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LIBIA, FRANCIA, GB, D'ALEMA E FINI

La vicenda libica rappresenta una novità. È dal tempo della politica delle cannoniere che l’Europa non provava ad imporre la sua volontà ad un Paese straniero. I casi dell’Afghanistan o dell’Iraq non fanno parte di questa politica perché in essi si è fatto ricorso alla guerra tradizionale: le cannoniere invece servivano a dimostrare il possesso dei muscoli senza doverli usare.
Francia e Inghilterra probabilmente si sono sentite autorizzate a cercare di scacciare Gheddafi perché, nel corso degli anni, quel rais è riuscito a farsi molti nemici: prova ne sia che quasi nessuno ne ha preso le difese. Ma in questo caso, potrebbe dire qualcuno, le cannoniere hanno sparato eccome. Al Colonnello infatti sono stati inflitti notevoli danni. Vero. Ma, pur costituendo tecnicamente atti di guerra, i raid non sono una guerra: o almeno, non possono imporre una capitolazione. Gli anglo-americani hanno inflitto enormi ed inutili danni alle città della Germania nazista e tuttavia la fine è arrivata quando gli eserciti sono arrivati a Berlino. Una guerra non si vince solo dal cielo.
La politica della cannoniere tende ad intimidire. Essa è ottima se raggiunge l’obiettivo con poca spesa; se viceversa l’avversario non si arrende, si è obbligati a passare all’azione. Diversamente, ci si rende ridicoli. Nel caso della Libia l’azione sarebbe una guerra di terra che la Risoluzione 1973 dell’Onu vieta, che costituirebbe un grande scandalo in Africa e che né la Francia né la Gran Bretagna hanno preso in considerazione. E allora?
Probabilmente si pensava che i ribelli avrebbero vinto, come era avvenuto in Tunisia e in Egitto, e che bastasse dunque dare l’ultima spintarella. Invece si è subito visto che Gheddafi rimaneva al suo posto. Fra l’altro si sarebbe capito che quei due grandi Paesi pensassero ad attivarsi quando ancora si poteva avere qualche dubbio, ma sono intervenuti quando le forze di Gheddafi erano in vista di Benghazi. Per così dire tentando di vincere la guerra civile al posto dei rivoltosi. Oggi possono vantarsi del fatto che le truppe governative hanno abbandonato delle posizioni, ma i governativi potrebbero indietreggiare di qualche chilometro per evitare danni (distruzione di carri armati) in attesa che gli alleati si stanchino di bombardare (e spendere soldi). Chi scommetterebbe su un’avanzata dei ribelli fino a Tripoli?
L’Italia non ha potuto negare le basi, ma non è andata oltre: e ha fatto benissimo a dichiarare che non avrebbe sparato un colpo. Questo potrebbe limitare di molto i danni.
Il futuro rimane comunque incerto e mentre aspettiamo la fine possiamo stabilire due curiosi parallelismi con la politica italiana.
Muammar Gheddafi è riuscito a rendersi antipatico agli Occidentali con la lunga serie di attentati terroristici e con le sue eccentricità. È anche riuscito a rendersi sgradito ai vicini, con un eccesso di attivismo e di ambizioni. Chi non ricorda l’UAR, l’unione di Libia, Egitto e Siria? E una volta il caro Muammar non arrivò a mancare di rispetto al sovrano dell’Arabia Saudita? È vero che l’antipatia non è una grande componente della politica internazionale ma si può pensare che il Colonnello avrebbe avuto maggiore sostegno, dai vicini, se non si fosse ripetutamente squalificato. Alla fine certi nodi possono venire al pettine.
Ecco il collegamento con la politica italiana: chi è urtante può lo stesso avere grande successo, ma se esagera può finire come Massimo D’Alema: considerato da tutti molto capace e molto importante, è tuttavia tenuto sempre da parte. Al punto che oggi è quasi un nessuno.
Il secondo collegamento è con Gianfranco Fini. Mentre Francia e Gran Bretagna davano inizio al loro attivismo guerresco, ci chiedevamo sconsolati: ma dove vogliono andare? Trovavamo l’impresa assurda e sterile. D’altro canto, avendo grande stima di quei due gloriosi Paesi, abbiamo continuato a dirci: magari ci sarà un senso, dietro tutto questo. Ma quale?
Lo stesso con Fini. Dopo esserci chiesti per mesi a cosa mirasse, e come intendesse trasformare quella via verso il disastro in una via verso la vittoria, abbiamo visto che la razionalità a volte è utile: ciò che appariva assurdo era effettivamente assurdo. Ciò che preludeva ad un disastro conduceva effettivamente al disastro.
Se oggi se Fini non fosse ancora Presidente della Camera lo si dimenticherebbe.
Amiamo troppo la Francia e l’Inghilterra per non sperare che per loro ci sbagliamo.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
27 marzo 2011

Pubblicato il 27/3/2011 alle 11.7 nella rubrica Diario.

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