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IL CASO SANTORO e la libertà di parola

Il caso di Michele Santoro non deve essere discusso partendo da un giudizio sulla sua trasmissione. Diversamente sarebbe come se un giudice, chiamato ad emettere la sentenza per un furto, chiedesse prima: il mio parente è il ladro o il derubato?
Il problema teorico è: qual è il rapporto fra i diritti del padrone della testata e la libertà di parola di chi scrive su quella testata?
Secondo la Costituzione, tutti abbiamo il diritto di esprimere liberamente il nostro pensiero. Uno può dire: “Berlusconi è una benedizione, per l’Italia” e i suoi ascoltatori – gli amici al bar, la sua famiglia – possono approvarlo o no. Ma se costui desiderasse esprimere questa idea su “la Repubblica” il direttore gli farebbe notare che qualunque cittadino ha il diritto di esprimere un’idea, ha anche il diritto di pubblicarla, ma non ha il diritto di scriverla sul giornale che lui dirige.
Nell’esempio il limite obiettivo alla libertà di parola è dato dal rifiuto del Direttore ma lo stesso Direttore – a meno che non sia anche il proprietario del giornale – è a sua volta uno stipendiato. E si riproduce per lui lo schema visto per il cittadino. Il proprietario della testata, se pensa che la linea editoriale è divenuta inaccettabile, è libero di licenziarlo. Come si vede, la libertà di divulgazione del pensiero appartiene interamente e soltanto ai proprietari dei media. Tutti gli altri possono dire quello che vogliono, ma solo agli intimi o quasi.
La situazione non è anomala. Il cittadino che non trova nessuno disposto ad assumerlo o quanto meno ad ospitare le sue idee può sempre fondare e pubblicare un suo giornale. E se non avrà un numero sufficiente di lettori per tenere in vita la testata non sarà la libertà di stampa, a mancare, ma il successo.
Lo schema di totale libertà del proprietario incontra tuttavia un limite. Un giornalista, assunto con un contratto, per il tempo del contratto è per così dire inamovibile. La garanzia del datore di lavoro risiede nella sua scelta iniziale. Se “Repubblica” non vuole avere brutte sorprese, è bene che non assuma chi considera Berlusconi una benedizione per l’Italia.
Santoro è un caso particolare. Come si sa, egli è stato a suo tempo escluso dal video Rai e riammesso imperativamente dal giudice del lavoro (sentenza confermata in appello). Non avendo seguito da presso la vicenda, sarebbe sciocco esprimere giudizi su queste decisioni. Porremo dunque quesiti generali: è giusto – salvo precisi motivi giuridici contrattuali – imporre un giornalista alla proprietà? A nostro parere no. Sarebbe come imporre a un cittadino di fede comunista di aprire la sua casa a un fervente di “Ordine Nuovo” affinché possa tenere un comizio dal balcone.
Ammettiamo comunque che Santoro, disponendo della tribuna della Rai, eserciti un diritto; ammettiamo pure, come dicono molti, che il suo sia un programma di grande successo; ammettiamo che, in termini monetari, esso renda molto più di quanto costi; ammettiamo infine, per fare buon peso, che licenziandolo la Rai, come sostiene il critico televisivo del “Corriere”, “commetta un suicidio”: tutto ciò posto, un programma come quello di Michele Santoro è LECITO? A nostro parere no. Sarà lecito quando si sposterà su “La 7” o su una qualunque televisione non Rai.
Lo Stato ha il diritto di imporre una tassa sui televisori ma non ha il diritto, se vuole avere una televisione pubblica, di offrire un servizio non pubblico. In democrazia una simile emittente non ha il permesso di trasmettere film pornografici, non ha il permesso di sparare a zero sul governo e sulla maggioranza e non è tenuta a cantarne da mane a sera le lodi. Il suo dovere è quello di contribuire all’informazione e all’elevazione culturale e civile dei cittadini, essendo accettabilmente imparziale, accettabilmente obiettiva e per nulla tendente ad indottrinare. In nessuna direzione. Diversamente mancherebbe alla sua funzione e non si comprenderebbe perché la si denomini pubblica. O perché i cittadini siano costretti a pagare un canone per vederne programmi. Il giorno in cui Santoro farà i suoi programmi su “La 7”, tutto rientrerà nell’ordine. Quella televisione non ha funzioni pubbliche e non costa un centesimo ai cittadini.
La soluzione più vera di tutto il problema sarebbe tuttavia l’abolizione del servizio pubblico, anche lasciando la tassa sui televisori.  La Rai è solo una televisione come le altre, sia come livello culturale e morale, sia come atteggiamento politico. E da privata potrebbe anche tenersi Santoro, il cui programma era “un servizio pubblico” solo per l’opposizione politica.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it, pardonuovo.myblog.it
7 giugno 2011

Pubblicato il 8/6/2011 alle 9.34 nella rubrica Diario.

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