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TURRIS EBURNEA

Di Carlo Quinto crediamo di ricordare che lasciò il trono e si ritirò in convento per una crisi depressivo-religiosa. Di Diocleziano sappiamo ancora meno: cessò di governare l’immenso Impero Romano per andare a vivere da privato a Spalato, ma non conosciamo i veri motivi della decisione. E oggi, giocando con la fantasia, ci chiediamo se anche noi lasceremmo il trono d’Italia per andare in un posto qualunque. Un posto in cui non sapremmo più niente del Paese che abbiamo cercato di governare.
Dicono che comandare dia più piacere che fare l’amore ma non è impossibile che ci si stanchi di ogni sorta di piacere. Incluso quello di comandare. Soprattutto in un Paese, come l’Italia, in cui il comando è solo un’apparenza di comando e di fatto non comanda nessuno. I carabinieri e i poliziotti hanno dovuto assistere per anni al reato flagrante di blocco del traffico da parte degli scioperanti perché neanche il codice penale comanda in Italia. E quando finalmente lo Stato è intervenuto, è stato per depenalizzare il fatto. Oggi se in tre blocchiamo una strada, i carabinieri ci strapazzano e andiamo in galera. Se siamo trecento o ancor meglio tremila, i carabinieri ci fanno la scorta. Si comanda a turno.
Chi ha votato da sempre “contro i comunisti” ha esultato, nel 1994, quando la Sambenedettese di Silvio Berlusconi ha vinto contro la Juventus di Occhetto. “Ci siamo, ora finalmente si governerà secondo i principi liberali”. E invece il governo non durò neanche un anno. Berlusconi ha rivinto nel 2001 e nel 2008, ma non abbiamo visto né un governo che governa secondo principi liberali, né le realizzazioni sperate e promesse: la riforma della giustizia, la riforma del fisco, l’energia nucleare, il Ponte sullo Stretto. Colpa di Berlusconi? Non proprio. Siamo convinti che essendo sul trono, noi non avremmo saputo fare di meglio.
Qui non si riesce a far niente neanche avendo di fronte un’opposizione sfilacciata, parolaia e inconcludente come quella attuale. Il nemico più serio è il potere dei magistrati, Corte Costituzionale in testa, ma quello più possente è l’inerzia, la demagogia, la pochezza della nostra classe politica. Timida fino alla viltà dinanzi agli attacchi della demagogia. E dal momento che questa classe politica è emanazione del popolo italiano - di tutti noi che siamo come siamo - c’è ben poco da sperare. E l’opposizione non è migliore della maggioranza. Prodi non ci era simpatico, ma chi avrebbe fatto meglio di lui, fra il 2006 e il 2008?
Ora ci sono dei referendum, puramente demagogici e a volte autolesionisti (come quelli riguardanti l’acqua) e si assiste ancora una volta al festival delle deformazioni e delle bugie intese puramente e semplicemente a profittare dell’ignoranza del prossimo per andare contro il governo. C’è gente che, con aria seria, non dice di votare contro il nucleare, ma di votare “per la vita”. Dunque chi è per l’energia nucleare è un assassino. E  poi compriamo l’energia dall’assassino francese che l’ha prodotta.
In queste condizioni, il trono mi disgusta. Me ne vado all’Escorial, me ne vado a Spalato, me ne vado senza lasciare l’indirizzo.
Prima seguivo i dibattiti politici, poi ho seguito solo quelli meno faziosi e meno vocianti, poi nessun dibattito politico e recentemente salto spesso il telegiornale. Senza dire che, per regola costante, tolgo l’audio quando appaiono il Papa, Napolitano, Di Pietro e qualche altro. La mia salute ne ha risentito positivamente.
Noi italiani meritiamo tutti i guai che riusciamo a procurarci. Nel giugno del 1940 siamo stati felici dell’entrata in guerra, sperando grandi vantaggi e gloria gratuita, e solo perché è andata veramente male abbiamo poi fatto finta che il torto fosse del solo Mussolini. Domani, quando l’acqua scarseggerà e allo Stato (cioè a tutti noi) costerà di più, dimenticheremo che abbiamo preferito dar torto a Berlusconi che sostenere buone leggi. Con la nostra eterna disinvoltura, daremo la colpa a lui invece che a noi stessi. Se tutto questo di fatto non avverrà, non sarà perché sappiamo a cosa si sarebbe detto sì o no, ma solo perché non ci siamo scomodati per andare alle urne.
La saggezza ci indica la stoica via del disinteresse. Se riusciamo a non ascoltare troppo la televisione e a non vedere troppi giornali, possiamo anche sognare, emuli di Montaigne, di vivere chiusi nella nostra torre, con i nostri libri e la nostra musica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
11 giugno 2011

Pubblicato il 11/6/2011 alle 19.50 nella rubrica Diario.

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