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HAITI E LA DECOLONIZZAZIONE

Un modello può essere qualcosa da imitare o uno schema per spiegare un fenomeno. Haiti è un modello in questo secondo senso. Questo Paese – di cui si riassume la storia - cominciò ad esistere quando alcuni coloni francesi importarono molti schiavi per coltivare la terra; poi, nel 1791, sulla scia della Rivoluzione Francese, vi fu un’insurrezione e Parigi soppresse la schiavitù; in seguito apparve François Dominique Toussaint Louverture, padre della patria, e infine Haiti divenne indipendente: i bianchi furono espropriati e le terre furono date agli schiavi. Da quel momento s’è avuta una serie di scontri – non si sa se bisogna chiamarle guerre civili – una serie di tirannelli e uno Stato disordinato e miserabile. Fra i più poveri, se non il più povero, dell’America latina.
La chiave interpretativa più semplice di questi fatti è forse che i protagonisti della storia non sono tanto i governanti quanto i governati. Gli inglesi che nel 1215 ottennero la Magna Charta non erano colti politologi, erano anzi in maggioranza analfabeti, ma avevano abbastanza spirito di rivolta e di libertà per imporsi a Giovanni Senza Terra. E non si sa perché in questo siano stati tanto diversi dai russi che solo molto, molto recentemente hanno conosciuto la democrazia. In Russia si sono avuti Ivan il Terribile e Stalin, in Gran Bretagna l’Habeas Corpus e i Windsor. E soprattutto tradizioni di libertà tali da essere un esempio per il mondo.
Analogo fenomeno si è avuto in Francia dove, pur in presenza di una monarchia assoluta, non si sono certo avuti biechi fenomeni di tirannia. Montesquieu ha potuto scrivere che il fondamento della monarchia è l’onore inteso come ambizione, desiderio di distinzione, nobiltà, franchezza e cortesia, insomma le virtù del gentiluomo, da parte dei cittadini, mentre il sovrano è tenuto a stabilire leggi certe e a comportarsi onorevolmente. Sembra di sognare ma questo schema ha funzionato. La stessa ventata di follia del Terrore durò poco e la Francia tornò ad essere quella di prima. Viceversa, nelle cosiddette Repubbliche Popolari - quelle che, ispirate dalla Madre Russia, si riempivano la bocca di amore del popolo - l’oppressione non è stata inferiore a quella degli zar.
Non è perché una nazione ha l’indipendenza o una Costituzione scritta che il suo governo è moderato e rispettoso dei governati. L’indipendenza può servire al tiranno (Mugabe) per affamare il proprio popolo senza interferenze esterne e la Costituzione può essere sventolata solo per vantarsene con i giuristi, come in Unione Sovietica. È la civiltà politica che crea un governo democratico. La Cina per molti secoli è stata grande nella filosofia, nel gusto, nella saggezza ma dal punto di vita politico è stata una nazione poco sviluppata. Ferma all’imperatore e ai signori della guerra, l’ultimo dei quali si chiamava Mao Tse Tung. Solo molto recentemente ha raggiunto, attraverso la libertà economica, una migliore civiltà politica e si sta lentamente avviando verso la democrazia.
Se, malgrado una civiltà plurimillenaria, i cinesi non sono ancora arrivati al livello europeo, figurarsi se cinquant’anni fa ci poteva arrivare la maggior parte delle ex-colonie. Ché anzi, a farci caso, erano in condizioni migliori quelle che erano state più profondamente colonizzate, come l’Australia, la Nuova Zelanda o il Sud Africa, il paese più ricco del continente. Questo perché una lunga e approfondita colonizzazione, se pure realizzata per fini di profitto, insegna uno schema di vita associata. Viceversa, l’indipendenza regalata ad una popolazione sottosviluppata può peggiorarne la situazione. Come ha detto qualcuno, “la disgrazia di essere stati colonizzati è inferiore soltanto alla disgrazia di non esserlo stati”.
Ecco perché Haiti è un modello, se pure negativo. È bello che sia stata abolita la schiavitù ed è bello che Port-au-Prince sia diventata indipendente: ma se quei poveri schiavi analfabeti non avevano idea dei diritti e dei doveri dei cittadini, di che cosa fosse uno Stato e di come si produce ricchezza, non era fatale che fossero preda di demagoghi e tiranni?
È normale desiderare libertà democratiche e prosperità, ma non basta avere un’automobile, per andare veloci: bisogna saperla guidare. Prima di accusare sempre e soltanto gli altri, bisogna ricordare che, come diceva Catone, faber est suae quisque fortunae, ognuno è l’artefice della sua sorte.
Gianni Pardo, giannipardo@libero.it
18 gennaio 2010

Pubblicato il 18/1/2010 alle 16.42 nella rubrica Diario.

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