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L'EUROPA IMBELLE E PRESUNTUOSA

Friedrich Nietzsche notava che, se richiesti di un parere in materia di chimica o di paleografia, tutti si schermiscono: “Non sono competente”. Ma nessuno si dichiara incompetente in materia di morale. E di politica, aggiungiamo. In questo campo molti giornalisti scrivono disinvoltamente che i governi sono inetti, che chi li dirige non capisce nulla, che gli Stati - anche i più grandi e gloriosi - non fanno che inanellare errori. Uno di questi soloni in servizio permanente effettivo è Eugenio Scalfari. Leggendo i testi di questi Besserwisser, di quelli che la sanno più lunga, viene voglia di concludere: “Insomma mi stai dicendo che il principale errore è stato quello di non affidare a te la guida incontrastata del mondo. Tu sì avresti saputo che cosa fare”.
Nessuno dice a Vettel o ad Hamilton: “Alzati ché mi siedo al tuo posto e faccio meglio di te”, ma tutti sono disposti a dirlo a Sarkozy, a Obama, a Cameron e, ovviamente, a Berlusconi.
Naturalmente non si sostiene che gli illustri personaggi non sbaglino mai: sarebbe una sciocchezza smentita cento volte dalla storia. Ma li si potrebbe rispettare un po’ di più.
Franco Venturini ad esempio (1) fa una lunga lista dei problemi del momento in Egitto, Tunisia, Libano, Iraq, Iran, Gaza, Yemen, Giordania, Algeria, Oman, Marocco, Bahrein e Arabia Saudita. E conclude che “noi occidentali avremmo bisogno di statisti, di visioni strategiche, di capacità di leadership, e riusciamo ad esprimere soltanto la nostra inadeguatezza”. “Siamo davanti a una grande Storia, al processo rivoluzionario del mondo arabo, e non sappiamo bene cosa fare oppure siamo ostaggi delle nostre convenienze democratiche nazionali”. Insomma tutti i nostri governanti hanno le idee confuse e sbagliano in coro. Sarà. Ma a nostro parere l’errore non lo commettono i governanti: lo commettono i popoli. Soprattutto gli europei e gli statunitensi. E in democrazia i governanti sono costretti a seguirli.
Le potenze europee sono senza alcun dubbio in grado di difendersi agevolmente da un attacco proveniente dai Paesi meno sviluppati. Cessata la Grande Paura dell’Unione Sovietica, ed essendo inverosimile un attacco degli Stati Uniti o della lontana Cina, non solo l’Europa vive un periodo di pace che dura da 66 anni, ma non vede neppure all’orizzonte quale avvenimento potrebbe interromperlo. Se negli scorsi decenni dei soldati europei hanno imbracciato un fucile è stato fuori dall’Unione Europea. Per conseguenza potremmo dormire fra due guanciali. Invece ci procuriamo ansie contraddittorie e preoccupazioni inutili. Il problema dell’immigrazione clandestina, per esempio, nasce dalla nostra drammatica mancanza di risolutezza. E  soprattutto da un lato rifiutiamo di usare le armi perfino per difenderci, dall’altro ci sentiamo responsabili dell’universo mondo e vorremmo che esso obbedisse alla nostra volontà. Ci sentiamo in diritto di dire, disinvoltamente: “Questo non possiamo permetterlo”. Come se il mondo, per andare avanti, dovesse ottenere il nostro permesso.
La retorica sembra una forza irresistibile. E infatti Venturini scrive:  “Tutto è possibile, ma che vinca Gheddafi no. In Siria la febbre sale… Ma così, a colpi di stragi, non potrà durare”. Ora, di grazia, chi mai ci ha affidato la responsabilità dei libici, dei siriani, degli yemeniti e chissà di chi altro ancora? E soprattutto, perché non è possibile che vinca Gheddafi? Venturini manderebbe suo figlio a combattere in Libia, per impedirlo?
La nostra frustrazione – anzi, più esattamente la frustrazione di Franco Venturini – nasce dal contrasto fra una volontà di inazione e una volontà di dominio del mondo. Se i romani e gli inglesi hanno creato un impero non l’hanno fatto sventolando una Carta delle Nazioni Unite. E se non si è disposti a sparare e a morire, per imporre la nostra volontà in altri Paesi, è meglio alzare alte mura intorno alla nostra polis e lasciare che il resto del mondo vada come vuole andare.
Noi chiediamo ai nostri governanti l’impossibile: che facciano grandi frittate senza rompere un uovo. Non siamo dunque confusi e mal guidati, come dice l’articolo di Venturini: siamo imbelli e presuntuosi. Miope ed inadeguato è innanzi tutto l’editoriale del Corriere della Sera.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
10 aprile 2011


(1) http://www.corriere.it/editoriali/11_aprile_10/venturini_914ac93a-6344-11e0-9ce6-e69a9a96cab4.shtml

UN PO' MIOPI E INADEGUATI
Al Cairo piazza Tahrir è tornata a riempirsi di manifestanti e ci sono scappati dei morti. In Tunisia un governo transitorio esangue attende le elezioni, e non potrebbe, nemmeno volendolo, mostrare contro i migranti la fermezza che gli viene chiesta dall'Italia. In Libia si lavora sottotraccia per disgregare dal di dentro il regime di Gheddafi, ma intanto le forze del Raìs rischiano di battere la Nato oltre ai ribelli. E siccome a questo non si può arrivare, infuria il dibattito sull'ultima ratio: truppe di terra, armi agli insorti, accettare le possibili perdite e far volare più bassi gli aerei dell'Alleanza? Tutto è possibile, ma che vinca Gheddafi no. In Siria le febbre sale, complici i militari legati al potere alawita degli Assad. Ma così, a colpi di stragi, non potrà durare. E allora quali saranno i contraccolpi in Libano, in Iraq, in Iran, a Gaza? E Israele, resterà ancora a guardare? Esplosioni quotidiane scuotono lo Yemen. La Giordania, l'Algeria, l'Oman, forse il Marocco sono a rischio. Il Bahrein è stato normalizzato da una dottrina Breznev in salsa saudita. Ma proprio l'Arabia Saudita ha paura e fa paura, più di tutti.
Basta questo rapido sorvolo per trovare conferma a quanto in Occidente si desiderava e insieme si temeva: la Rivoluzione araba è un processo inarrestabile benché assai variegato nelle sue diverse componenti libertarie, economiche, religiose, tribali, generazionali, tecnologiche. Non sappiamo quale delle sue fasi stiamo vivendo, non sappiamo quanto durerà, non conosciamo i suoi sbocchi finali che potrebbero essere o non essere di nostro gradimento.
Qualcosa, però, lo sappiamo. Che proprio quando noi occidentali avremmo bisogno di statisti, di visioni strategiche, di capacità di leadership, riusciamo ad esprimere soltanto la nostra inadeguatezza.
L'Europa è semplicemente se stessa, quella che è diventata da qualche anno a dispetto di tutte le retoriche. Non è soltanto il punto di riferimento Usa a mancarle, perché gli europei si divisero sull'Iraq anche quando la leadership americana era forte. Più semplicemente - e la Libia è una conferma - a dettar legge nell'Unione sono i fronti interni elettorali dei principali soci, sono ora le urgenze di Sarkozy ora il nuovo nazionalismo mercantilista tedesco. Si può trovare un compromesso se si è in pericolo di morte, come sull'euro, ma sulla politica estera comune o su una politica europea per i migranti è meglio non farsi illusioni.
E poi c'era una volta l'America. Oggi Barack Obama viene accusato da molti di essere diventato mister tentenna, dall'Afghanistan alla Libia. Ma per capirlo è utile ricordare una frase del capo di stato maggiore della Difesa Mullen: la principale minaccia alla sicurezza dell'America è il suo deficit. A Washington sperano in una crescita appena sotto il tre per cento. Chi se ne intende aggiunge che tutto dipenderà dalla Rivoluzione araba e dal prezzo del petrolio, che a sua volta dipende dall'Arabia Saudita. Si capisce che esistano due pesi e due misure, nella politica di un presidente che vuole la rielezione. Siamo davanti a una grande Storia, al processo rivoluzionario del mondo arabo, e non sappiamo bene cosa fare oppure siamo ostaggi delle nostre convenienze democratiche nazionali. Anche questo è un processo, involutivo. Si affaccia forse un mondo post-occidentale, mentre qualcuno sta alla finestra e se la ride. La Russia, con il suo gas e il suo petrolio. E soprattutto la Cina, la potenza in emersione che può raddoppiare la sua velocità grazie al declino altrui.

Pubblicato il 12/4/2011 alle 8.29 nella rubrica Diario.

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