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DUBBI SUL CENTRO-DESTRA IN CRISI

Il centro-destra è in perdita di velocità e la sinistra è tutta ringalluzzita. Sembra un pugile che veda l’avversario annebbiato e barcollante. Ha conquistato Milano e Napoli, il popolo, dopo quindici anni, è andato a votare contro il governo e quella della maggioranza sembra una catastrofe. Ma è lungi dall’esserlo per una ragione semplicissima: le elezioni sono fissate per il 2013. Da un lato i parlamentari hanno tutto l’interesse a rimanere in Parlamento fino a quella data (e si è visto nel dicembre dello scorso anno) dall’altro, come diceva il grande giornalista Alistair Cooke, “in politica sei mesi sono l’eternità”. E qui di eternità ne abbiamo quattro. Scambiare gli hurrah di vittoria della minoranza per un evento storico è un errore. È vero che nel calcio esiste il fattore campo, è vero che chi gioca in casa è aiutato dall’incitamento dei tifosi, ma la partita si vince con la palla che entra in porta, non con le urla.
Per il centro-destra attualmente i segnali non sono incoraggianti. Non solo la crisi economica internazionale è divenuta infinita, ma in Italia l’ostilità a qualunque riforma fa sì che non ci sia possibilità di rimedio. Come si può rimuovere il minimo freno allo sviluppo se la società è ostile a qualunque cambiamento inteso a questo scopo? Abbiamo forse dimenticato la battaglia sull’art.18 dello Statuto dei Lavoratori? Abbiamo dimenticato la guerra che si è fatta a Sergio Marchionne per la sua assurda pretesa che le imprese non lavorino in perdita? Si invoca il calo delle tasse e poi ci si lamenta per qualunque intervento sulle spese, anche quelle riguardanti il cinema o l’opera lirica. Se i tagli sono uguali per tutti (lineari), ci si lamenta che non facciano differenza, se fanno differenze, apriti cielo. Da Giulio Tremonti si vorrebbe che lo Stato incassasse di meno e distribuisse di più.
Ora c’è stata la vicenda dei referendum e la maggioranza, dicono, ha preso una sberla. Dimenticando che la maggioranza aveva lasciato libertà di voto e che non ha vinto l’antiberlusconismo, ma il misoneismo di un’Italia insensibile alla razionalità e alla scienza. Non rinuncia al nucleare il Giappone, il cui ultimo terremoto è stato migliaia di volte più forte di quello dell’Aquila, e ci rinunciamo noi, che non abbiamo molto da temere, se non da un’eventuale nube radioattiva portata dalla Francia dai prevalenti venti da ovest. Ma i nostri media ci sguazzano, nell’allarmismo, nella paura, nel misoneismo. Per conseguenza, pur di evitare la bomba atomica in casa, la gente è andata a votare. Contro Berlusconi? No, contro la razionalità. E a favore di una dipendenza energetica dall’estero che ha i suoi pericoli. Ma già, c’è chi si è lamentato dei rapporti di Berlusconi con Gheddafi e con Putin. Il condizionatore deve andare a tutta birra ma noi non dobbiamo né produrre energia nucleare né avere buoni rapporti con chi ci fornisce il gas per far girare le centrali. Qualcuno giorni fa ha così riassunto la demagogia della vicenda referendaria: “Volete che l’acqua costi di più e i privati si arricchiscano a spese dei poveracci? Volete che Berlusconi abbia la più totale impunità? Volete morire per le radiazioni atomiche di una centrale nucleare? Se non volete queste cose, votate sì. Gli italiani hanno votato sì”.
L’elettorato più riflessivo di centro-destra è deluso dalle contraddizioni, dagli annunci e dai contro-annunci di una maggioranza confusa, frustrata, incoerente. Lo stesso Silvio Berlusconi sembra annaspare e non avere più sugli italiani quella presa magnetica che tutti gli hanno sempre riconosciuto: se si votasse a fine mese, il centro-destra sarebbe a rischio. Ma non si vota a fine mese: ed è da questo dato che bisogna partire.
La crisi del centro-destra è una crisi emotiva, provocata dalla pochezza della maggioranza e dalla demagogia della minoranza.
La maggioranza fa schifo, si potrebbe dire, ma questa non è una notizia, qualunque maggioranza fa schifo. Visto da vicino, il regime democratico è quello che ha fatto dire a Churchill la sua famosa frase per cui esso è il peggiore, se non guardiamo gli altri.
E tuttavia ciò non ha veramente importanza, se l’unica cosa che conta è la vittoria alle elezioni politiche. E anche qui ci sono da allineare dei fatti. Innanzi tutto il semplice passare del tempo, che rende in politica obsoleta e insignificante qualunque cosa abbia più di uno o due mesi. Poi il voto di protesta di Milano e soprattutto di Napoli potrebbe mostrare i suoi limiti, e per chi ha sperato nei miracoli dell’antipolitica sarebbe una brutta botta. Infine, se il centro-destra ha l’aria del perdente, il centro-sinistra non ha l’aria del vincitore. Finché si tratta di gridare abbasso Berlusconi, è facile trovare l’accordo ma se si tratta di costituire una coalizione, cioè di impegnarsi a governare insieme, dov’è la coalizione di centro-sinistra? Casini alleato con Bersani? Fini con Vendola? Grillo supporter di tutti costoro? E anche se vincessero, che politica potrebbero mai fare?
Ammettiamo comunque l’ipotesi che nel 2013 quegli stessi italiani dal pensiero profondo che hanno votato per i referendum votino contro il centro-destra: come possono consolarsi quelli che preferirebbero (padella o brace) il centro-destra? Semplicemente pensando che, se l’Italia sarà governata ancora peggio di come è stata governata negli anni recenti, ne soffriranno anche coloro che avranno voluto il cambiamento di maggioranza. L’Italia è unica e siamo tutti nella stessa barca. Chi fa dei buchi sul fondo danneggia anche se stesso.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
14 giugno 2011

Pubblicato il 14/6/2011 alle 16.9 nella rubrica Diario.

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