. Domani?
Ma non abbiamo speranze. Non si diviene Silvio Berlusconi se non si è divorati da un’ambizione che non concede tregua. E figurarsi se concede un anno sabbatico. Per vedere come se la cavano la destra e la sinistra di un’Italia orfana, dovremo aspettare.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, www.dailyblog.it
16 giugno 2011

Pubblicato il 17/6/2011 alle 9.20 nella rubrica Diario.

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